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Il corretto uso della fede

· ​L’intervento al Meeting di Rimini del presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso ·

Il 25 agosto dell'anno 1900, a Weimar, moriva nella solitudine e nella follia Frederich Nietzsche. Qualche anno prima, nella sua autobiografia, dal titolo alquanto sacrilego, «Ecce homo», egli aveva posto la domanda: «Dov’è Dio?». La risposta fu: «Ve lo voglio dire: siamo stati noi ad ucciderlo, voi ed io. Si, i suoi assassini siamo tutti noi. Dio è morto. Dio è morto!».

Nasceva così la corrente di pensiero che, per più di un secolo, è stata conosciuta come "la morte di Dio". Lo scientismo, poi, ha affermato che soltanto la scienza è in grado di rivelare all’uomo tutta la verità. Solo la scienza è il fondamento della saggezza. Può esistere una morale senza Dio.
Certamente, guardando il mondo di oggi, non si può non essere sorpresi nel constatare un ritorno al sacro, o piuttosto a una certa religiosità perché si scarta ogni idea di rivelazione. Si è alla ricerca di una saggezza, più che di una religione. Si condividono le esperienze spirituali senza preoccuparsi dei dogmi: believing without belonging.
Dopo la fine dell'unanimità culturale, lo sviluppo del pluralismo, la messa in quarantena della religione nella sfera privata, e l'annacquamento dei valori e dei modelli, la religione è diventata, nel giro di pochi anni, un fattore fondamentale della vita politica, economica, e culturale. Ma questa nuova religiosità, spesso panteista e sincretista, traduce il bisogno di una "trascendenza" in cui le nostre domande fondamentali potrebbero trovare soluzione: qual è il senso della vita e della storia? Perché soffrire e morire? Cosa possiamo sapere dell’origine e della fine del mondo, ecc? Questo fa affermare alla Nostra aetate: «Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell'uomo: la natura dell'uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo» (n. 1). E il testo continua: «Dai tempi più antichi fino ad oggi presso i vari popoli si trova una certa sensibilità a quella forza arcana che è presente al corso delle cose e agli avvenimenti della vita umana, ed anzi talvolta vi riconosce la Divinità suprema o il Padre» (n. 2).

di Jean-Louis Tauran

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17 ottobre 2019

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