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Il cordoglio del Papa
per la morte
del cardinale Ortega

Dopo una lunga malattia è morto venerdì 26 luglio il cardinale cubano Jaime Lucas Ortega y Alamino, arcivescovo emerito di San Cristóbal de La Habana. Aveva 82 anni e negli ultimi giorni le sue condizioni di salute si erano aggravate a causa di un cancro. Il decesso è avvenuto alle 6.16 nei locali nella sua residenza all’Avana, dove nei trentaquattro anni del suo lungo ministero aveva avuto il rarissimo privilegio di accogliere gli ultimi tre Pontefici: Giovanni Paolo II, nella storica visita del 1998, Benedetto XVI, nel 2012 e, per ben due volte in pochi anni, Francesco, nel settembre 2015 e poi in occasione della sosta compiuta il 12 febbraio 2016. Uomo di dialogo, capace di mantenere viva la Chiesa cubana in anni difficili, era amato, rispettato e ammirato dal popolo e anche dalle autorità di governo del paese. Appresa la notizia della morte, il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, a nome del Santo Padre Francesco, ha inviato al successore del compianto porporato, l’arcivescovo Juan de la Caridad García Rodríguez, il telegramma di cordoglio che pubblichiamo in una traduzione dallo spagnolo:

Papa Francesco, ricevuta la notizia della morte del signor cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino, arcivescovo emerito di San Cristóbal de La Habana, prega Sua Eccellenza di far gentilmente pervenire ai suoi familiari, al clero e ai fedeli di questa Arcidiocesi, le sue condoglianze e la sua vicinanza paterna. Inoltre, mentre offre suffragi per l’eterno riposo del defunto, che ha servito la Chiesa e i suoi fratelli nei diversi incarichi che la Provvidenza gli ha affidato, vi concede la Benedizione Apostolica, come segno di speranza cristiana nel Signore Risorto.

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Un appunto manoscritto dall’amico Jorge Mario Bergoglio: il cardinale Ortega y Alamino aveva ricevuto questo singolare dono il giorno successivo all’elezione di Francesco, con l’autorizzazione del Pontefice a pubblicare il documento; due fogli su cui l’arcivescovo di Buenos Aires aveva preparato il proprio intervento a una delle congregazioni generali che hanno preceduto il Conclave e che il porporato cubano gli aveva chiesto di poter avere. Un’amicizia, la loro, radicata nella comune origine latinoamericana e suggellata da ben due viaggi di Francesco nella patria dell’arcivescovo dell’Avana: in occasione della visita nel settembre 2015 e poi nella sosta compiuta il 12 febbraio 2016 per incontrare Cirillo, patriarca di Mosca e di tutta la Russia. Del resto Ortega poteva vantare il rarissimo privilegio di aver ospitato a casa propria gli ultimi tre Pontefici: Giovanni Paolo II, nello storico viaggio del 1998 dopo quarant’anni che non si celebrava una messa all’aperto sul suolo di Cuba, il suo successore Benedetto XVI nel marzo 2012 e, appunto, il Papa argentino.

Figlio unico, Jaime Lucas era nato il 18 ottobre 1936 a Jagüey Grande, diocesi e provincia di Matanzas, nella parte settentrionale della costa cubana a circa novanta chilometri dalla capitale. Il padre Arsenio, che aveva lavorato in uno zuccherificio per poi metter su una modesta attività commerciale, morì quando lui era ancora piccolo. Figura centrale è stata la madre Adela che gli era costantemente rimasta accanto e si era spenta in veneranda età. Una donna forte: la sera prima dell’annuncio ufficiale della nomina cardinalizia — definita «una bomba» dall’allora nunzio apostolico a Cuba, Beniamino Stella — lo aveva abbracciato dicendogli: «Niente onori, ora ti aspettano più sofferenze, più croci».

Quando il piccolo aveva cinque anni, la sua famiglia si era trasferita dalla campagna di Jagüey Grande alla città Matanzas. Lì aveva frequentato la scuola dell’obbligo nel prestigioso collegio «Arturo Echemendía», diplomandosi in scienze e lettere nel 1955. Il giovane aveva studiato anche pianoforte, una delle sue grandi passioni insieme a quella per il cinema: «Mi dicono che somiglio a Marlon Brando, ho la mascella forte», amava dire scherzando.

Sempre a Matanzas, dopo un anno di università, era entrato nel seminario Sant’Alberto Magno, retto dai padri della Società delle missioni estere della provincia canadese di Québec. Dopo quattro anni di studi umanistici e filosofici, il suo vescovo, Alberto Martín y Villaverde, lo aveva mandato a completare quelli teologici a Montréal, sempre nel seminario dei padri delle missioni estere.

Dal Canada, Ortega aveva seguito la rivoluzione cubana del 1959, scegliendo di tornare in patria nonostante le condizioni difficili per la Chiesa. Rientrato a Cuba, era stato ordinato sacerdote il 2 agosto del 1964 nella cattedrale di Matanzas dal vescovo José Maximino Eusebio Domínguez y Rodríguez. Il suo primo incarico era stato a Cardenas, come vicario cooperatore, ma era durato solo due anni, bruscamente interrotto nel 1966 quando era stato internato in campi di lavoro conosciuti con la sigla Umap (Unidades militares de apoyo a la producción), controllati direttamente dal ministero degli Interni. Una detenzione durata otto mesi, durante i quali riusciva a celebrare la messa di nascosto usando un bicchiere di alluminio come calice. La “rieducazione” castrista dunque non aveva avuto effetti sul “detenuto Ortega”, che appena rilasciato dal carcere aveva iniziato a fare il parroco nel suo paese natale. E quando nel 1969 era divenuto parroco della cattedrale di Matanzas, gli fu chiesto di occuparsi anche della parrocchia di Pueblo Nuevo in città e di altre due chiese in campagna, a causa della carenza di clero. Era stato allo stesso tempo presidente della Commissione diocesana di catechesi e aveva svolto un apostolato attivo tra le nuove generazioni della comunità locale. In quegli anni molto difficili per la Chiesa, aveva dato origine nella diocesi a un movimento giovanile che includeva — tra le varie forme di apostolato — campi estivi e un’azione evangelizzatrice mediante opere teatrali, rappresentate dagli stessi ragazzi e ragazze. Per diversi anni, unitamente all’attività pastorale a Matanzas, era stato professore del seminario interdiocesano San Carlos y San Ambrosio, all’Avana, dove si recava ogni settimana per tenere corsi di teologia morale.

Il 7 dicembre 1978 la nomina a vescovo di Pinar del Río, una delle prime del pontificato di Wojtyła e il 14 gennaio 1979 l’ordinazione ricevuta dal nunzio apostolico Mario Tagliaferri nella cattedrale di Matanzas. Come motto aveva scelto l’espressione di san Paolo «Mi basta la tua grazia» (cfr. 2 Cor 12, 9). Ma Pinar del Río era stata per lui solo il trampolino di lancio verso L’Avana: una sorta di prova generale riuscita, amava riconoscere, proprio «per la presenza di un laicato forte». Era stato il sostegno dei laici a togliergli il timore di affrontare la prova, dopo che il suo predecessore Oves Fernández aveva dovuto cedere il passo per le eccessive pressioni. E così dopo che il 20 novembre 1981 era stato promosso arcivescovo di San Cristóbal de La Habana — questo il titolo ufficiale e completo — vi aveva fatto l’ingresso il 27 dicembre, due giorni dopo il Natale che allora non si poteva celebrare pubblicamente.

Nella capitale aveva trovato una situazione drammatica, con pochi sacerdoti, nessuna organizzazione ecclesiale per i laici, edifici cadenti e nessun mezzo a disposizione. Aveva capito che prima di affrontare l’“esterno” si doveva pensare all’organizzazione “interna”, visto che l’emergenza-preti causata dal blocco del regime era una ferita grave. Ecco allora che per il seminario interdiocesano, Ortega aveva progettato personalmente — ispirandosi alla funzionalità dei villaggi turistici — una nuova struttura alla periferia della città. La prima pietra l’aveva benedetta Giovanni Paolo II nel 1998 sulla piazza della Rivoluzione all’Avana, durante la storica visita in cui pronunciò una battuta rimasta negli annali. «A Cuba — disse — ci sono due comandanti: Castro e Ortega». Il governo aveva poi dato il via libera al progetto e nel 2010 Raúl Castro aveva partecipato all’inaugurazione. Creazione di nuove parrocchie, costituzione del consiglio diocesano di pastorale, ricostruzione di oltre quaranta chiese e strutture parrocchiali, istituzione di una casa sacerdotale che accoglie i preti della diocesi e di tutta Cuba per le riunioni, per i ritiri o semplicemente per riposare; creazione di un centro laicale per le riunioni, con biblioteca, cappella e stanze per gli ospiti; costruzione di due centri d’incontro e di riunione, soprattutto per i giovani: sono queste alcune delle principali azioni intraprese dall’arcivescovo che ha sempre dimostrato un particolare interesse per i laici e specialmente per i giovani e le famiglie. Nel 1991 aveva fondato la Caritas all’Avana, dando così origine alla Caritas Cuba. Nel 2011 aveva avviato il Centro culturale Padre Félix Varela per la formazione del laicato. Ed è qui che è apparso in pubblico una delle ultime volte, il 14 giugno scorso quando i vescovi cubani gli hanno consegnato la medaglia Carlos Manuel de Céspedes per l’evangelizzazione della cultura. Grazie alle sue omelie, al bollettino mensile arcidiocesano «Aquí la Iglesia» e ad altri interventi e messaggi, si era fatto conoscere dalla gente dell’arcidiocesi e della nazione, che ha sempre ascoltato le sue opinioni e i suoi orientamenti, nonostante la Chiesa a Cuba non abbia avuto per molto tempo alcun accesso ai mezzi di comunicazione sociale. Insomma, a capo della comunità dell’Avana per oltre trentaquattro anni, Ortega era diventato il punto di riferimento della comunità cattolica cubana, dentro e fuori dall’arcipelago caraibico, leader di una «Chiesa povera ma non depressa o silenziosa» come amava definirla. Era stato per ben quattro volte (nel periodo 1988-1998 e successivamente 2001-2007) presidente della Conferenza dei vescovi cattolici del paese. E aveva svolto un’attività di primo piano nell’ambito del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), anche come vice-presidente dal 1995 al 1999. Inoltre una conoscenza più universale delle questioni gli era stata garantita dal suo essere membro nella Curia romana, nella Congregazione per il clero, nel Pontificio consiglio per gli operatori sanitari e nella Pontificia commissione per l’America latina. Insignito della Laurea honoris causa dalle università statunitensi Barry and Saint Thomas (Florida), San Francisco (California), Providence College (Rhode Island); Boston College (Massachusetts), Saint John’s (New York), nel concistoro del 26 novembre 1994 da Giovanni Paolo II era stato creato e pubblicato cardinale — secondo nella storia di Cuba dopo Manuel Arteaga y Betancourt — del titolo dei Santi Aquila e Priscilla. E quando il successivo 11 dicembre 1994 Ortega era tornato all’Avana vestito di rosso porpora la gente lo aveva accolto in massa. Dopo aver partecipato ai conclavi del 2005 e del 2013, il 26 aprile 2016 aveva rinunciato al governo pastorale dell’arcidiocesi e nel novembre 2017 era stato ricevuto in udienza in Vaticano dal Papa.

Protagonista del riavvicinamento tra Cuba e gli Stati Uniti d’America, fortemente voluto da Francesco e realizzato alla fine del 2014 con la mediazione del segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, Ortega era chiamato in patria “il cardinale del disgelo”. E la notizia della sua morte è stata pubblicata anche sul sito di «Gramma», il quotidiano ufficiale del Partito comunista cubano e principale organo informativo del governo.

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