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Il centro
di un orizzonte vuoto

· Le lune di Italo Calvino ·

Tra i soggetti letterari più affascinanti della letteratura mondiale, la luna ha da sempre destato nella mente di poeti e scrittori un interesse unico nel suo genere. È stata destinazione di viaggi surreali e luogo di avventure fantastiche e impossibili; strumento di indagini reali, concrete, da attuare con occhio attento, preciso e calibrato, ma anche e soprattutto strumento prediletto per analisi tutte interiori, nella ricerca di quelle corrispondenze tra l’io e il firmamento che potessero tradursi in una comprensione più alta di noi stessi e della realtà che ci circonda. Ora vera e propria estensione del campo del narrabile, dello scibile e del possibile, ora interlocutrice e centro gravitazionale di una dialettica tra il microcosmo umano e l’universo sconfinato.

Una scena dal cortometraggio «La Luna» di Enrico Casarosa (Pixar Animation Studios, 2011)

La letteratura italiana è costellata di poeti e scrittori “lunari” ipnotizzati dalla bellezza e dal biancore del satellite; una tradizione, questa, che è confluita in tutti i suoi aspetti in una della figure più importanti del novecento letterario italiano: Italo Calvino.

La luna fu una presenza costante nella poetica calviniana; oggetto di un ricerca linguistico-tematica senza tregua e di un amore autentico continuamente rinnovato in narrazioni originali e sempre diverse dalle precedenti. Calvino voleva andare oltre la contemplazione di un’immagine convenzionale: «Chi ama la luna — scriveva in un articolo del 1967 — vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più». E nel satellite lo scrittore ha veramente visto molto di più di un semplice topos letterario.

In Marcovaldo (ovvero Le Stagioni in città), nel racconto Luna e GNAC, la luna, intravista a intervalli di venti secondi — perché continuamente eclissata dalla luce fastidiosa e ingombrante dell’enorme insegna pubblicitaria Spaak-Cognac — diventa magica fautrice di escapismo dalla vita urbana; l’entità naturale che si contrappone all’industrializzazione e all’artificialità di una città imprecisata (sineddoche di tutte le città in pieno sviluppo urbano tra gli anni Cinquanta e Sessanta) stordita da «geroglifici gialli e verdi e rossi, e ammiccanti occhi di semafori, e il luminoso navigare dei tram vuoti, e le auto invisibili che spingono davanti a sé il cono di luce dei fanali». Ed ecco, allora, che quella «stretta riva di luna tagliata là tra ombra e luce» provoca nel povero Marcovaldo una nostalgia «come di raggiungere una spiaggia rimasta miracolosamente soleggiata nella notte», ma anche e soprattutto una fascinazione profonda e senza tempo.

La luna, nella poetica calviniana, diventa vero e proprio emblema di leggerezza, di una levità pensosa, assorta, a coronamento di una tradizione che nel satellite ha visto il riassunto di un ideale di sospensione, di «silenzioso e calmo incantesimo» (come ci viene detto nelle Lezioni Americane). Una leggerezza che nell’esperienza letteraria dello scrittore si tramuta in autentica virtù formale della narrazione, in uno sforzo intellettuale di precisione e determinazione che muove una ricerca linguistica continua, instancabile, e che trova il proprio punto più alto nei racconti delle Cosmicomiche. Qui la luna si è fatta “vicina e consustanziale” e, sfruttando la totalità di un linguaggio scientifico, preciso, incredibilmente limpido, si sviluppa in immagini tanto vivide quanto allucinate, capaci di rendere palpabile una luna ingrandita al telescopio e osservata nei suoi particolari più intimi, come nel racconto La molle Luna, o vicina e tangibile proprio come quella “smisurata” e ravvicinata de La distanza dalla Luna, «così immensa, così accidentata di spunzoni taglienti e orli slabbrati e seghettati (...) coperta da una crosta di scaglie puntute», raggiungibile dalla cima di una scala, con la quale «s’arrivava giusto a toccarla tendendo le braccia, ritti in equilibrio sull’ultimo piolo».

Il protagonista, Qfwfq, può salire sul satellite afferrando saldamente una delle sue scaglie prima con una mano e poi con l’altra, e, dice Qfwfq: «Immediatamente sentivo scala e barca scapparmi di sotto, e il moto della Luna svellermi dall’attrazione terrestre. Sì, la Luna aveva una forza che ti strappava, te ne accorgevi in quel momento di passaggio tra l’una e l’altra». Una forza gravitazionale, magnetica; un’attrazione fisica sì, ma che può dirsi, prima di tutto, per lo scrittore, seduzione intellettuale sbocciata e maturata attraverso la lettura dei grandi scrittori del passato.

Ma è nell’ultimo periodo della produzione calviniana che la luna evolve la propria immagine in qualcosa di potente e senza precedenti. Nel Castello dei destini incrociati, Astolfo, giunto sulla superficie lunare per ritrovare il senno di Orlando, interroga il Bagatto — il poeta che abita nel bel mezzo della luna («o ne è abitato») — per sapere se questo effettivamente fosse quel «mondo pieno di senso, l’opposto della terra insensata». Ma la risposta del poeta, a chiusura del racconto, stronca qualsiasi previsione: la luna è “un deserto”, “una sfera arida” dal quale «parte ogni discorso e ogni poema; e ogni viaggio attraverso foreste battaglie tesori e banchetti alcove ci riporta qui, al centro d’un orizzonte vuoto». Staccandosi completamente dal suo modello di riferimento per eccellenza, Ariosto e l’Orlando Furioso, la luna non è più quel mondo-altro dove prodigiosamente si raccoglie tutto ciò che per colpa nostra, del tempo o della fortuna vien perduto, né tanto meno diventa luogo da ammirare ed esplorare nei suoi luoghi mirabolanti. No, la luna è diventata uno spazio vuoto, un “deserto” che acquista senso e significato proprio in virtù di un’assenza, di una mancanza che non è sconcertante, ma piena di nuove e infinite possibilità. Non è più un punto d’arrivo, ma piuttosto una pagina bianca che si fa punto di partenza per creare noi stessi nuovi significati e nuove storie infinite. Quello della luna è, ora, un paesaggio tutto “interiore”, l’unico luogo dove l’immaginazione possa abitarvi per “farne il proprio teatro”; ed è in questi termini che si conclude una ricerca esistenziale di rapporto più stretto con il satellite, nell’immagine di un orizzonte vuoto e illimitato capace di poter dire molto di più di quanto non abbia mai fatto.

di Paola Petrignani

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05 dicembre 2019

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