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Il cardinale che voleva essere un gentleman

· Durante il viaggio nel Regno Unito il Papa beatificherà John Henry Newman, uno dei più grandi pensatori cristiani dell'epoca moderna ·

Una vita segnata dall'impegno instancabile contro il liberalismo religioso

Il 19 settembre 2010 il Papa proclamerà beato uno dei più grandi pensatori cristiani dell'epoca moderna: John Henry Newman. Il grande teologo inglese previde molte delle sfide del nostro tempo e si impegnò con coraggio e umiltà a servire la causa della verità.

Quando ricevette il «biglietto» per la nomina cardinalizia nel 1879, Newman indirizzò ai presenti nel palazzo del cardinale Howard, a Roma, un'allocuzione che è divenuta famosa. Dopo aver ringraziato il Pontefice per un onore così grande, egli confessa innanzitutto di aver fatto «molti sbagli» nella sua vita e di non avere «nulla dell'alta perfezione propria degli scritti dei santi», aggiungendo però di aver agito sempre con «l'intenzione onesta, l'assenza di fini personali, la disposizione all'obbedienza, la volontà di farsi correggere, la paura dell'errore, il desiderio di servire la santa Chiesa e una buona speranza di successo». Poi il cardinale eletto riassume l'impegno fondamentale della sua vita da teologo e pastore: «Gioisco nell'affermare che fin dall'inizio mi sono opposto a un grande male. Per 30, 40, 50 anni ho resistito con tutte le forze allo spirito del liberalismo. Mai la santa Chiesa ha avuto bisogno di essere difesa da esso come in questi tempi nei quali è diventato un errore diffuso come un'insidia su tutta la terra; e in questa grande occasione, essendo naturale per chi si trovi al mio posto dare uno sguardo al mondo, alla Chiesa e al suo avvenire, non sarà inopportuno, io spero, se rinnovo la protesta contro di esso, protesta che ho fatto così di frequente».

Nel suo impegno contro il liberalismo religioso, Newman non si presentava come puro apologeta e ancora di meno come rigido conservatore, mirava invece con forza a dare ragione alla verità, valorizzando il ricco patrimonio della tradizione e tenendo conto delle nuove sfide del suo tempo.

Per mettere in luce la personalità di Newman, conviene ricordare brevemente alcune tappe della sua vita, perché, come disse il cardinale Joseph Ratzinger, «il segno caratteristico del grande dottore della Chiesa mi sembra essere quello che egli non insegna solo con il suo pensiero e i suoi discorsi, ma anche con la sua vita (...) Se ciò è vero, allora davvero Newman appartiene ai grandi dottori della Chiesa, perché egli nello stesso tempo tocca il nostro cuore e illumina il nostro pensiero».

Newman nacque il 21 febbraio 1801 a Londra. Il padre, anglicano liberale, lavorava come banchiere; la madre, casalinga, si impegnava a introdurre i suoi figli alla lettura della Bibbia secondo la tradizione anglicana, praticando però una religiosità dei sentimenti. Perciò Newman disse più tardi che nell'infanzia non aveva convinzioni religiose precise. La Sacra Scrittura gli diede regole morali elevate, ma le sue potenzialità intellettuali necessitavano di un qualcosa di più chiaro e definito. Ben presto, a soli quattordici anni, subì la tentazione dell'incredulità e dell'autosufficienza. Copiava certi versi di Voltaire, dove si negava l'immortalità dell'anima, e si diceva: «Quanto è terribile, ma quanto è verosimile». Voleva essere un gentleman, ma non credere in Dio: «Mi ricordo che volevo essere virtuoso, ma non religioso; non avevo capito che senso avrebbe amare Dio».

Mentre lottava con questi pensieri, Dio bussò al cuore del giovane studente. Nelle vacanze del 1816 egli leggeva il libro La forza della verità di Thomas Scott, un fervido calvinista, e fu profondamente colpito dal suo contenuto. Di seguito sperimentava la sua «prima conversione», che egli stesso considerò come una delle più importanti grazie della sua vita: si trattava di una acuta consapevolezza dell'esistenza di Dio, suo Creatore, e della vanità delle cose materiali. Nell' Apologia pro vita sua confessò che quest'esperienza ebbe un grande influsso sulla sua persona «isolandomi, cioè, dalle cose che mi circondavano, confermandomi nella mia sfiducia nella realtà dei fenomeni materiali e facendomi riposare nel pensiero di due soli esseri assoluti e luminosamente evidenti in se stessi, me stesso e il mio Creatore».

Sin da questa prima conversione, Newman cercò di amare Dio sopra ogni cosa e di seguire la luce della verità: «Quando avevo quindici anni (nell'autunno del 1816) si verificò in me un grande cambiamento di idee. Subii l'influenza di un credo definito, e accettai nella mia mente alcune impressioni del dogma che, per la misericordia di Dio, non si sono mai più cancellate od oscurate». Cominciò quindi a rendersi conto dell'importanza delle grandi verità cristiane: l'incarnazione del Figlio di Dio, l'opera della redenzione, il dono dello Spirito che abita nell'anima del battezzato, la fede che non può rimanere una semplice teoria, ma deve tradursi in un programma di vita.

Dopo gli studi nel Trinity College a Oxford, Newman fu eletto professore dell'Oriel College e divenne ministro anglicano e più tardi vicario di Saint Mary's, la chiesa dell'Università di Oxford. Nell'Oriel College fece conoscenza di alcuni rappresentanti della High Church dell'anglicanesimo e cominciava a occuparsi dei padri della Chiesa, nei quali scopriva la freschezza della Chiesa antica che doveva affermarsi in mezzo a un mondo pagano. Nel contempo fu sempre più insoddisfatto della situazione spirituale della sua confessione e preoccupato dall'influsso crescente del liberalismo a Oxford e in tutta l'Inghilterra.

Per combattere questi sviluppi, nel 1833 Newman iniziò, insieme con alcuni amici, il cosiddetto Movimento di Oxford. I suoi promotori denunciavano il distacco della nazione inglese dalla pratica della fede e lottavano per un ritorno al cristianesimo antico, attraverso una solida riforma dogmatica, liturgica e spirituale. Newman riassume il principio fondamentale del movimento, quello dogmatico, con queste parole: «Ciò che combattevo era il liberalismo, e per liberalismo intendo il principio antidogmatico con tutte le sue conseguenze (...) Dall'età di quindici anni il dogma è stato il principio fondamentale della mia religione: non conosco altra religione; non riesco a capire nessun'altra specie di religione; una religione ridotta a un semplice sentimento per me è un sogno e un inganno. Come non ci può essere amore filiale senza l'esistenza di un padre, così non ci può essere devozione senza la realtà di un Essere Supremo».

Con la pubblicazione di trattati di facile divulgazione, il Movimento di Oxford cercava di penetrare nella coscienza degli ecclesiastici e dei laici, posta fra due estremi: da una parte il sentimentalismo, che riduceva la fede a puro sentimento, e dall'altra il razionalismo, che negava le realtà soprannaturali della fede. Newman si rendeva conto che la polemica contro il liberalismo religioso aveva bisogno di un saldo fondamento dottrinale. Fu convinto di aver trovato questo fondamento negli scritti dei Padri i quali ammirava come i veri araldi della verità, i rappresentanti di quella fede che, secondo Newman, «era pressoché scomparsa dalla terra e che deve essere ripristinata». Mentre il Movimento di Oxford si diffondeva, Newman sviluppava la teoria della via media. Con essa intendeva dimostrare che la Comunione anglicana era l'erede legittima della prima cristianità, in quanto non presentava né gli errori dottrinali dei protestanti né le corruzioni e gli abusi che pensava di vedere nella Chiesa di Roma.

Ma studiando la storia della Chiesa del iv secolo, Newman fece una grande scoperta: trovò rispecchiata nei tre gruppi di allora la cristianità del suo secolo — negli ariani i protestanti, nei romani la Chiesa di Roma, nei semi-ariani gli anglicani. Poco dopo lesse un articolo in cui si paragonava la posizione dei donatisti africani al tempo di Agostino con quella degli anglicani. Newman non poteva più dimenticare la frase Securus iudicat orbem terrarum , citata dal vescovo di Ippona, ovvero, nella traduzione dello stesso Newman: «La Chiesa universale, nei suoi giudizi, è sicura della verità». Egli capiva che nella Chiesa antica i conflitti dottrinali venivano risolti non soltanto in base al principio dell'antichità, ma anche in base alla cattolicità: il giudizio della Chiesa intera è decreto infallibile. Di conseguenza, «la teoria della via media era assolutamente polverizzata».

Fedele al principio di conformarsi alla verità, Newman decise di ritirarsi a Littlemore, un piccolo villaggio vicino a Oxford, per alcuni anni di preghiera e di studio. Iniziava a tirare le fila di una riflessione che lo accompagnava già da anni: se la Chiesa cattolica romana era nella continuità apostolica, come giustificare quelle dottrine che non sembravano far parte del patrimonio di fede dell'antica cristianità? Il principio dell'autentico sviluppo, che egli poi elaborò, gli permise di rendere ragione dei vari «nuovi» insegnamenti della Chiesa cattolica: i dogmi più tardi erano sviluppi autentici della Rivelazione originale. Questo argomento, decisivo per il suo futuro, egli ha illustrato nel suo famoso saggio su Lo sviluppo della dottrina cristiana .

In questo capolavoro teologico si trova un passo in cui Newman, rigettando l'idea secondo la quale la verità e l'errore in materia di religione sarebbero solo questioni opinabili, riafferma la sua convinzione di fondo: «Vi è una verità; vi è una sola verità; l'errore religioso è per sua natura immorale; i seguaci dell'errore, a meno che non ne siano consapevoli, sono colpevoli di esserne sostenitori; si deve temere l'errore; la ricerca della verità non deve essere appagamento di curiosità; l'acquisizione della verità non assomiglia in nulla all'eccitazione per una scoperta; il nostro spirito è sottomesso alla verità, non le è, quindi, superiore ed è tenuto non tanto a dissertare su di essa, ma a venerarla; la verità e l'errore sono posti davanti a noi per prova dei nostri cuori; scegliere fra l'una e l'altro è un terribile gettar le sorti da cui dipende la nostra salvezza o la nostra dannazione (...) Questo è il principio dogmatico, che è principio di forza».

Mentre Newman procedeva con lo studio sullo sviluppo della dottrina cristiana, comprese che la Chiesa di Roma era la Chiesa dei padri. Nell' Apologia scrive in proposito: «Ero indotto a esaminare più attentamente un'idea che senza dubbio era nel mio pensiero da molto tempo, e cioè la concatenazione degli argomenti, mediante la quale la mente ascende dalla sua prima idea religiosa a quella finale; e arrivai alla conclusione che, in una vera filosofia, non vi era via di mezzo tra l'ateismo e il cattolicesimo, e che uno spirito pienamente coerente, nelle circostanze in cui si trova quaggiù, deve abbracciare o l'uno o l'altro». Il 9 ottobre 1845 egli abbracciò la fede cattolica e fu ricevuto dal beato Domenico Barberi, un passionista italiano, nella piena comunione della Chiesa cattolica, che definì allora «l'unico ovile di Cristo».

Ordinato sacerdote cattolico nel 1847, dopo un breve tempo di studio a Propaganda Fide in Roma, Newman fondò l'Oratorio di San Filippo Neri a Birmingham. Nelle sue molteplici attività pastorali e teologiche si impegnava soprattutto per la formazione intellettuale e spirituale dei fedeli. Fu convinto che il confronto con gli sviluppi culturali e sociali del tempo richiede una fede che sa esibire i motivi della speranza. In mezzo a infinite difficoltà e incomprensioni — ricordiamo solo il suo tentativo, purtroppo fallito, di fondare un'università cattolica a Dublino, preparato con alcune conferenze pubblicate successivamente nel volume L'idea di università , altro capolavoro di Newman — egli lavorava per una formazione di laici colti, «uomini del mondo per il mondo», guidati da una fede illuminata e capaci di testimoniare e difendere le proprie convinzioni.

Nel 1870 uscì il Saggio per una grammatica dell'assenso . In questo libro, anch'esso un classico, Newman analizza filosoficamente l'atto dell'assenso della mente umana alla verità, cercando di difendere il diritto dell'uomo semplice alla certezza su argomenti di fede, anche se questi non è in grado di dimostrarla scientificamente. Nella parte conclusiva di tale volume, Newman ci ha lasciato una pagina bellissima in cui riassume le «prove» per la verità in un confronto con la religione naturale, con le promesse fatte al popolo di Israele e con le diverse religioni diffuse nell'impero romano.

Citiamo questo passo che è di particolare rilievo nel mondo di oggi, in cui il cristianesimo è chiamato ad affermarsi e a diffondersi in mezzo a una società sempre più pluralista: «La religione naturale si basa sul senso del peccato; riconosce il male, ma non può trovare il rimedio, può solo cercarlo. Quel rimedio, sia per quanto riguarda la colpa che l'impotenza morale, si trova nella dottrina centrale della rivelazione: la mediazione di Cristo. Così accade che il cristianesimo sia il compimento della promessa fatta ad Abramo e delle rivelazioni mosaiche; questo è il modo in cui ha saputo fin dall'inizio occupare il mondo e guadagnare credito in ogni classe della società umana che i suoi predicatori raggiungevano; questa è la ragione per cui il potere romano e la moltitudine di religioni che esso comprendeva non potevano resistergli; questo è il segreto della sua prolungata energia e dei suoi martiri che mai cedettero; questo è il modo in cui oggi è così misteriosamente potente, malgrado i nuovi e minacciosi avversari che ne cospargono la via. Ha dalla sua quel dono di tamponare e di sanare l'unica profonda ferita della natura umana, che per il suo successo ha più valore di un'intera enciclopedia di conoscenza scientifica e di un'intera biblioteca di dispute, e per questo deve durare finché dura la natura umana.

Si tratta di una verità viva che non può mai invecchiare. Alcuni ne parlano come se fosse una cosa della storia, con un'influenza solo indiretta sui tempi moderni; non posso ammettere che sia una mera religione storica. Certamente ha i suoi fondamenti nel passato e in memorie gloriose, ma il suo potere è nel presente.

Non si tratta di squallida materia di antiquariato; non la contempliamo nelle conclusioni tratte da documenti muti e da eventi morti, ma dalla fede che si esercita in oggetti sempre vivi e dall'appropriazione e dall'uso di doni sempre presenti. La nostra comunione con esso è nell'invisibile, non nell'obsoleto.

In questo stesso tempo i suoi riti e comandamenti suscitano di continuo l'attivo intervento di quell'Onnipotenza in cui la religione iniziò molto tempo fa. Prima e al di sopra di tutto è la Santa Messa, in cui Colui che una volta morì per noi sulla croce, richiama alla memoria e, con la Sua letterale presenza in essa, perpetua quel medesimo sacrificio che non si può ripetere.

In secondo luogo, c'è la Sua effettiva presenza, in anima e corpo, e divinità, nell'anima e nel corpo di ogni fedele che giunge a Lui per averne il dono, un privilegio più intimo che se noi avessimo vissuto con Lui nel Suo remoto passaggio terreno. E poi, inoltre, c'è il Suo personale dimorare nelle nostre chiese, che innalza il servizio terreno fino ad essere un acconto del cielo. Tale è la professione del cristianesimo e, ripeto, la sua stessa divinazione dei nostri bisogni è in sé una prova che ne è realmente il rifornimento».

La forza della Chiesa, quindi, non sta nella perfezione dei suoi membri — che spesso sono purtroppo lontani dall'ideale cristiano, sebbene i santi non mancano mai — ma nella verità divina che essa è chiamata a custodire, annunciare e comunicare a tutti e che offre il rimedio per la natura di ogni uomo, ferita dal peccato e bisognosa di guarigione e di rinnovamento.

In conclusione ritorniamo all'allocuzione che Newman tenne in occasione del ricevimento del «biglietto» per la nomina al cardinalato. In tale circostanza, rinnovando la sua protesta contro il liberalismo religioso, egli offrì una precisa descrizione del medesimo: «Il liberalismo (in religione) è la dottrina secondo la quale non esiste verità positiva in religione, ma un credo vale l'altro; e tale dottrina va acquistando vigore di giorno in giorno. Esso non vuole riconoscere come vera alcuna religione. Insegna che tutte devono essere tollerate e che tutte sono materia di opinione. La religione rivelata non è una verità, ma un sentimento e un gusto; non è un fatto oggettivo, né miracoloso ed è diritto di ogni individuo di seguire quello che vuole la sua fantasia. La devozione non è fondata necessariamente sulla fede. Gli uomini possono frequentare la Chiesa cattolica o la Chiesa protestante, prendere quello che è buono da tutte e due senza dover appartenere a nessuna delle due. Essi possono fraternizzare insieme nei pensieri e nei sentimenti spirituali, senza avere nessuna idea in comune delle dottrine, o sentire la necessità di queste. E poiché la religione è un affare personale e una proprietà privata, noi la dobbiamo necessariamente ignorare nei rapporti tra uomo e uomo; se un uomo inventa una nuova religione ogni mattina, a te cosa importa? Non è bene intromettersi nella religione di un altro così come non è bene intromettersi nelle fonti del suo reddito o nella sua maniera di condurre la famiglia. In nessun senso la religione è un obbligo della società».

Oggi siamo testimoni di una mentalità che sostiene idee molto simili, con gravi conseguenze per tutti gli ambiti della vita. Il cardinale Newman può ricordare a tutti, ecclesiastici e laici, che la verità è un prezioso dono da accogliere con fede, da vivere con amore, da proclamare con gioia, da difendere con forza. Senza la luce della verità, l'uomo è privo di un punto sicuro di riferimento, la morale si riduce a un puro soggettivismo, la vita pubblica si deforma in un gioco di poteri. Se, invece, impariamo di nuovo a cercare e a seguire umilmente la verità, ci si apre una via verso un futuro in cui si potrà vivere una vita buona e serena. Con il suo esempio incoraggiante e il suo magistero illuminante, Papa Benedetto XVI ci precede su questa via, che, infine, è la via di Gesù, del Dio con il volto umano. «La Chiesa — così Newman conclude il suo “biglietto speech ” — non deve fare altro che proseguire nei suoi doveri, nella confidenza e nella pace; rimanere calma e aspettare la salvezza di Dio».

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29 gennaio 2020

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