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Il coraggio di Mustafà

Mustafà, capelli neri come i suoi occhi, ha 14 anni e non perde di vista Mariam, la sorellina di 9 mesi con un piede malformato e una protesi precaria che quasi le impedisce di camminare. L’ha portata in braccio, qui in Vaticano, per presentarla a Papa Francesco. È l’amore di Mustafà per la sorellina che ha reso possibile aprire il “corridoio umanitario” per trarre letteralmente in salvo 33 persone — 14 sono minorenni — “prigioniere” a Lesbo, arrivate a Roma il 4 dicembre.

«Devo portare la mia sorellina fuori dal campo profughi, nessuno la sta curando e quando viene qualche dottore non può fare nulla perché qui non c’è niente che si può fare per lei». Con queste parole secche, era il mese di maggio, Mustafà si parò davanti al cardinale elemosiniere Konrad Krajewski, inviato dal Papa a Lesbo, due anni dopo la sua visita, per rilanciare «la missione di salvare vite umane». E per affrettare i tempi Mustafà consegnò subito tutti i documenti sanitari della sorellina a Daniela Pompei, responsabile del servizio per i migranti e rifugiati della Comunità di Sant’Egidio. A 14 anni questo ragazzino di origini afgane ha già capito come si affrontano emergenze e burocrazie. «Non c’è tempo da perdere» fece presente Mustafà agli inviati del Papa, con il coraggio di chi ha perso tutto, ma proprio tutto, tranne la dignità.

E gli inviati del Papa di tempo non ne hanno perso, in effetti. Il cardinale Krajewski non trattiene le lacrime nel ricordare quel suo primo incontro con Mustafà. «Il Pontefice è colui che costruisce i ponti. E oggi il ponte è il “corridoio” attraverso il quale con Mustafà sono riuscite a passare queste 33 persone». Francesco le ha accolte a braccia aperte. Ma loro si sono avvicinate al Papa con lo scrupolo di non aver nulla da portargli in dono per dirgli grazie. «Non abbiamo veramente niente» dice la mamma di Mustafà. Accanto a lei il marito Abdullah e gli altre tre fratellini. Una giovane afghana, appassionata di pittura, in fretta e furia ha dipinto un ritratto del Papa riprendendolo da una fotografia che il cardinale Krajewski le aveva dato nella visita di maggio a Lesbo.

Esther, invece, è scappata dal Togo per sfuggire a un matrimonio forzato e ha subìto violenze nel percorso disperato che l’ha portata fino a Lesbo. Qualcosa Esther ce l’ha: le lacrime anzitutto, e poi le perline colorate con cui non ha rinunciato a ornare i capelli, come le ha insegnato sua mamma quando era piccola. Dignità appunto, che povertà e soprusi non cancellano. Esther — che in Togo ha lasciato la figlia e vive nella speranza di riabbracciarla — dà una mano a Clarisse a prendersi cura della figlia nata appena 3 mesi fa. L’ha chiamata Kymia, che nella lingua lingalo parlata nel suo Camerun significa “pace”. Una scelta che dice tutto perché compiuta nell’inferno del campo profughi di Moria: solo tende e lamiere, pochissima acqua ed elettricità, cure quasi nulle e filo spinato tutto intorno. «E come lo vuoi chiamare se non campo di concentramento?» dice il cardinale.

Papa Francesco ha accolto i migranti nell’atrio dell’ingresso del Palazzo apostolico dal Cortile del Belvedere, dove ha pronunciato il discorso. Due ragazzi afgani hanno tolto il velo che copriva la croce in resina colorata trasparente, all’interno della quale c’è un giubbotto salvagente e con il Pontefice, che l’ha benedetta, l’hanno portata nel palazzo dove è stata posta su una parete, subito prima di arrivare agli ascensori. Francesco, nel discorso, ha voluto scandire le coordinate geografiche del punto esatto dove quel giubbotto è stato recuperato, il 3 luglio scorso, dai soccorritori. Non si sa chi fosse e da dove venisse il migrante scomparso in mare, ha affermato Francesco. Ma c’è il suo giubbotto ora a far da croce. Ed è stato Sandro Mariotti, aiutante di camera del Papa, a salire su una scala e a compiere questo semplice gesto di collocare la croce sul muro. Rispondendo all’invito di Francesco — «Adesso, guardando questo giubbotto e guardando la croce, ognuno in silenzio preghi. Il Signore benedica tutti voi» — i presenti hanno chinato il capo. Dei 33 profughi i cristiani sono circa un terzo.

Con il cardinale Krajewski hanno partecipato all’incontro anche il cardinale Michael Czerny — che ha per croce pettorale un frammento di legno di una barca di migranti — e padre Fabio Baggio, sotto-segretari della Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Protagonisti con i profughi di una cerimonia semplice, scabra, umile. Persino dolente. Nella memoria di coloro che sono morti cercando la vita. E con un grido squarciante perché venga messa fine a questa vergognosa ingiustizia. 

di Giampaolo Mattei

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20 febbraio 2020

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