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Il coraggio
stava tutto dall’altra parte

· Concluso il convegno a vent’anni dall’apertura degli archivi del Sant’Uffizio ·

Joseph Nicolas Robert-Fleury  «Galileo davanti al Sant’Uffizio  in Vaticano» (1847)

Si è concluso a Roma nel tardo pomeriggio del 17 maggio il convegno internazionale sull’Inquisizione romana a vent’anni dall’apertura degli archivi. Nel 1998 con una giornata di studio all’Accademia Nazionale dei Lincei il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale Joseph Ratzinger, dava avvio a una stagione completamente nuova negli studi sull’Inquisizione romana, con l’apertura alla libera consultazione degli archivi storici, compresi quelli dell’estinta congregazione dell’Indice dei libri proibiti.

Ciò ha costituito un evento di immensa portata, come è stato riconosciuto durante il convegno dagli studiosi e come ha messo in rilievo nella tavola rotonda introduttiva Carlo Ginzburg, che nel 1980 con una lettera indirizzata a Giovanni Paolo II, da Ratzinger a suo tempo definita «coraggiosa», provocò il movimento di riflessione che sarebbe culminato anni dopo con l’apertura di quegli archivi, tra i pochi allora rimasti inaccessibili.

«Il coraggio stava tutto dall’altra parte» ha detto Ginzburg nel corso del dibattito, riferendosi alla decisione che mise a disposizione del mondo accademico un patrimonio documentario del quale nemmeno noi conservatori conoscevamo il preciso contenuto, la portata e l’eventuale carica polemica. Vent’anni di studi sugli archivi centrali del Sant’Uffizio e dell’Indice hanno dimostrato che la fiducia nell’alleanza virtuosa tra istituto e ricercatori era ben riposta.

Di un bilancio più che positivo si può quindi parlare, in riferimento sia ai frutti di questo ventennio di studi sia ai tre giorni del convegno romano. Ai risultati raggiunti sono state dedicate la relazione iniziale di Andrea Del Col [anticipata sull’Osservatore Romano del 14-15 maggio scorso] e la tavola rotonda della prima sessione. La prolusione, di ampio respiro, ha permesso così di capire gli orientamenti attuali della ricerca, con un riferimento particolare ai nuovi strumenti generali di ricerca, alla storia istituzionale, alle questioni generali su inquisiti e inquisitori, nonché alle categorie di delitto perseguite. Nella successiva tavola rotonda sono intervenuti Massimo Firpo, Silvana Seidel Menchi, Luciano Malusa, Marina Caffiero, Marta Fattori, Leender Spruit, Pilar Huerga Criado e Albrecht Burkardt.

La seconda giornata sulle frontiere della ricerca ha dato ampio spazio, non solo a temi nuovi, ma anche a giovani ricercatori. I temi trattati sono stati le forme della santità (Miguel Gotor ed Eleonora Rai), le prassi processuali (Francesco Castelli), la giurisdizione nei territori di missione (Giovanni Pizzorusso) e la storia istituzionale (Benedetto Fassanelli), i rapporti dell’Inquisizione romana con gli ebrei (Germano Maifreda e James W. Nelson Novoa).

Alla censura libraria, argomento sempre centrale in questi studi, sono state dedicate le relazioni di Andrea Badea, Bruno Boute, Hannah Marcus, Chiara Franceschini, Davide Marino e Fernanda Alfieri. La varietà dei temi e la competenza dei relatori hanno permesso di mostrare la ricchezza dei fondi romani, messa in rilievo nelle conclusioni da Herman H. Schwedt.

L’ultima giornata del convegno ha censito luoghi e persone, con relazioni dedicate appunto ad altri luoghi della geografia inquisitoriale, come la Repubblica di Venezia (Giuseppina Minchella), lo Stato di Milano (Massimo Carlo Giannini), le Romagne (Angelo Turchini) e la Liguria (Paolo Fontana). E l’intervento di Mario Gauci ha messo in luce la strabiliante ricchezza dell’archivio dell’Inquisizione di Malta (1561-1798). Le questioni prosopografiche, di importanza centrale in ogni studio storico, e in particolare quando si parla di temi inquisitoriali, sono state affrontate da Vincenzo Lavenia e da Silvano Giordano.

Nella sessione conclusiva del convegno si è accennato temi che solo indirettamente toccano la ricerca documentaria degli archivi. Qui un tema centrale come la costruzione dell’immaginario e della memoria, che non sempre corrisponde con la storia, è stato trattato da William Zammit che ha parlato dell’Inquisizione maltese nei romanzi popolari dell’Ottocento, da Giuseppe Di Giacomo sulla Leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij, mentre la relazione di Matteo Brera si è riferita all’intreccio tra censura e politica nel Novecento soffermandosi in particolare sulle diverse proposte di riforma all’interno della stessa congregazione e sul caso di Guido da Verona. Dopo un intervento in ambito cinematografico di Pierfranco Bruni, ha concluso il convegno la relazione di Anna Foa [anticipata sull’Osservatore Romano del 17 maggio scorso] sull’immagine dell’Inquisizione nei media tra passioni e pregiudizi. Un intervento di bilancio che al tempo stesso ha offerto importanti osservazioni di metodo storico.

Dal punto di vista privilegiato dell’archivio della Congregazione per la dottrina della fede, come suo responsabile posso affermare che il convegno ha superato le aspettative e desidero sottolineare l’impegno comune tra archivio e studiosi, in un clima di fiducia reciproca. In questo ventennio si è creata una vera comunità di ricerca e questo è sicuramente la migliore garanzia per il futuro. Testimone diretto che ha preso parte all’apertura, voglio insistere sui notevoli frutti che ha portato sia per la conoscenza della storia di queste istituzioni — che hanno avuto un ruolo centrale, nel bene e nel male, nello sviluppo della cultura moderna — sia a favore di una rinnovata immagine delle istituzioni depositarie di questo ricco patrimonio, oggi a disposizione degli studiosi.

Ricordo bene gli anni emozionanti in cui il prefetto Ratzinger ci spronava, e quasi derogando alla sua proverbiale pazienza e mitezza, dava un simbolico pugno sul tavolo. Per bandire gli indugi nell’apertura degli archivi, superando esitazioni e scarsità di mezzi. Con fiducia nella verità, di cui anche il minimo frammento «è sempre un riflesso, meglio una partecipazione, all’unica verità assoluta, che è Dio», come disse Giovanni Paolo II il 23 giugno 1984 consegnando il premio internazionale Paolo VI ad Hans Urs von Balthasar.

di Alejandro Cifres

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18 settembre 2019

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