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Il cardinale e il segreto che fuggiva

· Dall’epistolario emerge un ritratto più autentico di Ildefonso Schuster ·

Il 26 giugno 1929 veniva nominato arcivescovo di Milano da Papa Pio XI. In questi giorni nel duomo della città la salma del beato cardinale, rivestita dei solenni paramenti pontificali, torna a essere visibile allo sguardo dei fedeli. In quest’occasione pubblichiamo ampi stralci della presentazione del libro Lettere di Ildefonso Schuster e altri saggi (Milano, Glossa, 2011, pagine 582, euro 29).

La figura di Schuster conserva ancora gran parte del suo mistero. Egli visse vicino e in mezzo agli altri: i monaci, dapprima, come confratello, come maestro dei novizi e come abate; poi il popolo ambrosiano, nei venticinque anni del laboriosissimo episcopato, con le sue quasi cinque visite pastorali e l’abituale coinvolgimento nelle vicissitudini, spesso drammatiche, della sua diocesi. E tuttavia si avvertiva la presenza di un segreto che fuggiva. Permaneva in lui, di là dalla semplicità esteriore, un innato riserbo che non si rivelava.

Se è vero di ogni uomo che l’intimo dei pensieri e dei sentimenti resta alla fine velato e impenetrabile, in Schuster questo si avverava in maniera particolarmente accentuata.

Al contrario di quanto si pensa comunemente, ritengo che il temperamento di Schuster fosse assai complesso ed esuberante. Vi convivevano un’acuta sensibilità, una spiccata libertà e indipendenza di giudizio, un’ardente impulsività e una ferma ostinazione, accompagnate da un diffuso scetticismo, e da quel filo di ironia e pungente humour romano che, almeno di profilo, le parole e i gesti di Schuster lasciavano trasparire.

Solo che queste propensioni non trapelavano facilmente, a motivo dell’esigente e quasi impietosa volontà ascetica, che venne da subito impegnando la vita spirituale del monaco Ildefonso, deciso a rigettare ogni compromesso, per una pratica alla lettera della Regula Benedicti , che fu sino alla fine il codice unificante del suo comportamento.

In questa tenace fedeltà e con questa rigida mortificazione, quel suo temperamento si trovò come riplasmato, se non mortificato, anche se, con l’abituale signorilità dello stile, non mancarono mai tratti di dolcezza e di indulgenza, che gli ambrosiani, e soprattutto il clero di Milano, vedranno accrescere col passare degli anni e la maturazione dell’esperienza pastorale.

Fu così che si delineò la figura di Schuster come di un asceta, anche ammirevole, ma distaccato e lontano, quando più veramente si potrebbe parlare di sua deliberata intenzione di una trasparenza unicamente nei confronti di Dio.

D’altra parte, aveva ragione John Henry Newman: «La vita di un uomo si trova nelle sue lettere». E questo vale anche per le lettere di Ildefonso Schuster: esse sono una via privilegiata per intravedere e conoscere le sue valutazioni, i suoi sentimenti, i suoi gusti — in una parola i tratti di quel suo temperamento, così scrupolosamente controllato — e quindi il suo profilo più intimo e più vero.

L’epistolario di Schuster fu «immenso». Lo stesso Giulio Oggioni osservava, più di cinquant’anni fa, che in questo epistolario le lettere non di ufficio ma di carattere familiare servirebbero «a conoscere l’uomo»: «C’è un aspetto del suo animo che egli ha gelosamente tenuto chiuso ad occhi estranei: quello della vita privata e degli affetti familiari. Pareva così staccato dalla famiglia e dagli amici da sembrare perfino freddo e distaccante. Non era senza dubbio così (...). Sarebbe perciò estremamente interessante poter documentare con l’epistolario questo aspetto del suo animo, nuovo per i più». «L’epistolario schusteriano — osservava un altro autore — andrà assumendo (...) un ruolo di primo piano per una migliore conoscenza della personalità e dell’attività del Servo di Dio». Un epistolario, per altro, caratterizzato dalla brevità, di cui sono messe in luce due ragioni: la prima, il fatto che Schuster amava rispondere personalmente specialmente alle lettere al Clero, nella persuasione che la «cosa (...) ai preti fa certamente piacere»; e la seconda, la convinzione che la lettera di un religioso per essere utile dev’essere sobria, secondo quanto Schuster aveva scritto in Un pensiero quotidiano sulla Regola di San Benedetto «La corrispondenza di un religioso scritta o telefonica, dovrà (...) essere edificante, utile, seria, prudente, caritatevole ed umile. Tutte le corrispondenze inutili vanno eliminate, perché il minor danno che possono farci si è la perdita di tempo». Si deve senz’altro riconoscere che Schuster si è fedelmente attenuto a questa norma.

Già le lettere inviate nell’arco di una quindicina d’anni a un confratello, don Giuseppe Piccinino, manifestano la cordialità e la finezza della sua amicizia, e la sensibilità del suo spirito, insieme, d’altronde, con una maturità e lucidità di vita interiore, che già lo facevano in certo modo guida e maestro. E soprattutto appare la sua tenerissima affezione filiale e fraterna dalle lettere alla sorella, pur con quella forte elevazione e visione spirituale che da sempre, si può dire, hanno caratterizzato Schuster nei suoi rapporti tanto epistolari quanto di conversazione immediata.

Tra le lettere già pubblicate, un’importanza tutta speciale assumono quelle inviate dal 1945 al 1954 a don Giovanni Calabria, ora canonizzato.

«Se un giorno — ha scritto, sempre oltre mezzo secolo fa, uno studioso del suo magistero spirituale — sarà possibile descrivere l’itinerario spirituale del Cardinale Ildefonso Schuster, un’attenzione particolare dovrà essere data agli anni 1949-1954: gli ultimi della sua vita»; «Crediamo (...) che una pista di particolare interesse dovrebbe essere rappresentata in proposito dalla corrispondenza con D. Calabria».

Il medesimo autore, sottolineando la necessità di una preoccupazione diacronica nella ricostruzione della vita di Schuster, «cioè con attenzione al variare e al maturare di un cammino omogeneo», aggiungeva: «l’impresa è difficile in un uomo che senza dubbio non si sarà quasi mai veramente raccontato, quale appunto il card. Schuster».

E, infatti, Schuster amava raccontare e anche raccontarsi, ma si limitava a quello che era avvenuto intorno a lui o di quanto riguardava le proprie opere esteriori. Ciò che era in lui rimaneva come alluso, come segnato dall’essenzialità e sbrigatività, che un po’ in tutto lo distinguevano, che non senza ragione almeno a Milano gli venivano talvolta rimproverate.

Risalta a questo punto l’importanza, per la conoscenza di Ildefonso Schuster, delle lettere pubblicate in questo volume, introdotte e commentate da quanti ne hanno avuto la curatela.

Ricordiamo, ad esempio, la corrispondenza Schuster-Morin e Schuster-Berlière, curate da don Lambert Vos: una corrispondenza affettuosa e preziosa che rivela, da un lato, gli interessi scientifici e storici, archeologici e liturgici del giovane Schuster, sempre associati all’attenzione per la vita spirituale e monastica, e, dall’altro lato, la cordiale accoglienza e il premuroso ascolto di due illustri studiosi e maestri — di due «anziani» – nei confronti di un promettente «novizio».

In realtà, don Ildefonso non potrà dedicarsi con pieno agio alle ricerche che tanto lo attraevano negli anni verdi, e nelle quali si eserciterà con la passione e la volonterosità dell’autodidatta; e tuttavia, pur nel mezzo di un’impressionante attività pastorale, grazie alla sua singolare perspicacia e alla disciplina con cui sapeva governare il proprio tempo, vedranno la luce molteplici saggi e anche alcune opere corpose di argomento storico-liturgico: si pensi, per fare solo un esempio, alla Storia di san Benedetto e dei suoi tempi , che porta vivacemente l’impronta della sua originalità.

Segue un’altra cospicua corrispondenza, curata da don Giovanni Spinelli: quella con i monaci di Montserrat, e quella, in particolare, con don Gregorio Suñol, nominato da Schuster Preside della Scuola Superiore di Canto Ambrosiano e di Musica Sacra.

A don Luigi Crippa si deve la cura delle lettere inviate da Schuster a Ildebrando Vannucci, a partire dal 1913, quando don Ildefonso è ancora semplice monaco, fino al 1929, anno in cui avverrà la sua nomina ad arcivescovo di Milano. Questi aveva un profondo affetto e una grande stima e fiducia per l’antico suo novizio, al quale da abate affiderà specialmente il progetto e la missione di far rivivere la vita monastica nel celebre monastero di Farfa, verso il quale la «privilegiata attenzione» di Schuster non verrà mai meno.

Queste lettere sono del più vivo interesse per le indicazioni che vengono date al discepolo sul modo con cui dev’essere governato un monastero: «Nel suo governo — sono parole di Schuster — lasci da parte i nervi, né risponda o decida mai sotto eccitazione»; «Una cosa per volta, ma andando sempre avanti»; in ogni caso sempre con l’osservanza del principio: «Gli uomini sono per gli uffici, e non viceversa».

Chi scrive ha curato la corrispondenza di Schuster arcivescovo di Milano con lo stesso Vannucci. Essa è rivelatrice del permanente spirito monastico di Schuster, che porterà incancellabilmente nel cuore il ricordo del suo antico monastero, cercando di proseguirne, per quanto possibile, il medesimo ritmo di vita, fino a scrivere a Vannucci: «Rimango sempre suo buon monaco», e, noi diremmo, «ancora abate», visto il piglio autorevole con cui puntualizza i suoi rilievi e le sue critiche nei confronti del suo stesso successore a San Paolo, perché sia all’altezza del suo compito abbaziale.

D’altronde, se non cesserà mai di essere un «buon monaco», queste lettere rivelano come egli abbia saputo essere un indefesso pastore, riuscendo ad accordare mirabilmente le due vocazioni.

Seguono agli epistolari alcuni saggi su: Il cardinale Schuster e il canto ambrosiano , di Natale Ghiglioni; La visita apostolica al seminario di Milano dell’abate Schuster (1926-1928) nel carteggio dell’archivio Petazzi , di Umberto Dell’Orto, e, infine, Il cardinale Schuster e i sacerdoti apicoltori , di Bruno Maria Bosatra. Grazie all’ampiezza delle informazioni e alla pertinenza dei giudizi che li accompagnano, anche questi saggi concorrono a delineare i molteplici e, per certi lati, inattesi e multiformi aspetti della figura claustrale ed episcopale di Schuster, che sopra abbiano definito complessa e di non immediata interpretazione, e della sua opera, che nelle sue pieghe celava risorse di squisita finezza e bontà, che a uno sguardo superficiale potevano sfuggire.

Siamo ancora lontani dall’avere un’esauriente e scientifica biografia di Schuster: l’agiografia e l’episodicità hanno prevalso e l’hanno in certa misura fraintesa. Questo volume potrà contribuire a tracciare un ritratto più autentico e più ammirevole di chi — secondo l’affermazione del patriarca Roncalli ai funerali — «si tenne sempre degno di appartenere a quella fortissima razza dei cenobiti» che «si accoppia benissimo ai grandi Vescovi della Chiesa di Dio».

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