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Il contributo dei cristiani all’integrazione europea

· A Belgrado riunito il comitato congiunto del Ccee e della Kek ·

In Europa il dialogo ecumenico si è venuto sviluppando anche grazie a un’intensa e fraterna collaborazione fra gli organismi istituzionali che riuniscono la stragrande maggioranza dei cristiani. Da decenni, il Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee) e la Conferenza delle Chiese europee (Kek) lavorano alla definizione di progetti e alla loro realizzazione nella convinzione che questo favorisca la crescita della dimensione ecumenica dell’esperienza cristiana in Europa. Vengono così messe in evidenza le peculiarità europee del dialogo ecumenico, chiamato a confrontarsi, più che altrove, con una plurisecolare memoria storica di divisioni e di contrapposizioni, e al tempo stesso a offrire un reale contributo per la costruzione dell’unità europea.

In questi decenni ampio e articolato è stato il programma delle iniziative promosse congiuntamente dal Ccee e dalla Kek, ma è indubbio che, da un punto di vista ecumenico, le tre assemblee europee — a Ginevra (1989), Graz (1997) e Sibiu (2007) — rappresentano un passaggio fondamentale per lo sviluppo del dialogo ecumenico. Quest’ultimo, dopo l’assemblea di Sibiu, ha assunto forme e dimensioni tali da far pensare a modalità nuove per il suo ulteriore approfondimento in Europa rispetto a questi grandi eventi assembleari.

Nel vasto panorama delle iniziative un posto di rilievo spetta anche alla Charta Oecumenica , firmata il 22 aprile 2001 a Strasburgo dai presidenti del Ccee e della Kek (Konferenz Europäischer Kirchen) dopo un lungo processo redazionale che ha visto la partecipazione dei cristiani europei impegnati non solo a rivedere il testo in discussione ma anche a scoprire la necessità di condividere sempre più le istanze quotidiane del dialogo ecumenico. Il Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa e la Conferenza delle Chiese europee hanno così consolidato una prassi di lavoro ecumenico che si alimenta di regolari incontri nei quali verificare i passi compiuti e definirne di nuovi per il futuro in modo da prendere parte al dibattito del movimento ecumenico che vive una stagione completamente nuova in Europa.

Nell’ambito di questa collaborazione ecumenica si tiene l’incontro annuale del comitato congiunto del Ccee e della Kek, dal 17 al 20 febbraio a Belgrado, ospitato dalla locale comunità cattolica guidata da monsignor Stanislav Hočevar, salesiano, arcivescovo di Belgrado e presidente della Conferenza episcopale internazionale dei Ss. Cirillo e Metodio. Il comitato congiunto, istituito nel 1972, è co-presieduto dal cardinale Péter Erdő, arcivescovo di Esztergom-Budapest, e dal metropolita di Francia, Emmanuel, del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, a capo rispettivamente del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa e della Conferenza delle Chiese europee. L’organismo comprende sette membri per ciascuna istituzione, oltre ai due segretari generali, padre Duarte Nuno Queiroz de Barros da Cunha, per il Ccee, e Viorel Ionitá (ad interim), per la Kek, in modo da rappresentare la pluralità di tradizioni cristiane in Europa.

Il tema dell’incontro di quest’anno è il rapporto tra l’identità cristiana e l’integrazione europea, che verrà discusso a partire da una riflessione su quattro ambiti: la libertà religiosa, l’ecumenismo, la crisi economica e la pace. All’ordine del giorno compaiono anche un approfondimento sulla presenza dei rom in Europa, sulle loro condizioni di vita nei singoli stati e sul livello di assistenza portata dalle Chiese cristiane, un confronto sull’attualità della Charta Oecumenica a dieci anni dalla sua firma, anche alla luce delle nuove domande dell’ecumenismo in Europa, e una valutazione dello stato dei rapporti tra cristiani e musulmani, con particolare attenzione al contesto europeo, senza però limitarsi ad esso, vista la provenienza di molti musulmani che vivono attualmente in Europa.

Proprio sui temi all’ordine del giorno, padre da Cunha e monsignor Hočevar propongono alcune riflessioni sottolineando il rilievo di questo incontro per l’accoglienza degli ultimi, in particolare dei migranti, per il dibattito sulla libertà religiosa, per il futuro dell’ecumenismo e per le relazioni con l’islam. Per il segretario generale del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, è importante ricordare l’ampiezza dell’azione ecumenica a favore degli ultimi nel vecchio continente, che si manifesta con la redazione di documenti comuni con i quali i cristiani ribadiscono l’importanza dell’accoglienza dell’altro e con la promozione di una serie di iniziative concrete che cercano di aiutare gli ultimi a risolvere le questioni contingenti, favorendo anche un processo di integrazione, nel quale il rispetto per la propria identità viene coniugato con la conoscenza delle regole e delle tradizioni dell’Europa. Si tratta quindi di rafforzare quanto già viene fatto, a vario livello, dai cristiani, insieme, in nome del rispetto della dignità della persona umana, che non è un diritto concesso ma un elemento costitutivo dell’essere umano senza il quale non esiste società.

Da questo punto di vista l’arcivescovo di Belgrado ha dichiarato che l’esperienza dei cristiani nei Balcani è molto utile poiché, anche a seguito delle drammatiche vicende avvenute alla fine del secolo scorso, si è creata un’intensa collaborazione proprio nel campo dell’accoglienza e dell’assistenza, mostrando così quanto i cristiani siano uniti in questa azione, che, talvolta, coinvolge anche i credenti di altre religioni, scoprendo quanto le fedi possano dialogare a partire dal comune riconoscimento della dignità umana.

Il dibattito sul diritto alla libertà religiosa appare particolarmente importante in questa fase storica, poiché esso è messo in discussione in molte parti del mondo; anche l’Europa non è immune da attacchi a questo diritto, tanto che il Ccee ha voluto istituire un osservatorio sulle intolleranze nei confronti dei cristiani in Europa. Proprio dall’Europa i cristiani si aspettano una parola chiara sulle persecuzioni che i cristiani subiscono nel mondo tanto più che, come ha ricordato padre da Cunha, senza la libertà religiosa non c’è vera libertà.

Per quanto riguarda lo stato del dialogo ecumenico, non si può che essere lieti di come i cristiani manifestino la tensione all’unità; le tante iniziative locali, lo sviluppo dei dialoghi bilaterali, la scoperta della gioia della condivisione della spiritualità ecumenica indicano quanto il dialogo ecumenico si sia radicato nella vita delle Chiese in un momento nel quale appare completamente superata l’illusione di considerare l’unità qualcosa di semplice e di facile da raggiungere, facendo ricorso a eccessive semplificazioni e a qualche silenzio. Le eventuali difficoltà, che vengono spesso evocate, fanno parte di una stagione nella quale si è preso coscienza di quanto il cammino ecumenico richieda un coinvolgimento pieno delle comunità e dei singoli credenti, chiamati a una conversione profonda per essere pronti a vivere l’unità della Chiesa. Per monsignor Hočevar si deve sempre ricordare che i tempi del cammino ecumenico non dipendono dall’uomo ma da Cristo, il Signore della storia, al quale ci si deve affidare con la preghiera quotidiana che chiede di superare le divisioni per testimoniare l’unità nell’amore, pur dovendoci confrontare con le questioni che sembrano scoraggiare il dialogo ecumenico, che rappresenta una ricchezza per l’Europa.

Sul tema del dialogo con l’islam, per padre da Cunha si avverte la necessità di prendere coscienza di quanto già viene fatto a livello locale nella Chiesa cattolica per capire come far circolare questi risultati e cosa si deve fare ancora per rafforzare il dialogo, promuovendo una sempre migliore conoscenza dell’islam, in una prospettiva veramente ecumenica, con il coinvolgimento della Kek. In questa direzione si è mosso il Ccee organizzando un primo convegno a Bordeaux nell’aprile 2009 e preparandone un secondo per il maggio 2011 a Torino, in modo da offrire un quadro, il più esaustivo possibile, dello stato e dei risultati del dialogo islamico-cristiano in Europa. Per monsignor Hočevar appare fondamentale conoscere le tante esperienze di dialogo che, anche nei Balcani, stanno creando un clima diverso dal passato, con il superamento della logica della ricerca della reciprocità, dal momento che si viene affermando l’idea della libertà, declinata in molti modi, dalla libertà di culto alla libertà dell’educazione. In questo modo il dialogo, che nasce dall’ascolto dello Spirito, diventa l’elemento sul quale i cristiani possono contribuire a costruire una società, fondata sulla libertà e nel rispetto della propria identità, in modo da promuovere un’integrazione tra uomini e donne nella verità.

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