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Il cardine
della libertà di coscienza

La libertà di coscienza è il cardine del discernimento. Senza di essa siamo incapaci di pensare e di valutare ciò che facciamo e non possiamo evitare lo scoglio dell’auto-compiacimento o dell’auto-denigrazione. Questo ritorno del pensiero sulla coscienza presuppone l’approfondimento di un’esperienza interiore in cui ognuno può essere al contempo attore e giudice di se stesso. Secondo il metodo cartesiano, il dubbio è la prima fase necessaria di questo esame interiore per liberarsi delle proprie certezze e riconoscere una verità che può andare contro i propri interessi. In effetti la rivendicazione ossessiva di una libertà di coscienza può anche dissimulare forme di ignoranza e dipendenza.

La locandina del film di Fritz Lang «Metropolis» (1921)

Avere il coraggio di giudicare da soli, senza seguire le opinioni dominanti, senza aderire automaticamente al discorso di un maestro o di un superiore gerarchico, senza lasciarsi accecare dalle proprie passioni o dai propri interessi, è manifestare una libertà interiore rispetto agli altri e a se stessi. Ciò implica una vigilanza critica e una capacità di rimettersi in discussione, una lucidità di fronte alla realtà del mondo e agli uomini così come sono. Chi può aspirare all’esercizio di una simile libertà di coscienza? Poche persone in realtà. E mai in tutti i momenti della loro esistenza. È molto più facile modellare la propria coscienza su quella degli altri e aderire a idee preconcette. Il soggetto sovrano non esiste.

Ci rendiamo conto di quanto la libertà di coscienza sia preziosa ogni qualvolta ne veniamo privati, durante i crolli psichici, le cui cause possono essere molteplici: uso di psicotropi, disordini patologici, fenomeni di condizionamento e di alienazione... È privando gli uomini di questo foro interiore, dove la libertà personale può dispiegarsi, che sistemi totalitari di ogni sorta producono esseri infantilizzati, esecutori irresponsabili. La macchina totalitaria si difende con l’eliminazione di tutti coloro che si rifiutano di obbedirle. Il suo ingranaggio s’inceppa quando un numero consistente di persone si ribella. È qui che risiede il potere della libertà di coscienza.

La resistenza alle macchine totalitarie richiede un’incredibile energia. Comincia nell’interiorità, con la messa a nudo delle proprie forze, e prosegue nell’esercizio della propria cittadinanza, come uno sradicamento da tutte le schiavitù quotidiane. È sempre resistenza alla strumentalizzazione e alla dissoluzione delle coscienze. Prova della fragilità dell’essere umano, e insieme di ciò che sussiste in lui d’indistruttibile, come testimoniano gli scritti di Etty Hillesum, di Solgenitsin e di molti altri nei campi di concentramento. L’umanità di un uomo declina dal momento in cui rinuncia a esercitare la propria libertà di coscienza, poiché è allora che la sua anima si spegne.

L’esercizio della libertà di coscienza si ricollega alla scoperta del bene o del male di cui sono capace. Questo ritorno inquieto della coscienza su se stessa rappresenta la forma più raffinata del giudizio morale che discerne «casi di coscienza», laddove altri rimangono indifferenti o incapaci di giudicare, poiché non vedono, non percepiscono l’infelicità altrui. L’esame di coscienza nasce da un’educazione indispensabile alla trasformazione di sé e alla propria crescita spirituale. Permette di prendere coscienza a posteriori della propria parte di responsabilità nel torto che si è potuto fare a qualcuno. Sofferenza inutile, diranno alcuni. La cattiva coscienza arriva sempre troppo tardi, quando non serve più a nulla, poiché il male è stato fatto e non lo si può più cancellare. Eppure è grazie a essa che si può diventare migliori.

Sento la fitta del rimorso per le volte in cui è dipeso da me fare il bene e non l’ho fatto. Il rimorso di aver ferito qualcuno o di non averlo sostenuto è sempre legato all’irrevocabile. Il male che è stato fatto non può essere disfatto. Questa crisi morale può dar luogo a una terribile sofferenza psichica: dispero di me stessa. Come non tremare di paura di fronte a tanta cecità o codardia? E di chi mi posso fidare se la mia stessa coscienza m’inganna? È il dolore che tortura «la coscienza scrupolosa» e le impedisce di dormire in pace. La mediazione di uno sguardo esterno è a volte salutare. Permette di sfuggire alla solitudine della chiusura in se stessi, all’esilio interiore della cattiva coscienza. Lo sguardo altrui apporta un altro punto di vista che sfuma il proprio e consente di prendere le distanze dal passato, di staccarsi dalla propria colpa, di uscire da un rimuginare tanto vano quanto morboso.

Paradossalmente, a volte è quando si dispera di più di se stessi che ci si avvicina alla guarigione, perché si riconosce la propria vulnerabilità e si vorrebbe cambiare. La vera disperazione è forse quella di non aver mai disperato di se stessi! Le coscienze senza scrupoli, che non si sentono colpevoli di nulla e non provano mai il minimo rimorso, sono coscienze vuote, coscienze morte.

Perché la libertà di coscienza può anche assumere l’aspetto di un fardello. Nessun altro può portarlo al posto nostro. Si capisce allora perché la maggior parte degli uomini si rifiuti di assumerlo. La libertà di coscienza è fonte di apprensione. È un’esperienza scomoda che tendiamo a evitare. Vorremmo, più di ogni altra cosa, «avere la pace». Si può costringere gli uomini a esercitare una libertà di coscienza di cui cercano istintivamente di liberarsi? È la terribile domanda che Étienne de La Boétie pone nel suo importante saggio sulla «servitù volontaria». Di fatto l’esercizio della libertà di coscienza è una questione che mi riguarda. Ma dato che non è naturale, è responsabilità dell’educatore risvegliarla o denunciarne l’assenza, ogni qualvolta ci sottraiamo a essa.

Nel constatare l’assenza di cattiva coscienza in Eichmann durante il suo processo a Gerusalemme, la filosofa Hannah Arendt concluse che aveva origine in «una curiosa inattitudine a pensare». Troppo spesso gli uomini non sanno quello che pensano né quello che fanno. Ignorano quanto sia grave la loro colpa e le conseguenze dei loro atti. Prendono un male per un bene, non prestano attenzione agli altri e restano estranei a se stessi. Per pigrizia, negligenza o cecità, la coscienza si sottrae così agevolmente a ogni responsabilità e abdica alla sua libertà interiore. Ma, anche se non possederemo mai la libertà di coscienza, non possiamo rinunciare a esercitarla senza pregiudicare gravemente la possibilità di un pensiero personale o di una vita morale.

La copertina della rielaborazione dell’«Antigone» di Sofocle scritta da Bertolt Brecht (edizione del 1948)

L’esercizio della libertà di coscienza è un appello a diventare migliori, a elevarsi al di sopra della palude della nostra vita, e al tempo stesso un rifiuto del rigorismo morale e del lassismo. Come restare ancora umani, quando non è possibile seguire i principi della morale che separa il bene dal male? Nel romanzo di William Styron, è il dilemma di Sophie: l’ufficiale nazista la obbliga a scegliere quale dei due figli salvare e quale sacrificare, altrimenti tutti e due moriranno. Durante le catastrofi, quanti soccorritori sono sottoposti a simili scelte impossibili! Al di là di queste situazioni estreme, la vita quotidiana ci mette spesso di fronte alla scelta del “male minore”. Il discernimento — quando non possiamo scegliere tra il bene e il male e annaspiamo nelle scelte tragiche dell’esistenza — obbliga allora all’innovazione etica, a restare attenti alle singole situazioni, alle circostanze attenuanti, all’ambivalenza dei sentimenti. La libertà di coscienza non va confusa con il libero arbitrio, essa si esercita nelle zone grigie dell’azione. In assenza di un’illusoria trasparenza interiore, il discernimento consiste sostanzialmente in un lavoro di disillusione che presuppone di non mentire più a se stessi.

La libertà di coscienza è la virtù di un soggetto, uomo o donna. Perché invocare la specificità del ruolo delle donne? Esiste una situazione particolare delle donne rispetto all’esercizio della libertà di coscienza?

Possiamo leggere la storia delle donne come una lunga lotta per farsi riconoscere come persone autonome. Il xx secolo ha messo fine a una sorta di maledizione che gravava su di loro. Eppure le donne devono affrontare ancora tante difficoltà, persino nelle nostre democrazie, quando intendono esercitare la loro libertà di coscienza e si rifiutano di delegare agli uomini il potere di parlare al loro posto e di decidere il loro destino. Devono spesso procedere con astuzia, per lasciare credere agli uomini che sono loro a governare, e agire di nascosto o dissimulatamente. Porre fine a una tradizione di esclusione e di subordinazione richiede tempo e pazienza.

Si tratta qui di una libertà, e di una libertà duramente conquistata, al prezzo di una forte determinazione e di una grande solitudine. Acquista un senso nella resistenza alle violenze di cui le donne sono quotidianamente oggetto, con la loro parte di ineguaglianze, umiliazioni e maltrattamenti. Al punto che, per indicare la specificità della violenza commessa contro le donne, è stato forgiato un nuovo termine: “femminicidio”. La libertà di coscienza collegata alla parola “donna” evoca così prima di tutto un gesto di emancipazione, la storia di una liberazione in corso come una resistenza permanente alla violenza.

Se il femminile non è riducibile al ruolo delle donne, nel filosofo Emmanuel Lévinas è la manifestazione di una sovraesposizione alla violenza. Ma è anche il segno di un’alterità radicale, di un territorio inviolabile e inespugnabile. Certo, lo si può violare, ma non lo si riuscirà a possedere o ad assimilare. Il femminile è allora l’altro nome della libertà di coscienza, l’espressione di un’interiorità di cui non ci si può appropriare, ciò per cui un essere umano, sia esso uomo o donna, si rende inaccessibile e sfugge a ogni controllo: è il tesoro dell’essere più vivo e più disarmato. È il tesoro di Antigone che rifiuta di sottomettersi alla legge degli uomini e invoca leggi superiori «non scritte», a rischio della propria vita.

di Nathalie Sartou-Lajus

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09 dicembre 2018

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