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​Il corpo di Dio

Christoph Markschies è essenzialmente uno storico della chiesa antica, tutt’altro però che esclusivamente. Basta soltanto scorrerne l’imponente bibliografia, per rilevare che, soprattutto nella qualità di pastore evangelico, il suo ambito di ricerca storico-religiosa è di molto dilatato, fino a interessarsi di problemi quanto mai attuali quali l’interrogativo se il monoteismo rappresenti oggi un pericolo, o a criticare la dialettica deformatio-reformatio, che è dire la convinzione, tuttora ben radicata nei protestanti, che la Riforma abbia posto fine a un lungo periodo di decadenza della Chiesa iniziato già al tempo di Costantino. In questo ambito mi è apparso di singolare importanza l’ampio studio in cui Markschies, in vista delle celebrazioni per la ricorrenza, nel 2017, del famoso episodio dell’affissione, da parte di Lutero, delle novantacinque tesi sulla porta della chiesa di Wittenberg, si chiede se la chiesa evangelica sia cattolica, dove, al di là del voluto bisticcio, il termine è assunto nel significato, corrente in età antica e medievale, di universale, e risponde affermativamente, osservando che, alla luce della comune professione di fede apostolica, «la chiesa evangelica non è soltanto vecchia di cinquecento anni ma è parte legittima di una chiesa di Gesù Cristo che conta circa duemila anni».

Solo qualche mese fa è stato pubblicato del nostro autore un volume di inusitata ampiezza (ben novecento pagine di grande formato), intitolato Gottes Körper (“Il corpo di Dio”). Il sottotitolo chiarisce che il volume tratta delle antiche concezioni di Dio in ambito giudaico cristiano e pagano, perciò un argomento assolutamente comprensivo. L’argomento è di singolare impegno e importanza, in quanto da una parte potremmo dire che sempre e dovunque, a elevato livello di cultura, Dio è stato concepito, sì, spesso come persona ma sempre privo di corpo, mentre i miti greci, l’Antico Testamento e a volte anche la tradizione cristiana, dove il problema è complicato dall’incidenza dell’incarnazione di Cristo, ci presentano Dio in forma più o meno apertamente antropomorfa, il che implica anche, spesso per non dire quasi sempre, la sua corporeità: di qui un lungo contrasto, massimamente impegnativo, per cui qualcuno è giunto, in età moderna, ad affermare che, se si toglie da Dio tutto ciò che è corporeo, resta un niente.
Markschies inizia il suo lungo percorso accennando alla polemica contro l’antropomorfismo di Dio esemplificando variamente da Maimonide a Tommaso d’Aquino, a Kant e genericamente alla tradizione platonica; poi entra più direttamente in argomento presentandoci l’antropomorfismo biblico, contro il quale si reagì polemicamente ad Alessandria mediante l’interpretazione allegorica dei testi incriminati (Aristobulo, Filone). Anche nell’ambito della filosofia greca rileviamo da una parte la polemica di Senofane e di Platone contro la concezione corporea di Dio, ma di contro il materialismo di stoici ed epicurei, donde una polemica che, quando taccia gli antropomorfiti di essere ignoranti, non vuole tener conto del supporto filosofico di tale concezione. Identica situazione in ambito cristiano, dove alla concezione di Dio incorporeo proposta dagli alessandrini Clemente e Origene fa riscontro quella di Dio corporeo proposta da Melitone di Sardi; e anche qui è in gioco l’influsso del materialismo stoico, che ha condizionato la concezione di Dio in Tertulliano, per il quale lo spirito, che è dire la sostanza divina, è un corpo sui generis. In complesso anche in ambito cristiano si riscontra la dialettica Dio incorporeo-corporeo, dove la seconda opzione, pur se più diffusa a livello culturalmente basso, poteva contare anche sul supporto filosofico che abbiamo detto.
Se i giudei e i primi cristiani rifiutavano, pur con molteplici eccezioni, la rappresentazione figurata di Dio, non era certo lo stesso in ambito pagano, dove la rappresentazione statuaria della divinità era considerata di pubblica utilità, in quanto era oggetto di culto nei templi, favorendo in modo evidente la concezione di un Dio corporeo. In questo senso operava anche la fluidità, in ambito pagano, tra la concezione di Dio e quella dell’uomo, sì che Dio poteva essere considerato anche come un uomo immortale. Favorivano questa concezione anche l’occorrenza dell’epifania del dio in immagine umana, in complesso tutta l’attività variamente connessa con il culto templare e la generalizzata convinzione che il dio fosse in qualche modo presente e attivo nella statua che lo rappresentava. In questa problematica era coinvolto anche il rapporto, nell’uomo, di anima e corpo, in quanto la diffusa opinione della natura divina dell’anima si ripercuoteva in certa misura sulla valutazione del corpo, dato che soltanto in ambiente culturalmente elevato le due componenti dell’uomo erano tenute ben distinte una dall’altra. A maggior ragione era implicata in questo contenzioso la concezione dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio, dal momento che solo a livello filosoficamente formato veniva chiaramente affermato che la somiglianza dell’uomo con Dio non implicava il suo corpo.
In sostanza si può sintetizzare che soltanto dove era prevalente l’influsso del platonismo appariva limpida la concezione dell’incorporeità di Dio, perché la concezione della corporeità di Dio era diffusa tutt’altro che soltanto a livello culturalmente modesto. Si pensi sia alla larga diffusione di questo concetto nell’antica mistica giudaica, convinta che il corpo di Dio fosse addirittura misurabile, ovviamente di straordinaria grandezza, sia alla crisi antropomorfita di fine iv-inizio v secolo in Egitto, dove si ebbe a constatare che quasi tutti i monaci erano ben convinti della corporeità di Dio. In ambito specificamente di cultura e tradizione greca, dove l’ideale di perfezione si compendiava nella bellezza, è facile capire quanto facilmente questo concetto favorisse, sia pur indirettamente e fatti salvi tutti i possibili chiarimenti, la concezione che Dio, in quanto bellezza assoluta, non poteva non essere fornito di forma, quindi di corpo. Come è stato detto, la convinzione che Dio è corpo dimostra sia la verità dei miti sia la necessità della demitizzazione.

di Manlio Simonetti

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23 ottobre 2019

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