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​Il cielo di Andrej (e di Lucia)

· ​Peccato originale e via di redenzione ·

La domanda sul male accoglie una rivelazione come l’anfora accoglie l’acqua, perché come l’anfora, la domanda, a differenza di tante risposte, non disperde ma unisce. Nel libro di Giuliana Fabris Peccato originale. Alla ricerca dell’umanità perduta (Padova, Il Poligrafo, 2016, pagine 145, euro 23) è sviluppata un’approfondita ricerca sulle motivazioni e sulle dinamiche che portano l’uomo a chiedersi il perché dell’esistenza: e questo continuo interrogarsi reca con sé quella consapevolezza del male che, muovendo dal peccato originale, tenta di avviare un percorso di redenzione che permetta di ricostruire quell’alleanza con Dio che si teme perduta. «Il punto decisivo del saggio — scrive nella prefazione Giorgio Bonaccorso — è la vicinanza tra il mito e la storia, tra il racconto simbolico e l’esperienza umana. Nel mito, nel racconto simbolico è racchiusa la verità della storia, la verità dell’esperienza umana». Un’esperienza segnata dal senso di colpa, che si presenta «tanto alle porte dell’aggressore quanto alle porte della vittima». 

Il cardinale Federigo e l’Innominato nei «Promessi sposi»  illustrati da Francesco Gonin (1840)

In quest’ultimo caso il senso di colpa amplifica il dolore perché alla violenza sperimentata per il male subito si aggiunge la violenza del sentirsi in colpa nel ruolo di vittima. Allora la prima scommessa da vincere rispetto al male — sottolinea Bonaccorso — è quella di liberarsi dal gioco perverso della colpevolizzazione. Che sia rivolta agli altri o se stessi, la colpa risveglia la domanda sul male, ma subito dopo aver svolto questo ruolo deve lasciare il posto alla terapia del perdono, affinché si rimarginino le ferite inferte alla vittima. Ed è qui che il peccato originale diventa prezioso rivelando il retroterra della colpa e di tutto ciò che ci fa sentire responsabili del male nella stessa misura con la quale, con patetico orgoglio prometeico, l’uomo si ritiene Dio.
Nell’esergo dell’opera si sottolinea che la questione del peccato originale ha sempre riguardato la donna: nell’immaginario storico, infatti, è stata “la colpa di Eva”. Tale convinzione — scrive Fabris — ha causato molto dolore, ma non è stato tutto inutile se oggi possiamo porci la domanda su che cosa significhi il peccato originale. E l’autrice aggiunge: «Del male può legittimamente parlare chi lo riceve, mentre chi lo fa non ne parla ma agisce. Se la donna è stata incolpata, già questo è averle fatto male, perché non era sola. Adamo non l’ha fermata!». Fabris rileva poi che agli albori del terzo millennio la domanda nuova alla Chiesa la sta ponendo proprio la donna. Non che ella prima ne fosse assente, ma stava nella cultura, nella storia e nella Chiesa «prevalentemente mediata».
Nel medioevo la donna era cantata e ciò aveva costituito l’umanizzazione del sacro (con Dante, Petrarca, il dolce stil novo) che portò i popoli e la loro storia nella Storia. Ne seguì l’orgoglio italiano, quella primavera che fu il Rinascimento, in cui la scrittura fu di nuovo arte e lode: è lì che si piantarono le radici dell’epoca moderna. E il terzo millennio — all’indomani della fase del postmoderno caratterizzata da smarrimento e confusione — ha ristabilito il valore della persona con l’emancipazione della donna da «una secolare inferiorità giuridica e civile». La ricerca del perché del male e del dolore nel mondo porta l’autrice a richiamare capolavori della letteratura che, al riguardo, offrono letture quanto mai illuminanti. In Guerra e pace Tolstoj — attraverso il principe Andrej — descrive superbamente il significato sotteso a una realtà che non va oltre la dimensione umana. Ferito nella battaglia contro l’avanzata napoleonica, Andrej, da terra, scoprirà il cielo, e dirà: «Come mai prima non lo vedevo questo cielo sublime? E come sono felice d’averlo finalmente conosciuto. Sì! Tutto è inganno al di fuori di questo cielo infinito. Nulla, nulla esiste all’infuori di esso». Ma Andrej non crede. E il suo spirito lo ha portato sì a scoprire il cielo, ma è un cielo inabitato. E dunque non vi è una sublimazione verso il trascendente, e il principe — scrive Fabris — rimane «un girovago di sé». Ma la prospettiva cristiana, di fronte alla presenza del male di cui non si comprendono le ragioni, si apre con Lucia nei Promessi sposi. Il frenetico incalzare delle sue domande all’Innominato: «Perché m’hanno presa? Perché sono qui? Dove sono? Cose le ho fatto? In nome di Dio» preparano il terreno per la conversione del suo “carnefice”, in una notte che per lui sarà sì devastante ma anche e soprattutto liberatoria. E nel crescendo di quegli interrogativi s’imporrà il punto esclamativo che va a suggellare la frase decisiva che pronuncia Lucia: «Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!». Il vuoto esistenziale di Andrej — scrive Fabris — era stato un’attesa del cielo: invece per Lucia, forte della fede, quel vuoto era già nulla e «c’era solo da leggervi, per lei e per il suo aguzzino, la scrittura della croce, che è sempre e soltanto misericordia».

di Gabriele Nicolò

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07 dicembre 2019

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