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Il cardinale Canestri prete “romano”

· Cronache Romane ·

«Un vero prete romano ha sul comodino tre libri: la Bibbia, l’Imitazione di Cristo e le poesie in romanesco del Belli». Monsignor Franco Camaldo, oggi canonico vaticano, ricorda così la semplice raccomandazione che Giovanni Canestri — vice-gerente a Roma dal 1974 al 1985 prima di essere chiamato a guidare le diocesi di Cagliari e Genova e di ricevere la berretta cardinalizia nel 1988 da san Giovanni Paolo II — era solito rivolgere «a noi seminaristi e sacerdoti». Dando prova di aver «fatto propria», già negli anni di formazione al seminario romano maggiore e poi nel corso del ministero sacerdotale nelle parrocchie di periferia (Pietralata, Alberone, Casalbertone e borgata Ottavia), quella «romanità che tanto ha significato per la sua vita di prete e di vescovo».

Don Giovanni Canestri con un gruppo  dei “suoi giovani” romani

Di origini piemontesi — era nato il 30 settembre 1918 a Castelspina, nella diocesi di Alessandria — Canestri è stato tra i protagonisti del concilio Vaticano ii, in cui ha partecipato a tutte le sessioni, soprattutto nella stesura della dichiarazione Dignitatis humanae e del decreto Unitatis redintegratio. Ma è proprio il suo essere interiormente un “prete romano” — non solo per il titolo cardinalizio di Sant’Andrea della Valle — il tratto distintivo che forse più di altri è rimasto impresso nella memoria di quanti hanno avuto la ventura d’incontrarlo e di beneficiare del suo lungo ministero. Ed è appunto l’aspetto a cui fa riferimento l’annotazione di monsignor Camaldo contenuta in un volume, appena uscito, interamente dedicato alla memoria del porporato morto novantaseienne nel 2015 (Il cardinale Giovanni Canestri. Testimonianze di una vita, Cantalupa, Effatà Editrice, 2019, pagine 329, euro 20).

Una romanità che emerge a chiare lettere nelle pagine del libro curato dai famigliari del porporato insieme alla sua storica collaboratrice, suor Chiara Cervato. Numerosi, oltre sessanta, i contributi e le testimonianze che come in un mosaico — dall’infanzia piemontese agli studi e al ministero romano, dalle diocesi di Tortona, Cagliari e Genova che lo hanno visto pastore, fino agli anni della “pensione” trascorsi come un semplice prete nella parrocchia romana di Santa Maria degli angeli e dei martiri — contribuiscono a ricostruire tappa dopo tappa l’immagine a tutto tondo di un uomo di Dio. A rendere testimonianza non sono soltanto numerosi eminenti uomini di Chiesa che lo hanno conosciuto da vicino ma anche e soprattutto semplici fedeli, come gli “ex giovani” della parrocchia di San Giuda Taddeo all’Alberone, dove Canestri fu viceparroco ai tempi travagliati della guerra e nei primi anni post-bellici.

È insomma sempre Roma che emerge con prepotenza. Ricorda il cardinale Bagnasco, terzo successore di Canestri a Genova: «“Bisogna imparare Roma”, ripeteva ai giovani sacerdoti che portava in pellegrinaggio sulla tomba di Pietro». In questa prospettiva, ancora nel clima della giornata mondiale di preghiera per le vocazioni e delle ordinazioni sacerdotali presiedute dal Papa nella domenica del Buon Pastore, il libro verrà presentato nel pomeriggio di martedì 14 maggio dal cardinale vicario Angelo De Donatis nella significativa cornice del Pontificio seminario romano maggiore. All’incontro sono previste le testimonianze del cardinale Calcagno, conterraneo di Canestri, dell’arcivescovo Mani, emerito di Cagliari, del vescovo ausiliare Selvadagi, di don Falbo, parroco ad Ostia, oltre a suor Cervato.

«Ciò che traspariva in lui — annota monsignor Nicola Ciola, docente della Facoltà di teologia della Pontificia università lateranense, cui si deve l’ispirazione del volume pensato per il centenario della nascita di Canestri — era un acuto “istinto” di Chiesa, una sapienza congenita e una prudenza che a noi giovani appariva a prima vista eccessiva, ma in effetti aveva ragione lui. Come quando diceva “Non dire mai di conoscere Roma, perché vi sarà sempre qualcosa che ti sfugge”. Oppure: “Ricordati che Roma è plurale!”». Per monsignor Ciola, anche lui romano d’adozione, Canestri «poteva dire questo perché la sua esperienza “romana” era stata davvero piena ed esaltante: prima vice-parroco, poi parroco a Roma, quindi padre spirituale al Seminario romano maggiore, punto di riferimento per una generazione di preti romani. Fu il primo vescovo ausiliare di Roma insieme a monsignor Pocci, dopo che la diocesi fu divisa in settori. Aveva egli stesso dei punti di riferimento nella sua vita di prete e di vescovo, più di tutti l’umanissimo cardinal Luigi Traglia del quale parlava con profondo affetto. Monsignor Canestri, pur provenendo dalla diocesi di Alessandria, era diventato un prete romano “doc”».

E non solo per un modo di dire. Basta rileggere quanto lo stesso Canestri scrisse su «30Giorni» del gennaio 2001, ricordando il suo ministero romano: «Il vice-gerente Traglia nutriva simpatia per noi giovani. Dopo l’ordinazione, quel 12 aprile, mi avvicinai e chiesi, a un romano come lui, come avrei potuto fare il prete a Roma “sbagliando poco”. Traglia mi guardò e fece: “Sii bono, e non sbagli mai”. Dopo aver ricevuto la pienezza del sacerdozio, volli ritornare dal cardinale Traglia, che ancora una volta mi aveva imposto le mani, a chiedere un consiglio, curioso di sapere che cosa m’avrebbe risposto stavolta, su come essere vescovo ausiliare a Roma. Lui che si ricordava perfettamente la scena di vent’anni prima, mi regalò un esempio di saggezza romana. “Ma te l’ho già detto! Sii buono, e non sbagli mai...”».

di Fabrizio Contessa

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