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Il coraggio della pace

· Preoccupato per la situazione in Terra santa il Papa chiede a governanti e cittadini di opporsi alla violenza. E in piazza San Pietro proclama santi un parroco, una religiosa e una coppia di coniugi ·

In Terra santa «c’è bisogno di molto coraggio e molta forza d’animo per dire no all’odio e alla vendetta e compiere gesti di pace». Preoccupato per le tensioni esplose in questi giorni in Israele e nei Territori palestinesi, il Papa ha lanciato un appello a «governanti e cittadini», invitando i fedeli presenti all’Angelus di domenica 18 ottobre a pregare «perché Dio rafforzi in tutti il coraggio di opporsi alla violenza e di fare passi concreti di distensione». Per il Pontefice, «nell’attuale contesto mediorientale è più che mai decisivo che si faccia la pace nella Terra santa: questo ci chiedono Dio e il bene dell’umanità».

In precedenza, durante la messa celebrata con i padri sinodali impegnati in questi giorni nell’assemblea sulla famiglia — che prosegue i suoi lavori all’interno dei circoli minori fino a martedì mattina — Francesco aveva proclamato santi il parroco italiano Vincenzo Grossi, la religiosa spagnola Maria dell’Immacolata Concezione e i coniugi francesi Ludovico Martin e Maria Azelia Guérin, genitori di Teresa di Lisieux.

All’omelia il Pontefice ha ricordato che il servizio è «la vera autorità nella Chiesa» e che arrivismo e ambizione sono incompatibili con la sequela di Cristo. Ai suoi discepoli Gesù raccomanda infatti di respingere «la tentazione mondana di voler primeggiare e comandare sugli altri» e li invita a seguirlo sulla «via dell’amore».

«Di fronte a gente che briga per ottenere il potere e il successo, per farsi vedere, di fronte a gente che vuole siano riconosciuti i propri meriti, i propri lavori — ha fatto notare Francesco — i discepoli sono chiamati a fare il contrario». L’appello di Gesù è «a cambiare mentalità e a passare dalla bramosia del potere alla gioia di scomparire e servire; a sradicare l’istinto del dominio sugli altri ed esercitare la virtù dell’umiltà».

C’è dunque «incompatibilità tra un modo di concepire il potere secondo criteri mondani e l’umile servizio che dovrebbe caratterizzare l’autorità secondo l’insegnamento e l’esempio di Gesù». Non è possibile conciliare «onori, successo, fama, trionfi terreni e la logica di Cristo crocifisso» ha ripetuto il Pontefice, ribadendo invece la perfetta «compatibilità tra Gesù “esperto nel patire” e la nostra sofferenza».

Al riguardo Francesco ha osservato che Cristo «esercita essenzialmente un sacerdozio di misericordia e di compassione», perché «ha fatto l’esperienza diretta delle nostre difficoltà, conosce dall’interno la nostra condizione umana; il non aver sperimentato il peccato non gli impedisce di capire i peccatori». La sua gloria, in sostanza, «non è quella dell’ambizione o della sete di dominio, ma è la gloria di amare gli uomini, assumere e condividere la loro debolezza e offrire loro la grazia che risana, accompagnarli con tenerezza infinita, accompagnarli nel loro tribolato cammino».

L'omelia del Papa 

L'Angelus 

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13 novembre 2019

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