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Il conforto della luce

· Piccolo trattato di teologia in «Fiat Lux» di Alessio Conti ·

Kevin Deaton, «Fiat Lux»

«Vicino alla riva, avvolto nella foschia notturna c’era un bambino. Questi gli disse di aver bisogno del suo aiuto, perché doveva raggiungere senza indugio la sponda opposta prima dell’alba. Nonostante fosse notte fonda, Cristoforo acconsentì prontamente alla richiesta del piccolo. Lo prese sulle spalle ed entrò in acqua. Si era appena addentrato nel fiume quando il livello dell’acqua cominciò a salire fino ad arrivargli al collo. Quel bambino prima così leggero iniziò a pesare tanto che Cristoforo pensò di avere sulle spalle un enorme carico di ferro. Il corso d’acqua si ingrossava sempre più e il peso di quel bambino rischiava di farlo andare a fondo. Cristoforo, sempre così fiducioso, pensò per la prima volta di morire sommerso dalle acque. (...) In ultimo, stremato dalla fatica e dalla paura, riuscì a raggiungere l’altra sponda. Fatto scendere il bambino a riva, gli disse: “Pensavo di morire per colpa tua. Nonostante tu sia così piccolo ho creduto di portare il peso del mondo intero. Da quando faccio il traghettatore non ho mai incontrato una persona pesante come te”. Allora una luce immensa avvolse il fanciullo che si trasformò, davanti ai suoi occhi, in Gesù. “Il bambino che tu hai traghettato non era un bambino qualunque, era il Cristo, e il peso che hai trasportato era quello del mondo intero”», così, in Io ci sarò (Sellerio 2013), la scrittrice sudcoreana Kyung-sook Shin racconta la nota storia di Cristoforo e del bambino da traghettare.

Quella «luce immensa» è la protagonista di Fiat Lux (Todi, 2018, pagine 241, euro 15), libro che Alessio Conti ha recentemente pubblicato per i tipi di Tau Editrice. Come spiega il sottotitolo, “Piccolo trattato sulla teologia della luce”, il volume indaga e medita l’elemento della luce e la sua portata teologica: intervallato da spunti autobiografici (l’autore è docente di religione cattolica della diocesi di Roma), si tratta di un viaggio all’interno della Sacra Scrittura, dal Vecchio al Nuovo testamento, in un’ottica cristologica. Si parte dai libri sapienziali, passando per Paolo, Agostino, le omelie dei Pontefici, le preghiere della tradizione e la grande letteratura. Dante e Manzoni in testa. Indagando cristianamente la Luce, l’autore — come scrive Carmelo Pandolfi introducendo il libro — «nello Spirito la cerca, la trova, la celebra, la adora». La luce in tutte le sue possibili angolazioni: se essa infatti nel mondo naturale è elemento imprescindibile per ogni nascita e crescita, un processo identico lo svolge nella storia sacra. E nella dimensione spirituale.

Ovviamente, la luce e il suo opposto. Come rivela anche la narrazione di Kyung-sook Shin, in tutto il discorso su di lei, infatti, c’è un altro elemento che non può essere tralasciato: il buio. Un buio che non è solo assenza di luce, ma è inerzia, è — scrive Conti — «radicale mancanza di un criterio ordinatore. È un plumbeo silenzio derivante dalla impossibilità stessa di qualcosa come una parola». Un silenzio che racconta l’incapacità di operare, l’impossibilità di riconoscersi e di riconoscere, e quindi «l’assenza della stessa facoltà di creare uno spazio di comunione tra gli uomini non ancora presenti, la natura e Dio stesso».

Perché alla notte — che in una prospettiva strettamente giovannea rappresenta l’impossibilità di muoversi, discernere e sperare — si oppongono la fede, le opere e il giorno («caldo come l’amore»).

Il calore è un elemento che contraddistingue la luce nella narrazione di Conti, che in questi passaggi ci propone un modo diverso, molto arricchente, di guardare la realtà. «Da persona non vedente — scrive infatti l’autore — percepisco la luce come calore. L’assenza di un confronto quotidiano con questo fenomeno nella sua totalità ha stimolato in me una curiosità derivante dalla negazione stessa che, nutrita nelle letture, ha alimentato queste considerazioni. Lo studio, infatti, deve partire dalla “nuda vita”, da quell’esperienza che ciascuno di noi è (...). Per chi non vede la luce è fondamentalmente calore: la sua natura allude a una presenza assente, a un tempo rischiarante e consolante. È il calore della Scrittura, quello della tradizione, quello di alcuni pronunciamenti magisteriali che illuminano, riscaldandola, l’idea stessa di una vita buona e, per questo, beata». In questo senso, la notte non è tanto buio, quanto piuttosto freddo. Assenza di calore.

Una luce, infine, che serve alla stessa luce. «Tu, Signore, sei luce alla mia lampada»: questo splendido versetto del Salmo 18 ci ricorda che anche la luce, in un orizzonte teologico, necessita di essere illuminata. La lampada va, infatti, alimentata con l’olio dello Spirito.

di Silvia Gusmano

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15 settembre 2019

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