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Il congedo del pastore

· Le esequie dell’arcivescovo Léon Kalenga Badikebele presiedute dal Pontefice ·

«Le mani di Dio... sono le mani più belle, mani piagate di amore... E noi affidiamo il nostro fratello alle mani di Dio». Così Papa Francesco ha rivolto l’estremo saluto all’arcivescovo Léon Kalenga Badikebele, nunzio apostolico in Argentina, durante le esequie presiedute la mattina di sabato 15 giugno all’altare della Cattedra della basilica Vaticana. Con il Pontefice hanno concelebrato sette cardinali, fra i quali il segretario di Stato Pietro Parolin; gli arcivescovi Edgar Peña Parra, sostituto, Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, e Jan Romeo Pawłoski, delegato per le Rappresentanze pontificie; i monsignori Paolo Borgia, assessore, e Antoine Camilleri, sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati; e tutti i nunzi che, come l’arcivescovo Kalenga Badikebele, erano giunti in Vaticano il 12 giugno per l’incontro dei rappresentanti pontifici. Al rito ha assistito l’arcivescovo Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia. Con i membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede era presente monsignor Joseph Murphy, capo del protocollo. Tra loro, gli ambasciatori della Repubblica democratica del Congo, paese natale di monsignor Kalenga Badikebele, di El Salvador e di Argentina, gli ultimi due paesi dove l’arcivescovo aveva compiuto il suo servizio come nunzio apostolico. Tra i fedeli, il fratello, la sorella e i nipoti del defunto presule. La messa — accompagnata dal canto della Cappella Sistina guidato da monsignor Massimo Palombella — è stata diretta da monsignor Guido Marini, maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie. Al termine Papa Francesco ha presieduto il rito dell’«ultima commendatio» e della «valedictio». L’arcivescovo Kalenga Badikebele sarà sepolto a Roma, nel cimitero del Verano.

Questa Eucaristia finirà con la preghiera della valedictio, cioè dell’addio: “dire addio” al fratello. È come dire: noi ti lasciamo andare da Dio, andare nelle mani di Dio. La Bibbia ci dice nel Libro della Sapienza che l’anima dei giusti è nelle mani di Dio (cfr 3,1). Le mani di Dio, che sono le mani più belle, piagate di amore, mani piagate di amore. E noi affidiamo il nostro fratello alle mani di Dio.

E questa è anche una preghiera di congedo, e ancora di più: è il congedo del pastore. Il pastore si congeda dal suo popolo, dal suo gregge. Come ha fatto Paolo a Mileto, davanti agli anziani di Efeso, col pianto (cfr At 20,17-38). Tutti piangevano, gli si gettavano al collo, lo baciavano prima che lui andasse sulla nave. Il congedo del pastore. Il pastore si congeda con la propria testimonianza: «Voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo» (v. 18): questa è la mia vita — dice al gregge — giudicate voi. Una testimonianza. Il pastore si congeda facendo vedere che la sua vita è una vita di obbedienza a Dio: «Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado» (v. 22) da un’altra parte. È lo Spirito che mi ha portato e che mi porta; è come la “colonna” che regge la vita del pastore.

Il pastore si congeda anche con una testimonianza di distacco: è abituato a non essere attaccato ai beni di questo mondo, a non essere attaccato alla mondanità. «Io so che non vedrete più il mio volto, [...] attesto solennemente oggi, davanti a voi, che io sono innocente» (vv. 25-26) di tante cose, e si distacca da loro. Come se dicesse: “adesso siete adulti”. «Vegliate sui voi stessi e su tutto il gregge» (v. 28). Vegliate, lottate; siete adulti, vi lascio soli, andate avanti.

Poi, come fratello e padre, il pastore si congeda con la profezia: State attenti, state attenti perché «dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci» (v. 29). Indica il cammino, come difendersi da soli senza il pastore.

Alla fine prega: «E adesso vi affido a Dio» (v. 32), e in ginocchio con i suoi presbiteri prega.

Questo è il congedo del pastore, che Paolo ha vissuto così fortemente a Mileto. E oggi pensiamo a tutte queste cose, e forse il nostro fratello Leone ci dirà e dirà al suo popolo, al suo popolo di Argentina, del Salvador, in tante parti dove è andato: “Adesso vi affido a Dio”.

E abbiamo sentito anche l’altro congedo, il congedo di Gesù, che è un congedo in speranza: «Vado a prepararvi un posto» (Gv 14,2). Il distacco è provvisorio, è temporaneo: “Io vado avanti, il gregge verrà dopo. Vado a prepararvi un posto”. Cioè, io vado dove vorrei che tutti voi arrivaste, a quel punto. “Vado a prepararvi un posto”: è la speranza. Diceva la spiritualità, che almeno noi abbiamo imparato nel noviziato, che tutta la vita è una strada per imparare a morire. Questo andava bene in quella spiritualità novecentesca che era un po’ così... A me piace dire: la vita ci insegna a congedarci. Imparare a congedarsi. E vedere come si congedano i pastori, come Gesù, come Paolo, come tanti, come Leone, tutti, si congedano. Anche noi possiamo imparare: fare dei passi per congedarci, piccoli congedi di cambio di missione, e il grande congedo alla fine. Che il Signore dia a tutti noi questa grazia: imparare a congedarci, che è una grazia del Signore.

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18 settembre 2019

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