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Il cinema coraggioso dell'ultimo Gattopardo

· Con un documentario Giuseppe Tornatore rende omaggio al produttore cinematografico Goffredo Lombardo ·

A tredici anni faceva l'imbianchino negli studi Titanus della Farnesina. Anche se erano di suo padre Gustavo. Comincia così la carriera di Goffredo Lombardo, produttore cinematografico d'una stirpe che sembra esaurita, scomparso nel febbraio del 2005 all'età di ottantaquattro anni. Giuseppe Tornatore lo ha ricordato il 18 gennaio a Roma in un documentario, L'ultimo Gattopardo , prodotto dal figlio Guido, di straordinaria importanza per le numerose testimonianze raccolte. Un debito di riconoscenza nato sul set del Camorrista , uno degli ultimi film prodotti dalla Titanus, nel 1986.

La storia di Lombardo risale agli anni Cinquanta, quando veniva considerato l'uomo più potente del cinema italiano. Questa grandezza la si coglie già entrando nella storica sede romana della Titanus, tappezzata di manifesti dei suoi film, titoli indimenticabili, firmati da Fellini, Visconti, De Sica, Olmi: impossibile ricordarli tutti. Nel suo immenso ufficio, ti dava il benvenuto un'incredibile collezione di gatti di porcellana, d'ogni foggia e dimensione. Forse perché gli somigliavano per carattere: riservato e indipendente. Anche coraggioso, determinato, entusiasta. L'ultima occasione d'incontro — lunga, serena e sincera — fu nel luglio del 2003, per «La Rivista del Cinematografo», per un omaggio che la Mostra del Cinema di Venezia aveva deciso di tributare ai «capitani coraggiosi», ossia i produttori italiani della seconda metà del Novecento. Era difficile farlo parlare di sé, schivo a ogni tipo di pubblicità che non fosse esclusivamente legata a una sua produzione. La premessa a quell'intervista fu semplice e schietta: «Non mi piace, non voglio, non mi interessa elencare i miei successi e i miei sbagli, raccontare la mia storia. Mi dà fastidio quando qualcuno mi ricorda ciò che ho fatto e magari mi fa un complimento. Perché, dentro di me, io penso di essere una persona assolutamente normale».

Le qualità e la passione le ereditò dal padre e dalla madre, Leda Gys, che amava ricordare come la meravigliosa interprete della Vergine Maria in uno dei primi film sulla vita di Gesù, Christus di Giulio Antamoro, prodotto nel 1916 dalla Cines e girato in Egitto, nel bel mezzo del primo conflitto mondiale. «Le prime lezioni di cinema le ebbi da mio padre, nel suo ufficio di Napoli. Mia madre faceva l'attrice: il suo ultimo film fu Friquet , nel 1919. Pur essendo nel fulgore della sua carriera, smise quando nacqui. Mi è stata al fianco fino alla sua morte, nel 1957. Un appoggio morale forte e meraviglioso».

I primi passi da produttore li ricordava così: «Quando morì mio padre, mi trovai subito a dover seguire personalmente la produzione del remake sonoro de I figli di nessuno . Chiamai Raffaello Matarazzo, col quale avevamo già fatto Catene . A quel punto dovevamo commissionare la sceneggiatura e all'epoca era disponibile il più grande uomo di teatro e di spettacolo, Aldo De Benedetti. Gliela affidammo, la scrisse, la leggemmo e non ci piacque. Lo chiamai e con molta timidezza gli dissi: “Senta, l'abbiamo letta, ma veramente non ci piace”. La voce mi tremava, avevo diciotto anni, lui era uno scrittore molto affermato. Si voltò e mi disse: “Lombardo, ma io lo so, è noto che i figli delle persone intelligenti sono degli stupidi”. Allora, sempre con la voce tremolante: “Senta, io sarò stupido ma la sceneggiatura rimane brutta”. La scrissi io stesso con Matarazzo e fu l'inizio del cosiddetto neorealismo rosa».

La collaborazione irripetibile rimane quella con Luchino Visconti. «Ho sempre fatto come diceva lui. E non mi pento. Sin dai tempi di Rocco e i suoi fratelli . È stato un momento bellissimo ed emozionante della mia vita professionale. Poi arrivò Il Gattopardo , nel 1963. La storia è interessante. Lessi il romanzo, mi piacque enormemente e acquistai subito i diritti. Ma firmai un contratto capestro, pazzesco: avrei perso tutti i diritti dopo tre anni. Dovevo girare il film immediatamente. Il primo che chiamai per la sceneggiatura era un mio amico carissimo, Ettore Giannini. Ne scrisse una bellissima, ma non era il romanzo, era una storia d'Italia. La rifece. La seconda era una storia d'Italia molto ampliata, ma ancora non era il Gattopardo . Chiamai Suso Cecchi D'Amico, Festa Campanile, Franciosa e Medioli, con la mediazione di Luchino. Giannini se ne rammaricò talmente tanto che per dieci anni non mi rivolse più la parola. Mi disse che gli avevo rovinato la vita. Iniziammo le riprese. Dopo alcuni mesi, la situazione finanziaria era già difficilissima. Andai sul set da Luchino a chiedergli di risparmiare. Mi rispose: “Lombardo, io questo film lo posso fare solo così. Se lei vuole, mi può sostituire”. Abbiamo terminato il film, costato una follia, più di tre miliardi d'allora, il più caro nella storia della Titanus, mi dissanguò completamente. Avevo fatto un accordo con Zanuck della Fox per farlo distribuire in America. Quando lui vide le prime scene, mi mandò un telegramma col quale mi chiedeva di levare subito i baffi a Lancaster altrimenti in America non lo avrebbero riconosciuto. Diciamoci la verità: il film, a suo tempo, non ha avuto il successo che meritava. In America fu un flop colossale, nel resto del mondo andò malino, in Italia l'hanno accettato, forse grazie a Cannes, ma soltanto a poco a poco i signori critici si sono accorti di ciò che il film era davvero, un capolavoro».

Vinse la Palma d'oro a Cannes. Naturale chiedergli come visse il momento in cui Rocco , invece, non vinse a Venezia. «Io volevo andare a Venezia con il film. Allora era direttore della mostra un mio amico, Emilio Lonero. Mi telefonò e mi chiese di vederlo. “Non ti preoccupare, Emilio, non c'è niente di forte nel film, vai tranquillo, prendilo in concorso”. Il film andò alla mostra, ma le voci già correvano. Era stato organizzato in sala un gruppo di spettatori pronti a contestare con tanto di fischietti. Avevamo organizzato per Luchino una festa meravigliosa su di una nave in attesa del verdetto. Io ci speravo. Lui mi si avvicinò dicendomi: “Lombardo, lei s'illude. È tutto inutile. Il premio non ce lo danno”. Dopo due minuti ci informarono che il Leone era andato a un film francese, Cayatte ».

Poi venne il capitolo delle collaborazioni con i produttori dell'epoca. Difficili, se non impossibili. «Per La ciociara , con la società di Carlo Ponti, non fu una vera coproduzione, perché all'inizio il film lo dovevo produrre da solo. Ma De Sica voleva la Loren. Quindi dissi a Carlo: “fallo tu”. Così fu, ma i finanziamenti furono solo miei. La sera in cui vinse l'Oscar stavamo a cena con Sophia: ricordo quando arrivarono i giornalisti. Fu un bel momento. Con De Laurentiis eravamo, invece, dei veri competitor . Lui era partito dallo staff di Gualino alla Lux aprendo poi un suo stabilimento sulla Pontina. Un giorno lo chiamai e gli chiesi di lavorare insieme: “Dino, lavora con me e per me”. “Goffredo, perché no — mi rispose — e poi siamo napoletani entrambi e ci capiamo. Però devi capire una cosa: tu mi dai i soldi e io faccio quello che mi pare. Non domandarmi mai come li spendo e quanto spendo”. “Dino, restiamo amici: tu fai i tuoi film e io i miei”». Erano gli anni Sessanta. De Laurentiis poi emigrò in America. Lombardo, pur tentato, non lo fece mai.

Sempre accompagnato da un intuito eccezionale, capì quando le condizioni politiche e culturali misero, come lui affermava schiettamente, «in condizione i produttori di diventare solamente degli affaristi che pigliano i soldi senza fregarsene minimamente del prodotto. Per cui a poco a poco si sono allontanati dal pubblico che si è disamorato di questo cinema fatto senza rischio, senza affetto, senza entusiasmo. Non leggevano nemmeno le sceneggiature. Così si fanno delle porcherie».

Ricordava anche l'amarezza per l'ultimo film prodotto dalla Titanus, prima di approdare definitivamente alla televisione: «Un film delizioso tratto dal romanzo di Pasquale Festa Campanile, Buon Natale... Buon Anno , del 1988, con Michel Serrault e Virna Lisi. Una storia bellissima, l'ultimo film diretto da Luigi Comencini. Uscì nelle sale, non fece una lira. In saletta di proiezione alcuni amici mi chiesero: quando farai televisione? In quel momento ho capito».

Quell'incontro con Goffredo Lombardo si chiuse con una richiesta, che diceva tutto sul chi fosse realmente: «Non ditemi che sono bravo. Ditemi che sono onesto. Perché l'onestà viene al primo posto. Credetemi, è possibile essere onesti anche nel cinema».

Come da suo desiderio, l'unica musica diffusa nella basilica romana di San Lorenzo in Lucina, frequentata puntualmente ogni domenica, al termine della celebrazione delle sue esequie, è stato lo struggente valzer del Gattopardo , scritto da Nino Rota.

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