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​Il cardinale che sapeva leggere

Nella Venezia dei primi anni del Cinquecento, tutta rigogliosa di germi di cultura, l’isola di Murano, verziere tra le acque, ospitava un cenacolo di umanesimo cristiano, nella villa suburbana di un giovane patrizio. Gli amici che convenivano erano quasi tutti laici, con nomi di storici casati della Dominante, e dialogavano di letterature classiche, di filosofia e teologia. Recitavano qualche volta il breviario. Riconoscevano che i filosofi e i poeti contribuiscono a condurre a Dio, come una barca che ci conduce alla spiaggia, ma quando siamo arrivati a terra la barca non ci serve più e dobbiamo camminare. Camminare, correre a Dio, voleva dire leggere la Scrittura e i Santi Padri, fonti della scienza sacra, mentre un erasmiano pessimismo prevaleva circa la nuova teologia di Parigi, la scolastica tralignata. La riforma della Chiesa, con idee in quegli anni arditamente anticipatrici, e che matureranno con l’avanzare del secolo, era argomento trattato spesso nei lunghi conversari. Nel 1510 e 1511, due della compagnia, compreso l’ospite, si fecero monaci a Camaldoli. Gli altri stimarono ciò quasi un tradimento, di quella specie di stato consacrato laico, e si avviarono su altre strade, nel mondo. Patrizi veneziani, i più, intrapresero il servizio della Repubblica, in quella oligarchia un dovere prima che un diritto. Uno era Gasparo Contarini, del casato dai molti rami che ebbe il numero maggiore di dogi. Con auspicio di sapienza illuminata, ricevette il nome di uno dei tre santi Re Magi, che lo fece sopravvivere dopo la nascita, il 16 ottobre 1483 (il 10 novembre, tre settimane dopo, nacque Lutero, per una quasi contemporaneità che appare singolare). Entrato nelle magistrature, il veneziano fu nominato nel marzo 1521 ambasciatore della Repubblica alla corte di Carlo v, e il 20 aprile arrivò a Worms, quattro giorni dopo il riformatore rivoluzionario, convocato dall’imperatore alla famosa Dieta, per una ritrattazione che fu ricusata. Dopo quella prima ambasceria, durata quattro anni, ne ebbe un’altra a Roma, presso Clemente VII, nel 1528. In patria, salì di ufficio in ufficio a quello di capo del Consiglio dei Dieci. Avrebbe potuto, forse, al termine cingere il corno dogale, se Paolo III, con gesto eccezionale, non avesse creato il 21 maggio 1535 cardinale il laico Contarini. Resta memoria delle parole dette nella seduta del Maggior Consiglio, in cui fu portata la nomina, da Alvise Mocenigo: «Cotesti preti ci hanno pur rubato il miglior gentiluomo che avesse questa città».

Il cardinale, che doveva diventare il negoziatore più animosamente avanzato della pace religiosa con i protestanti, fu un lettore straordinariamente assiduo e ordinato. Conosceva l’arte della lettura, in realtà rara, perché imparentata troppo spesso con quelle del ragionare o del divertire, e la praticava in ogni stagione. D’estate, racconta il suo segretario e biografo Ludovico Beccadelli, quando i giorni sono interminabilmente lunghi, si faceva leggere Omero e Virgilio, asserendo che non conosceva musica più bella della poesia. Dormiva poco, e nelle notti invernali, dopo il primo sonno, leggeva, o chiedeva a un familiare di leggere, qualche omelia o trattato patristico. Poteva entrare così (l’espressione è sua) in conversazione con gli intelletti più alti e ragionare con loro delle cose che erano arrivati a pensare. In tale esercizio era rigorosamente sistematico. Non studiava più di tre, quattro ore al giorno, e meditava poi ciò che aveva letto. Né si rimetteva alla lettura, per andare avanti, se prima non ripercorreva nella memoria, passeggiando, l’ordine e i sommari della materia, appresa il giorno avanti. Al termine della settimana, riandava ricapitolando quanto aveva letto; e, finito ogni libro, se ne compendiava nella mente il contenuto, in ordine logico. Nel corso di sette anni, senza interruzione di lettura, si riferisce che fissò nella sua memoria così saldamente il sistema di Aristotele da far dire che se i libri del filosofo fossero andati perduti egli avrebbe potuto restituirli. Scrisse anche di suo, come s’immagina. La prima edizione delle opera omnia, un in-folio pubblicato a Parigi nel 1571, ne comprende una ventina, filosofiche religiose politiche. Ma non avrebbe scritto, né operato con la larghezza di mente e la tenacia di volontà che rivelò, se non avesse prima appreso e praticato la maniera proficua del leggere.

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