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Il consiglio di Orienzio

· Nella Gallia del quinto secolo ·

Il passato ha ancora molto da dirci. C’è un gruppo di poeti vissuti nel v secolo nella regione francese dell’Aquitania — e più estesamente della Gallia meridionale — la cui produzione letteraria presenta dei contenuti assai significativi dal punto di vista religioso e spirituale.

La stagione di profonda crisi che questi autori hanno dovuto attraversare per tanti aspetti è molto simile a quella che segna la nostra epoca. Sono vissuti infatti in un periodo che ha visto il loro territorio occupato dalle popolazioni dei vandali, degli alani, degli svevi, dei visigoti che, superato il limes naturale del Reno oppure delle Alpi, dal 406 avevano cominciato ad affluire nella Gallia per poi passare in Spagna determinando un periodo di grande confusione durato diversi anni.

Alarico e il suo esercito in una stampa settecentesca

Di fronte allo sgretolarsi dell’ordine tradizionale sotto la spinta di gentes externae, questi autori presentano ampi riferimenti alle difficoltà del tempo, alle distruzioni e ai disastri di cui, loro malgrado, avevano dovuto essere spettatori.

Traccia di questa situazione rovinosa è possibile per esempio nel Carmen de providentia Dei, forse di Prospero di Aquitania, dove si può leggere questa preoccupata riflessione: «Non castelli sulla rocca, non fortezze poste su alti monti, / non città su canali marini, sono riuscite ad avere la meglio di tutte le insidie / e delle armi del barbarico furore: cose estreme abbiamo sopportato (ultima pertulimus)» (vv.35-38).

Anche nel Poema ad uxorem, di cui probabilmente è autore Paolino, vescovo di Nola, ma originario di Burdigala (oggi Bourdeaux) capoluogo dell’Aquitania, è possibile rinvenire gli stessi scenari di guerra. Esplicito in questo senso è il distico: «Dovunque echi di guerra, la follia eccita tutti, / re contro altri re, alla testa di eserciti che non si contano» (vv. 27-28), oppure l’amara considerazione che esprime e condensa un giudizio su un’intera epoca: «E tutto va a precipizio verso la fine (Omniaque in finem praecipitata ruunt)» (v. 24).

La stessa drammatica situazione viene denunciata da un altro poeta-teologo: Orienzio, vescovo di Augusta Ausciorum, città dell’Aquitania meridionale (oggi Auch in Guascogna). Orienzio infatti ci ha lasciato un’opera di carattere didascalico e morale, il Commonitorium, la cui redazione è pressoché contemporanea all’arrivo dei barbari in Gallia tra la fine del 406 e gli inizi del 407.

Delle loro devastazioni questo autore fornisce nella seconda parte dell’opera (ii, 165-184) una descrizione accorata che chiude con un verso di assai forte impatto: «L’intera Gallia ha fumato in un sol rogo (Uno fumavit Gallia tota rogo)». Un explicit che concorda pienamente per spirito con il sentimento di altri autori del tempo. Sempre facendo riferimento alle fonti coeve, nell’Epigramma Paulini, attribuito a Paolino di Béziers in Occitania, questo clima di paura è infatti ben espresso, laddove si parla di «crollo del mondo (excidium orbis)» (v.38) e si dice che «dappertutto uno stesso nemico imperversa come un turbine esteso» (v.87). Di un identico terrore si dà conto anche nel citato Poema ad uxorem in versi molto concitati: «Un’empia discordia infuria in un mondo confuso / la pace ha lasciato la terra: quello che vedi è la fine (Impia confuso saevit discordia mundo, / pax abiit terris, ultima quaeque vides)» (vv. 29-30). E si muove ancora sullo stesso registro apocalittico anche il menzionato Carmen de providentia, dove si è messi di fronte a uno scenario di campi devastati, di dimore deserte, di città incendiate e quasi l’autore scorge in questi fatti il segno di un giudizio divino (cfr. vv. 903-933). Ciò che rende tuttavia interessanti questi poeti non è solo la testimonianza storica che rendono e tramandano ai posteri, ma anche la lettura teologica degli accadimenti che offrono quando cercano una spiegazione. Nell’Epigramma Paulini si può leggere infatti che «se si fosse capaci di sciogliere i nodi degli antichi vizi / nessuna forza avrebbe potere contro i servitori di Cristo» (vv. 93-94).

La stessa ermeneutica dei fatti storici è espressa da Paolino di Nola allorché nel carme 26 (datato 402) può scrivere che sono i crimini del suo popolo ad aver provocato l’ira del Dio offeso: «Credete che non per le armi, né per la forza devono temersi i popoli stranieri, che l’ira di Dio, offeso per i nostri peccati, muove» (vv. 70-72).

Anche in Orienzio si può desumere una simile interpretazione dei mali nella storia. Non a caso infatti inserisce la citata digressione sulle invasioni barbariche del Commonitorium dopo la trattazione dei peccati di invidia, avarizia, vanagloria, menzogna, gola ed ebrezza, che sembrano essere la causa morale prossima per l’irruzione dei barbari dentro i confini dell’impero.

In un contesto così drammatico questa schiera di poeti-teologi spesso si chiede, e non in maniera retorica, quale sia il senso di tante sventure.

Ciò che accomuna questi scrittori transalpini è la ricerca di un perché agli avvenimenti che era loro toccato vivere ed è assai rilevante che al di là di una ermeneutica della storia catastrofista e apocalittica, essi vedano nel contingente una opportunità per rifondare le basi della stessa fede. La richiesta che fanno al cristianesimo, infatti, è di liberarli dalle ultime lusinghe di una realtà in piena disgregazione, per ristabilirli dentro il perimetro di una fede certa e rigorosa capace di ripristinare quell’integrità morale, il cui scadimento, a loro giudizio, non poco aveva contribuito allo scardinamento dell’impero. Pensando in questo modo, stanno indirettamente facendo anche posto allo straniero, che li aveva obbligati a rivedere le loro vite. E, di conseguenza, finiscono per nutrire persino stima verso i barbari. E per vedere in loro quella dignità che — primo fra tutti — Orienzio avrebbe riconosciuto allorché, qualche decennio più tardi (439), si schierò al loro fianco per avere la meglio sui comandanti romani Elio e Litorio. Inviati nelle Gallie per riportare la situazione sotto il controllo — ahimé, troppo tardi — dell’aquila imperiale. 

di Lucio Coco

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15 settembre 2019

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