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Il caso don Bosco

· ​Come nei diversi continenti è stata percepita la figura del fondatore dei salesiani ·

Nel periodo 1879-1965 è facilmente documentabile la presenza di un forte riferimento alla figura di don Bosco in Europa, nel bacino del Mediterraneo ed America, e successivamente in Paesi asiatici e africani, grazie a vari fattori: la larga diffusione del «Bollettino Salesiano» in più lingue, la notevole pubblicistica salesiana e non, il colonialismo europeo spesso con tanto di missionari al seguito e soprattutto la fondazione di opere salesiane nelle quali la presenza “virtuale” di don Bosco si faceva palpabile, per non dire quasi “fisica” attraverso un ampio campionario di statue, busti, quadri, immagini, feste, murales, frasi celebri, libretti, commemorazioni, discorsi, propaganda missionaria.c

Ben Gazzara in una scena del film «Don Bosco» (1988) di Leandro Castellani

Se la storia, come è noto, la fa lo storico, questi è sempre figlio del suo tempo; dunque la storia che egli “fa” è contemporanea (Croce), ossia risponde alle domande della società del suo tempo. Va da sé che le situazioni politiche, sociali, economiche, culturali, religiose dei singoli Paesi lungo i decenni qui considerati hanno favorito, determinato, condizionato la comprensione del personaggio don Bosco e l’interpretazione del suo messaggio. Sinteticamente possiamo suddividere in sei passaggi cronologici le ricerche presentate.
L’ultimo decennio della vita di don Bosco si caratterizza per l’immagine che ne dà il «Bollettino Salesiano» e lui stesso offre al mondo con i suoi faticosissimi viaggi e discorsi in Italia, Francia e Spagna. L’immagine che apprezza di se stesso e in qualche modo incentiva è quello di sacerdote-educatore-operatore sociale, ma anche taumaturgo mariano, in grado di rispondere con i suoi “figli” e “figlie” a bisogni materiali e spirituali della gioventù povera con l’applicazione di un metodo educativo innovativo, fondato sull’amore. Le pubblicazioni soprattutto francesi dell’epoca, tradotte in varie lingue, se ne fanno portavoce. Negli stessi anni esce sul «Bollettino Salesiano» la Storia dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, fondato sulle famose Memorie dell’Oratorio, manoscritto dalle precise finalità pedagogico-spirituali in cui don Bosco si autopresenta come «strumento del Signore» secondo i «bisogni del tempo» a favore della gioventù «povera e abbandonata». «Disegni della provvidenza, vie del Signore, sogni profetici»: tutto è concepito in tale ottica.
Alla sua morte da ogni parte si tentano valutazioni, veritiere o discutibili, ma non pregiudizialmente negative. Discorsi, commemorazioni, interventi sulla stampa, tutto pongono l’enfasi sulla sua personalità e sul suo operato, senza per altro particolari approfondimenti. Si accentua invece il significato sociale dell’opera salesiana, stante la situazione della società, europea e sudamericana, che sfida la capacità della Chiesa di rispondere alla gravissima «questione sociale» in atto da tempo, con le masse popolari a rischio di completa secolarizzazione e con la gioventù che si allontanava dalla fede. Quattro mesi dopo la morte esce la vera prima biografia di don Bosco a cura del giornalista francese J. Melchior Villefranche, che senza compiere un capolavoro, dà un’immagine di don Bosco più veritiera dei testi precedenti, tanto da resistere in Francia fino al volume dell’Auffray (1920).
Gli anni seguenti sono quelli del rettorato di don Rua (1888-1910), in cui proliferano le opere salesiane continuamente richieste sia da autorità civili di singoli Paesi, tutti o quasi in via di sviluppo industriale e di crescita culturale e bisognosi di forze giovanili preparate e disponibili al bisogno, sia da quelle ecclesiastiche, prive di personale sufficiente e adeguato per opere educative cattoliche (scuole, collegi), per case di formazione (seminari), per parrocchie ed oratori, per assistenza agli emigrati. 

di Francesco Motto

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13 novembre 2019

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