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​Il capolavoro di Guccio

· ​Papa Nicolò IV e l’oreficeria ·

Ci sono cose che più di altre fanno la felicità di un direttore di museo. A me è capitato di sentirmi felice e orgoglioso del lavoro mio e dei miei colleghi quando, di recente, mi è stato chiesto di inviare al Louvre i tecnici dei Musei Vaticani che hanno restaurato il calice di Guccio di Mannaia; quella preziosa oreficeria gotica che i frati del sacro Convento di Assisi hanno voluto affidare al nostro Laboratorio metalli per la necessaria revisione e restauro. Accadrà così che nel prossimo mese di ottobre la nostra restauratrice Barbara Pinto e Fabio Morresi del Laboratorio ricerche scientifiche, responsabile delle indagini diagnostiche che hanno preparato e accompagnato l’intervento, andranno al Louvre per parlare, in un convegno specialistico internazionale dedicato agli smalti traslucidi del medioevo europeo, delle operazioni eseguite sul calice di Guccio di Mannaia.

Smalti del piede del calice, San Francesco riceve le stigmate

Bisogna sapere che quel piccolo oggetto, studiato da Elisabetta Cioni, la massima specialista italiana di oreficeria gotica, ha un’importanza speciale. Se il mirabile oggetto al quale i Musei Vaticani hanno dedicato una sontuosa monografia (Il calice di Guccio di Mannaia nel Tesoro della basilica di San Francesco ad Assisi a cura di Flavia Callori di Vignale e Ulderico Santamaria, Edizioni Musei Vaticani, 2014, pagine 294, euro 75) si data negli anni del pontificato del Papa francescano Nicolò IV (1288-1292), probabilmente più vicino alla prima che alla seconda data del suo regno, allora quel capolavoro della oreficeria d’Occidente si colloca negli anni della grande mutazione avvenuta proprio ad Assisi, quando l’arte sterza dal “greco al latino” (Cennino Cennini) e Giotto guadagna sopra Cimabue “il grido” (Dante).

Guccio era consapevole di aver prodotto un capolavoro e per questo ha voluto firmarlo. È commovente leggere l’iscrizione in elegante maiuscola gotica di elevata qualità grafica che dà insieme sintetica memoria del sovrano committente e dell’artefice: Nicolaus papa Guccius Mannaiae fecit. Questa firma orgogliosamente esibita è il segno dei tempi nuovi. Tempi che, nel riconoscimento del nome e quindi della individualità intellettuale ed espressiva del singolo artista, aprono alla sensibilità e alla cultura che un giorno i manuali chiameranno dell’Umanesimo. Un calice come quello che il Museo assisiate del Sacro Convento custodisce, ai livelli di singolarità e di eccellenza dispiegati nell’occasione da Guccio di Mannaia, nella tecnica esecutiva, nella iconografia, nei significati simbolici, può essere complesso e arduo da intendere come una cattedrale. Il concetto di unità delle arti al quale ci hanno abituato i nostri studi non potrebbe avere una esemplificazione più efficace.

Prendere in mano questo piccolo oggetto, esaminarlo in tutte le sue parti come ho potuto fare io sul tavolo di lavoro di Barbara Pinto nel Laboratorio di Restauro Metalli, significa capire l’ambizione di un Pontefice che voleva donare a Francesco, il suo santo, per la chiesa santuario di Assisi, un’opera che doveva rimanere esemplare e proverbiale per i secoli a venire. Capire l’orgoglio di un artista che ebbe in sorte di consegnare al Papa il capolavoro della vita. Capire, soprattutto, la cultura di assoluta avanguardia che splende nella squisita eleganza degli smalti traslucidi fra Giovanni Pisano, Duccio di Buoninsegna e il Gotico di Francia e di Inghilterra.

di Antonio Paolucci

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18 luglio 2018

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