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Il cielo sopra Marzahn

· A colloquio con Eraldo Affinati ·

Più che una mostra, «un’immersione da palombaro del Novecento» per far riemergere un tesoro sepolto di frammenti di storia; il sommozzatore è Eraldo Affinati, insieme curatore e protagonista di un viaggio intitolato «Il Muro infinito — Berlino 1989-2019». Un ritratto di città atipico, insieme personalissimo e oggettivo, dove a parlare sono le statue, le stazioni, le piazze, i morti e i vivi che hanno attraversato la capitale della Marca di Brandeburgo.

Quali sono stati i momenti più belli nella costruzione di questo itinerario?

Nell’organizzare questa mostra fotografica per il trentennale della caduta del Muro di Berlino ho pensato soprattutto ai giovani, anche se il mio intento non è stato semplicemente didascalico. Il direttore del Craf di Spilimbergo, Luca Giuliani, mi ha dato carta bianca nelle scelte estetiche e culturali. L’archivio fotografico era immenso, non è stato facile individuare, fra tante immagini, quelle più giuste. Mi sono affidato all’istinto lirico, nel controllo razionale delle emozioni che certe inquadrature suscitavano in me. I fotografi esposti possiedono sensibilità esclusive: Toni Nicolini ci consegna il sentimento della Berlino divisa; Marion Messina, oltre che fotografa, è insegnante: coi suoi studenti realizzò uno straordinario reportage sul campo in presa diretta; Carlo Leidi enfatizza il momento cruciale della caduta del Muro con scatti di grande efficacia criptogiornalistica; Eugenio Novajra allude alla dimensione simbolica profonda dell’evento storico; Tommaso Bonaventura raccoglie il tratto multietnico del quartiere turco di Kreuzberg. Le didascalie che ho posto sotto queste foto, insieme ai testi presenti nei pannelli illustrativi delle quattro sezioni, dal 1974 al 1989 fino ai giorni nostri, corrispondono anche a un tracciato spirituale.

Immagini tratte dalla mostra «Il Muro Infinito — Berlino 1989-2019»,

La suggestione che ha dato origine al percorso?

Berlino per me è collegata al Friuli, in quanto mia madre fuggì dal treno della deportazione il 2 agosto 1944 alla stazione di Udine. Se lei non ce l’avesse fatta, né io né mio fratello saremmo nati. È questa anche la ragione per cui le vicende tedesche relative alla Seconda Guerra Mondiale sono presenti in molti miei libri, da Campo del sangue al Teologo contro Hitler, dedicato alla figura di Dietrich Bonhoeffer, da Secoli di gioventù a Compagni segreti, e poi specialmente Berlin, una guida d’autore in cui sintetizzai tutta la mia fascinazione per la capitale tedesca, che uscì per Rizzoli nel 2009 e sarà presto riedita nei tipi della Bur.

In questa città «nulla resta più visibile di ciò che si cerca di cancellare», scrive Johann Bernhard Merian; vale anche per la “cicatrice” del Muro?

Sì, lo credo anch’io. Ciò che nascondiamo è forse più importante di quello che possiamo vedere. Ma non in senso psicanalitico, cioè nei termini della cosiddetta rimozione personale. Esistono, come pensava Günther Anders, luoghi dove sono accaduti misfatti non percepibili solo attraverso categorie logico-razionali. Berlino, allo stesso modo di Hiroshima e Nagasaki, è in questo senso uno spazio sacro. Un città distrutta e ricostruita con presenze fantasmatiche davvero incancellabili. Io ci sento i fantasmi: dalla camminata sbilenca di Edmund Köhler, indimenticabile giovane protagonista di Germania anno zero, il capolavoro che Roberto Rossellini girò sulle macerie della metropoli, al salto spericolato di Chris Gueffroy, l’ultimo fuggiasco ventenne che tentò di scavalcare l’ostacolo ma venne fucilato dalle sentinelle, sue coetanee, il 5 febbraio 1989, pochi mesi prima della caduta del Muro. Ogni volta che ci torno, in aereo, in treno, in macchina, è come se li ritrovassi: un coro di morti che si unisce ai vivi, gli studenti festanti che vanno a Berlino a compiere oggi la loro educazione sentimentale, come facevano un tempo i giovani europei a Venezia, Roma e Firenze. Anche solo viaggiando sull’U-Bahn, si vedono ancora fra i palazzi certi spazi erbosi in cui sembra danzino gli spettri novecenteschi: è una sensazione che ho ritrovato in molte foto di Eugenio Novajra.

«Nessuno ha intenzione di costruire un muro» disse Walter Ulbricht nel giugno del 1961, due mesi prima della costruzione della grande barriera. Berlino è diventata anche il simbolo delle menzogne (e della follia) del potere.

Questo di sicuro. Allo stesso tempo Berlino rappresenta oggi la vera grande sconfitta di Adolf Hitler per come ha sostituito al delirio razzista la pratica sociale di una città fra le più accoglienti d’Europa. Le foto di Tommaso Bonaventura, poche ma incisive, sono in questa prospettiva davvero importanti: in particolare ce n’è una che mi ha molto colpito. Quella in cui si vede un gruppo di fedeli musulmani riniti in preghiera nei pressi di un parcheggio multipiano. Nell’esposizione è presente anche un filmato girato nell’ex aeroporto di Tempelhof, negli anni Trenta sede di raduni nazisti, poi simbolo del blocco di Berlino, in quanto vi atterravano gli aerei carichi di rifornimenti che garantirono la sopravvivenza della città, oggi trasformato in spazio pubblico dove avvengono sperimentazioni sociali di laboratori multietnici. Questi passaggi lancinanti mi hanno fatto innamorare di Berlino.

Quando ha cominciato a conoscerla?

Ci andai la prima volta nel 1987. Feci in tempo a varcare il Checkpoint Charlie passando da un mondo all’altro: anche visivamente, lo scarto fra il technicolor della Berlino ovest e il bianco e nero di quella est, è rimasto impresso nella mia mente. Da una parte c’erano le pubblicità vorticanti sulle pareti dei grattacieli, il piccolo nucleo capitalista dentro il grande mare comunista, dall’altra il vuoto assoluto di Alexanderplatz e l’impossibilità di spendere i marchi che ogni turista era obbligato a cambiare. Il senso di smarrimento e sospensione da me vissuto in quei giorni nella capitale prussiana, ferita a morte dal totalitarismo sovietico, l’ho ritrovato in certi scorci di Toni Nicolini che ho inserito nella mostra friulana.

Se dovesse ricordare un solo luogo di Berlino per lei più significativo di altri, quale citerebbe?

Io amo le periferie, quindi non avrei dubbi: Marzahn! In Allee der Kosmonauten, come scrissi nel mio Berlin, camminando sul ghiaccio, protetto dal cappuccio come il servitore di Gagarin, mi commossi pensando a mio nonno, partigiano della 36a Brigata Garibaldi fucilato dai nazisti. Guardando quella triste schiera di palazzi tutti uguali, tristissimi e tenebrosi, idealmente gli chiesi: era per questo che avevi combattuto? Cosa ne sapevate voi? Volevate la libertà e la democrazia. Avete dato la vita contro la dittatura. Ma i primi a tradire furono quelli che gridavano insieme a voi. È in fondo questo, ci rifletto adesso, il senso ultimo e pieno della lettera che don Lorenzo Milani indirizzò a Pipetta, compagno comunista. La riassumo così. Quando tu sfonderai la cancellata del ricco, disse preveggente il priore di Barbiana, io sarò insieme a te, ma poi, nel momento in cui tu ti stabilirai nelle dimore di lusso, tornerò nella tua stanza piovosa e puzzolente a pregare Gesù Crocifisso. Marzahn! Chi non c’è stato, è come se non avesse visto Berlino.

Che cosa colpisce di più i ragazzi oggi di queste pagine del Novecento?

Direi soprattutto il fatto che i muri rinascono, fuori e dentro di noi. Come se la storia non ci avesse insegnato niente. Da educatore so che questo noi adulti lo dobbiamo dare per scontato. Per abbattere fisicamente il muro berlinese sono bastati martelli e picconi. Ma oggi i muri che dividono il mondo, per dirla con Tim Marshall, sono sempre più numerosi: per questo, al termine della mostra, abbiamo inserito un video che li ricorda: dagli steccati di Ciudad Juárez, in Messico, al confine blindato di Israele e Palestina, dalle recinzioni metalliche che corrono per centinaia di chilometri fra India e Bangladesh alle frontiere delle enclave spagnole a Ceuta e Melilla. Io spero che una mostra come questa, intitolata proprio Il muro infinito, ci aiuti a comprendere, al di là della contingenza storica berlinese, il lavoro umano e culturale da fare all’interno della nostra coscienza per superare la paura, l’ignoranza, l’indifferenza e la protervia che sono all’origine di ogni divisione. Per questa ragione una delle ultime foto esposte ritrae un bambino turco che, seduto all’interno di un’automobile, osserva affascinato il mondo urbano circostante. La didascalia recita: «Imparando a guardare coi suoi occhi». Da piccoli sembra normale. Da adulti non lo è più. Noi dobbiamo riconquistare quello sguardo fiducioso.

di Silvia Guidi

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19 novembre 2019

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