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Il coraggio
di una mistica

In una religione inaridita, divenuta assistenza, o ricerca intellettuale ma soprattutto devozione, Adrienne riporta la spiritualità con una forza lucida e potente. Solo la spiritualità può ridare senso a pratiche come la confessione, così criticate dalla modernità (come per esempio dalla psicanalisi) e può riportare alla preghiera profonda intesa come contatto diretto con Dio. «Se qualcosa è significativo nell’opera e nella vita di Adrienne — scrive von Balthasar — è proprio questa centrale vivificazione della Rivelazione cristiana». Ma ogni sua parola, espressa sempre con una lucida semplicità che non permette diplomatici fraintendimenti, mette il dito sulla piaga e questo non piace alle istituzioni eredi e responsabili di una situazione ormai pesantemente critica.

Per riportare alla vita il seme evangelico è necessario uno sforzo complessivo di laici e clero, di donne e di uomini. Le origini protestanti la rendono libera da immagini stereotipe, da idee preconcette, mentre la riscoperta del valore e della ricchezza della Chiesa come cattolica le dà la forza di combattere. Certo il suo metodo di ricerca è al tempo stesso antico e originale, protestante e cattolico: «Adrienne si attiene alla Parola e in ogni sua frase si sente che lei non cerca che di capirla nel modo più completo possibile — scrive von Balthasar — ha letto soltanto pochissimi libri di teologia e nessuno di esegesi, non sa assolutamente niente di tutto ciò. Infatti non conosce neppure un’interpretazione corrente, perché si attiene fedelmente alla piccola bibbia protestante di Segond, che ha in mano mentre parla (...) Adrienne scava in profondità, ricominciando ad ogni versetto. Ogni volta viene scavato un pozzo finché non sgorghi la sorgente che, in realtà, zampilla già alle prime parole».

Nell’illustrare la sua missione von Balthasar insiste sulla centralità della preghiera, alla quale sa dare nuova forza vitale. Pregare per Adrienne non è raccontare a Dio i nostri problemi, ma chiedere la grazia di partecipare alla vita della Trinità, cioè di inserirsi in una preghiera già esistente, essere più in cielo che sulla terra. Ma soprattutto significa aprire la porta della nostra anima a Dio con totale disponibilità, lasciarlo entrare nella nostra vita, lasciare che sia lui a condurre l’incontro. In questo modo ciascuno può scoprire la sua missione, il suo posto nel mondo, capire l’intenzione di Dio su di lui. Adrienne insegna che non ci sono barriere fra il cielo e la terra: «Si tratta per l’uomo di incontrare nella sua vita il Dio vivente e di sostenere lo choc di questo incontro».

Incontro che si poteva e doveva continuare ad approfondire nella confessione — termine che preferisce a quello oggi di uso più comune di penitenza — intesa come momento di incontro personale di assoluta apertura con Dio. Nello specificare con grande chiarezza quanto la confessione si diversifichi sia dai dialoghi umani che dalle terapie psicanalitiche, Adrienne afferma come questa «pone l’uomo davanti al suo destino divino, finale e definitivo». Perché, continua «possiamo vedere l’unità del destino e di noi medesimi solo se Dio stesso ci tiene davanti lo specchio — posto che abbiamo il coraggio di gettarvi uno sguardo».

Come abbiamo visto, la partecipazione di Adrienne agli eventi del suo tempo è molto intensa, e si sviluppa in varie forme. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale il peso della sofferenza del mondo che la circonda le arriverà anche in modo diretto, per percezione personale.

Dagli appunti di von Balthasar sappiamo che durante la guerra la partecipazione di Adrienne agli orrori che stanno accadendo è concreta e avviene in tempo reale: le sue visioni vanno dai campi, dove assiste all’eliminazione dei detenuti con il gas, fino ai soldati che difendono Stalingrado, che vivono esperienze terribili senza avere neppure il conforto della preghiera, perché ora Dio è lontano da loro, dopo che l’hanno trascurato da tanto tempo non trovano più il modo di riavvicinarsi a lui. Lei stessa vive nel suo corpo queste esperienze, diventano malattie, debolezza, cadute improvvise e rovinose.

Ma la sua prossimità a Dio la aiuta a guardare dentro questo male, sia quando vede lo stesso Hitler, ormai completamente preda di Satana, sia quando si assume le sofferenze delle vittime. Adrienne ha il coraggio di fare quello che i suoi contemporanei non hanno il coraggio di fare: rendersi conto, vedere, fin dove stava andando il male. Per i suoi contemporanei, lo sappiamo bene, ci sono voluti molti decenni, alcune generazioni, per sopportare di ascoltare ciò che era accaduto dai pochi testimoni sopravvissuti.

Senza dubbio è da questa drammatica esperienza, e dal suo viverla dentro la confessione, che nasce la profonda intuizione sul sabato santo: Adrienne è l’unica filosofa-teologa che porta il concetto di morte di Dio, da tanti invocato per spiegare e descrivere questa immane tragedia, fino in fondo, fino a farlo divenire strumento euristico per la comprensione della vita di Gesù. Il mistero del sabato santo, del giorno in cui Dio muore anche per i fedeli perché scompare alla vista il Santissimo, non si celebrano messe, diventa per lei il passaggio necessario perché Gesù passi dalla morte alla resurrezione, dalla confessione dei peccati dell’umanità che si è assunto sulla croce all’assoluzione di tutto il genere umano attraverso il suo sacrificio. Un passaggio di questa sua ricostruzione del percorso di salvezza di Gesù attraverso la passione colpisce particolarmente: «Per il Signore la conoscenza del peccato nella vita è soggettiva (egli lo vede come lo vede un uomo), sulla croce è oggettiva (lo vede come lo vede Dio)». Nel sabato santo, quindi, «è cessato ogni sentimento soggettivo, rimane solo una specie di esperienza oggettiva del terrore di essere soffocato e seppellito sotto il peso mortale del peccato del mondo».

Le affermazioni di Adrienne fanno riflettere: il modo in cui noi parliamo del dramma del XX secolo, di quello che ha dato a tutti la sensazione di vivere un incontro con il male puro, cioè la morte di Dio, è un modo impersonale. Chiamiamo Shoah l’esperienza indicibile ma impersonale della sofferenza e del male, con un termine cioè che non dà conto né dei responsabili di questo male, né delle vittime, ma piuttosto è divenuto immagine oggettiva del male. Un’immagine molto vicina all’idea che Adrienne si fa del sabato santo: «Il sabato santo invece, nella visione del peccato del mondo dal punto di vista del regno dei morti, il peccato si separa dalla persona del peccatore fino ad essere ormai soltanto il mostruoso (...) È il peccato eternamente senza via d’uscita, ma il peccato divenuto anonimo, dalla cui realtà e dal cui aspetto non si può dedurre nulla riguardo al singolo peccatore e alla parte che vi ha avuto».

La comprensione del sabato santo, scrive von Balthasar, «è il dono più grande che Adrienne ha ricevuto da Dio e lasciato alla Chiesa».

Il sabato santo è per lei «il giorno senza parola», il luogo dove non esiste l’amore, le tenebre senza uscita, il rifiuto totale di Dio. Il Figlio proprio lì deve cercare il padre anche sapendo che non lo troverà. Solo quando Gesù vincerà le tenebre il padre gli offrirà la resurrezione. Tutto ciò giunge alla sua comprensione mentre sta accadendo nella realtà del suo tempo.

Adrienne ha offerto al tempo stesso una spiegazione e una via d’uscita dalla tragedia del nostro tempo, dalla perdita di ogni fede — la notte buia dell’ateismo senza speranza — che porta al male assoluto, senza nome e senza forma. Come sempre, è riuscita a fare tutto questo senza attingere a una preparazione teologica o filosofica, ma solo con la sua lettura intensa e profonda dei vangeli.

Il suo insegnamento è talmente nuovo, forte, profondo che non viene capito. Forse può venire capito a poco a poco, nel tempo. Sta a noi continuare a portarne testimonianza, attenti e fedeli tramiti anche di ciò che non comprendiamo ancora.

Perché possiamo dire anche noi, con le parole di von Balthasar, che «se qualcosa è significativo nella vita e nell’opera di Adrienne, è proprio questa vivificazione centrale della rivelazione cristiana. È solo a partire da questo centro che tutte le forme particolari del suo servizio ricevono il loro senso; e alcune forme di questo servizio, che sono le più straordinarie, resteranno certo incomprensibili per molto».

di Lucetta Scaraffia

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19 ottobre 2019

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