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​Il caso Kaufmann

· Un amore tra un ebreo e un'ariana durante il nazismo ·

Il 15 settembre 1935 il regime nazista emanava, nell’ambito delle leggi di Norimberga, la legge sulla “protezione del sangue e dell’onore tedesco”, la legge cioè che proibiva i matrimoni e i rapporti sessuali tra ebrei e “ariani”. Venivano sollecitati i divorzi per i matrimoni avvenuti precedentemente, attraverso semplificazioni delle procedure di divorzio e incentivi economici e venivano introdotte severe pene detentive, ma solo per il partner maschile della coppia incriminata, ebreo o “ariano” che fosse, per chi fosse incorso nel reato di “contaminazione razziale”, come veniva definito. Queste norme furono riprese, nel 1938, dalle leggi razziste del regime fascista.

Il romanzo di Giovanni Grasso, Il caso Kaufmann (Milano, Rizzoli, 2018, pagine 283, euro 19) rilegge proprio uno di questi casi, quello di Leo Katzenberger, un anziano commerciante ebreo decapitato nel 1941 sotto l’accusa di aver intrattenuto per dieci anni rapporti sessuali con una giovane “ariana”, Irene Seiler. Un caso noto, citato nel 1961 da Raul Hilberg nel suo libro sulla distruzione degli Ebrei d’Europa, poi analizzato in un libro del 2002 da una giornalista tedesca, Christiane Kohl, e qui riletto in chiave romanzesca, con rigore storico e vigore letterario, da Giovanni Grasso. Solo quattro dei suoi personaggi, i due protagonisti, e i due giudici che hanno gestito il processo, quello “buono” e quello “cattivo”, sono personaggi storicamente esistiti, tutti gli altri sono invenzioni, munite tuttavia di una forte verosimiglianza. Infatti è proprio attraverso questo mondo di personaggi di romanzo che Grasso dipinge con maestria la Germania nazista fra il 1933 e il 1941, il degrado crescente delle coscienze degli individui, il controllo e la delazione, la violenza del potere, la vasta complicità delle masse.
È la storia di una ragazza giovanissima. Irene, reduce da una delusione amorosa, che si trasferisce nel 1933 a Norimberga per frequentarvi una scuola di fotografia ed è ospitata da un amico d’infanzia del padre, un vedovo, il commerciante di Norimberga Leo Kaufmann, presidente della locale Comunità ebraica. Fin dall’inizio la sua presenza, sia pure in un appartamentino separato, viene vista con ostilità dai vicini, dapprima solo per i pettegolezzi che suscita il legame affettuoso che la ragazza intrattiene con il suo ospite, poi, dopo le leggi di Norimberga, come il sospetto di una relazione illecita tra un ebreo e una “ariana”. Nasce contemporaneamente un amore tra i due, tratteggiato con grande delicatezza: un amore occultato dai sentimenti filiali e paterni, mai realizzato e quasi mai confessato, riempito di passeggiate, lunghe conversazioni, attenzioni affettuose di Leo, voglia di protezione e affetto da parte di Irene. Alla fine, diventerà desiderio, reso impossibile non dall’età ma dalla violenza nazista e dall’occhiuto spionaggio dei vicini da cui ci si può difendere solo occultando i sentimenti, riducendo e nascondendo gli incontri. La guerra, con il crescere della persecuzione antiebraica, rende questo legame sempre più rischioso e difficile. Sono le terribili violenze del 1938, la spoliazione dei beni di Leo, come di tutti gli ebrei del Reich, la chiusura dell’uomo in una “casa degli ebrei”, sorta di ghetto che prelude alla deportazione. Fino all’arresto di Leo sotto l’accusa di “contaminazione razziale”. La testimonianza di Irene lo scagiona, ma i pettegolezzi del quartiere lo coinvolgono in un groviglio di accuse. Accuse non provate, però, tanto che il giudice ne ordina la scarcerazione. Ma da Berlino giunge l’ordine di condanna. Lo stesso Führer ha prestato attenzione al caso e vuole dare un esempio. Subentra allora un altro giudice, un nazista di ferro, che per condannare Leo deve però accusarlo di un altro reato, di aver approfittato delle condizioni di guerra, e deve trasformare Irene da testimone a discarico in imputata di spergiuro. Leo viene condannato alla decapitazione, Irene a quattro anni di carcere duro. La ghigliottina che troncherà la testa di Leo è stata appena usata per due studenti, giovani oppositori del nazismo, e Leo, che ne viene a conoscenza, esprime la sua invidia per la loro capacità di scegliere. Lui non ha scelto di opporsi apertamente e viene condannato a morte, innocente perfino di quell’accusa, contaminazione razziale, con cui si voleva bollare un amore, sia pur irrealizzato.
Nel 1947, il giudice “cattivo”, il nazista Rothaug (nel romanzo Rothenberger), fu processato dagli americani davanti al Tribunale militare internazionale di Norimberga per crimini contro l’umanità, nell’ambito dei processi secondari di Norimberga. Fu il “processo ai giudici” e Irene fu tra i testimoni a carico. Sui sedici giudici e avvocati imputati, quattro furono condannati all’ergastolo e Rothaug fu uno di loro. La sua sentenza diceva che «Oswald Rothaug rappresentava in Germania la personificazione degli intrighi e dei segreto nazisti». Uscì di prigione dopo sette anni. E proprio sugli atti di questo processo il romanzo si appoggia nelle parti che trattano del dopoguerra. Dal processo Stanley Kramer si è ispirato nel 1961 per il suo famoso film Vincitori e vinti, con Judy Garland nel ruolo di Irene.
È un romanzo forte e intenso e al tempo stesso fine e delicato. La descrizione del clima razzista che cresce, delle violenze antiebraiche, dei pettegolezzi che si trasformano in pericolose delazioni, ci dice sul clima di consenso ad Hitler più di molti libri di storia, come spesso succede in molti romanzi. Pochissimi dei personaggi del libro ne escono puliti. Tutti finiscono per obbedire, prima o poi, al regime nazista e alle sue leggi. Tutti o quasi, tranne Irene, e con lei e con pochi altri quel prete che nell’ultima notte di Leo gli parla come ad un essere umano. Così la ghigliottina tronca la testa di Leo. Ricordandoci che di tutte le norme obbrobriose del razzismo, sia in Germania sia in Italia, questa della contaminazione razziale, col rendere l’amore un crimine, fu una di quelle che incise di più sulla vita quotidiana, sulle emozioni, sui sentimenti tanto degli ebrei che dei non ebrei: una ferita lacerante nel nostro passato.

di Anna Foa

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12 dicembre 2019

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