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Il costo
dell’informazione

· Dopo il referendum svizzero sul canone televisivo ·

Ecco una notizia! Simile a quella classica dell’uomo che morde il cane. Così, in un mondo in cui tutti sono convinti di poter dire e fare ogni cosa, di superare ogni intermediazione culturale per attingere direttamente alle presunte fonti di ogni informazione, finanche per individuare malattie e relative cure, e tutto rigorosamente gratis, vi è chi ha manifestato un deciso spirito controcorrente: è il popolo svizzero che ha detto no al referendum che proponeva l’abolizione del canone televisivo, tra l’altro piuttosto salato.

Si provi a immaginare se una cosa del genere fosse proposta in Italia. Ma interessanti sono le ragioni di questo larghissimo voto popolare (presupponendo che non è possibile pensare a un innato masochismo elvetico). Queste ragioni attengono infatti all’esigenza di qualità nell’informazione e nella produzione culturale. E la qualità è giusto che la si paghi. Perché solo pagandola la si può pretendere.

La questione, apparentemente banale, diviene un elemento interessante di riflessione, in senso opposto a un certo spirito diffuso che ha ormai pervaso non solo le generazioni più giovani, ma perfino gli adulti più fragili, di fronte al fascino di una prateria infinita da percorrere a briglia sciolta, in apparenza liberi di scegliere se andare di volta in volta di qua o di là. Si tratta di un’illusione alimentata da una cultura debolissima che ha scardinato innanzitutto il clima di fiducia reciproca che una società solida era riuscita a costruire, in diversi decenni, con il concorso di tutti, si potrebbe dire di un popolo intero. Affidarsi reciprocamente è stato il segno di una società seria, coesa. Così ci si fidava del medico, dell’idraulico, del giornalista, del meccanico che aggiustava i freni della nostra automobile. Non perché fossero esenti da errori. Ma perché ciò che permetteva di consegnarsi serenamente nelle mani dell’altro era costituito da una relazione personale e comunitaria. Dietro ogni prestazione vi erano una faccia, una storia, la possibilità di un incontro e non un algoritmo capace di surrogare l’esperienza della vita.

È significativo, ad esempio, quanto sta avvenendo nella scuola. Gli insegnanti, depotenziati di ogni sacralità culturale, sono costretti a far fronte alle pressioni, spesso nevrotiche se non violente, di genitori disgregati ma insieme presuntuosi, capaci solo di affermare verità posticce raffazzonate nel mare magnum delle banalità, diritti inesistenti, affetti spappolati ma morbosi. E così nelle università si trovano studenti che contestano i professori ripetendo “io la penso così” o “l’ho letto in internet”. Oppure ecco un’opinione pubblica che inneggia alla finalmente riconquistata libertà da una presunta sudditanza informativa, che autoproduce notizie e gongola nella prospettiva onanistica della narrazione di sé e del misero pubblico che riesce a racimolare su questo o su quel social network.

Siamo vittime di una feroce menzogna: che tutto ormai sia a portata di mano, che si sia finalmente affermato un diritto universale a “non si sa che”. Che lo strumento tecnico ci permetta di accedere al sancta sanctorum di ogni sapere, non più custodito gelosamente da qualche setta segreta. Che tutto ciò sia implicitamente un’affermazione della democrazia.

Ancor più grande è la bugia che questo accesso sia a costo zero, che non vi sia bisogno insomma di far fatica perché basta spingere un bottone per avere le risposte che ci servono. Alla radice vi è la diffusa convinzione che la cultura debba avere un’utilità immediata, economicamente redditizia, che l’“inutile” debba essere bandito da ogni prospettiva dinamica, energica, in perenne evoluzione. È il grande equivoco del mito delle competenze contro la forza del metodo, del “tutto subito” contro la pazienza educativa, del “mi serve” contro la bellezza del “mi arricchisce”. Questa liquidità annega non solo le nostre intelligenze ma anche i nostri cuori, perché incide non solo sulla fitta trama di nodi, voli pindarici, paradossi, andate e ritorni che costituisce il fascino della cultura, ma allenta la trama, delicatissima, delle nostre relazioni, familiari, amicali e infine sociali. La scelta degli svizzeri dunque suona come una provocazione originale e dice di una maturità popolare che inchioda ciascuno alle proprie responsabilità. Ciascuno faccia il proprio dovere, a cominciare da chi utilizza un mezzo straordinario come la televisione. In questo caso, per parafrasare Baudrillard, non si compia alcun delitto e la realtà sia fatta salva. Perché il grande custode della realtà e della qualità è il popolo tutto.

Annichilito quest’ultimo, reso inetto, inchiodato al giochino di turno, illuso che tutto sia lì a portata di mano e senza costi, che possa dire qualsiasi cosa (tanto nessuno ascolterà), beh, la partita è persa. E tutti saranno perfino contenti. L’ultimo gratuito aggiornamento di Candy Crush lo allontanerà da qualsiasi domanda, da ogni dubbio, da ogni possibile meraviglia.

di Giacomo Scanzi

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21 giugno 2018

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