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Il compositore
che visse due volte

· Domenico Zipoli musicista in carriera nella Toscana del Settecento e gesuita in missione nel Nuovo Mondo ·

Pubblichiamo un articolo uscito sul numero 7 (320) della rivista «Amadeus». Allo Zipoli organistico hanno dedicato registrazioni Sergio Vartolo (Tactus) e Gabriele Giacometti (Elegia), altro pratese che da quasi vent’anni dirige nella sua città un festival dedicato al compositore. Pezzi per tastiera e voce in Cantatas & Sonatas, cembalista e direttore Alfonso Fedi (Tactus). Dello Zipoli missionario si occupa da tempo Gabriel Gariddo che, con l’Ensemble Elyma, ha inciso anche l’opera San Ignacio (k617) di cui si trova una messinscena su YouTube. Recente è l’uscita del cd Complete Suites & Partitas dell’etichetta britannica Heritage, lettura su pianoforte moderno delle Sonate d’intavolatura per cembalo dovuta al pratese Giovanni Nesi cresciuto alla scuola di Maria Tipo e Andrea Lucchesini.

Domenico Zipoli per tre secoli e mezzo se lo sono scordato tutti. Eccetto gli indios. Alle stampe ha dato un solo libro di musica, ma in America Latina le sue note si sono propagate ovunque, fin nelle foreste. Esattamente trecento anni fa pubblicava a Roma le Sonate d’intavolatura per organo e cimbalo, primo traguardo di una carriera in ascesa. Eppure, subito dopo l’uscita del volume, decise di lasciare tutto per farsi gesuita. Data spartiacque tra le sue due vite, quel 1716. 

Nelle foto, ruderi della reducción  di  São Miguel das Missões in Brasile

La prima cominciata a Prato, il 17 ottobre 1688 all’una e trenta di notte. La seconda a Cadice, quando il 5 aprile 1717 prese il mare diretto nelle missioni del Nuovo Mondo. La morte lo coglierà prematuramente a Córdoba, Argentina, il 2 gennaio 1726. Da quel momento l’Europa ne smarrisce la memoria, arrivando addirittura a dubitare della sua esistenza. Non gli indigeni, che invece ne hanno sempre conservato gelosamente le partiture manoscritte come feticci religiosi.

Zipoli, statura media, due nei sulla gota sinistra, proveniva da una famiglia contadina molto religiosa. Anche tre dei suoi sette fratelli prenderanno i voti: Giovanni Battista, che diverrà professore di scienze umane e retorica a Prato e poi al seminario di Volterra, Maria Maddalena, monaca del terz’ordine carmelitano, Anton Francesco, cappellano del duomo e rettore del seminario di Prato. Proprio nel duomo della città natale è probabile che Domenico sia istruito nel canto, nell’organo, nella composizione. Se in seguito può portare avanti la sua formazione a Firenze con Giuseppe Maria Orlandini, destinato a diventare rinomato operista, lo deve a un sussidio concessogli dal granduca di Toscana. Floridissima allora la vita artistica fiorentina grazie al fervore mecenatesco del gran principe Ferdinando de’ Medici che allestisce melodrammi commissionati a Händel, Alessandro Scarlatti e Giacomo Antonio Perti, mentre il cembalaro di corte Bartolomeo Cristofori sta mettendo a punto un nuovo strumento, il pianoforte.

A vent’anni Zipoli già vale qualcosa visto che viene arruolato da Orlandini tra i tanti compositori impegnati a comporre l’oratorio Sara in Egitto da darsi nella Quaresima del 1708. Nell’occasione conosce Scarlatti. Lo segue a Roma e Napoli per averne lezioni, ma presto se ne separa per chissà quali dissidi. Si indirizza perciò a Bologna dove studia con il monaco Lavinio Felice Vannucci. Escono a questo punto le Sonate d’intavolatura in due parti: la prima comprende brani organistici a uso liturgico, l’altra raccoglie quattro Suite e due Partite per il clavicembalo. Curiosando fra tali composizioni a fine Ottocento, quando di Zipoli nessuno si occupava e nulla se ne sapeva, il compositore francese Vincent d’Indy giudicava il collega «uno dei migliori maestri italiani dal punto di vista della musicalità e dell’eleganza di scrittura; le sue qualità di contrappuntistica potrebbero essere considerate la continuazione di Frescobaldi, Pachelbel e Bach».

Di punto in bianco, senza alcuna ragione apparente che non sia l’accendersi in lui di una vocazione deflagrante, il musicista decide di entrare nella Compagnia di Gesù scegliendo di indirizzarsi verso le reducciones sudamericane. Le riduzioni erano città-monastero edificate in un’area che comprendeva l’attuale Paraguay, l’Argentina, l’Uruguay, la parte orientale della Bolivia, il sudovest del Brasile. Vi convivevano chierici e laici, europei e indigeni, con nutrimento, vesti, alloggi uguali per tutti. I missionari ne amministravano il potere temporale e spirituale, la terra era proprietà comune degli indios che risiedevano liberi dalle imposizioni di encomiendas pretese altrove dai colonizzatori spagnoli. Fiorivano le arti e la musica soprattutto, per la quale i nativi si dimostravano particolarmente dotati (come racconta Mission, film del 1986 diretto da Roland Joffé e vincitore della Palma d’oro al 39° Festival di Cannes, celebre anche per la colonna sonora firmata da Ennio Morricone).

Prima di salpare per l’America, Zipoli soggiorna qualche mese a Siviglia per studiare lingue indigene e logica. Dura tre mesi il viaggio per mare verso Buenos Aires: una cinquantina i gesuiti imbarcati su tre navi, fra cui lo storico spagnolo Pietro Lozano e gli architetti lombardi Giovanni Battista Primoli e Giovanni Andrea Bianchi. Dopo lo sbarco, nel freddo inverno australe del luglio 1717, serve un altro mese per raggiungere su dei carretti Córdoba, nel cui Collegio Massimo i novizi devono terminare la preparazione teologica per poter essere ordinati sacerdoti e inviati poi nelle riduzioni; nel Novecento tra i novizi di Córdoba si troverà anche un futuro Papa, Jorge Mario Bergoglio, che del confratello pratese pare sia un estimatore. La città allora risuonava di musica. Gli indios maneggiavano con perizia arpe, violini, fiati e cantavano la polifonia, imparando tutto per imitazione. Zipoli istruisce diversi allievi, dirige i servizi musicali nelle chiese della Compagnia, compone lavori inviati nelle riduzioni e nelle altre città latinoamericane: a Lima il viceré reclama sue partiture che gli vengono inviate con messi speciali.

Ma è ancora novizio quando a 37 anni, dopo nove trascorsi a Córdoba senza mai aver messo piede in una riduzione, muore a causa della tisi che lo strazia per mesi: nei dintorni non c’era nessun vescovo che potesse ordinarlo prete, il più vicino risiedeva a Santiago del Cile, troppo distante. «Rese solenni le feste religiose grazie alla musica, con non poco piacere sia degli spagnoli che dei neofiti», rammenta Lozano. «Grande era la moltitudine di gente che si recava alla nostra chiesa con il desiderio di sentirlo suonare così meravigliosamente. Aveva un carattere e un modo di fare molto gradevole e, per questo, era tanto amato sia da Dio che dagli uomini». Anche decenni dopo la scomparsa le sue partiture vengono richieste e copiate ovunque in Sud America.

di Gregorio Moppi

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18 marzo 2019

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