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Il cantore
dell’imperfetta
letizia

· ​Luigi Santucci a cento anni dalla nascita ·

È entrato nella storia della letteratura italiana come uno dei più significativi narratori del secondo Novecento. Lo certificano libri memorabili come i romanzi In Australia con mio nonno (1947), Il velocifero (1963), Orfeo in paradiso, col quale vinse il premio Campiello (1967), Non sparate sui narcisi (1971), Come se (1973), Il mandragolo (1979), fino all’ultimo, emblematico già nel titolo, Éschaton, traguardo di un’anima (1999), che traccia un folgorante percorso interiore.

Luigi Santucci (in piedi con la fisarmonica) insieme alla consorte Bice e a padre David Maria Turoldo (1990)

Luigi Santucci — nato l’11 dicembre 1918 a Milano, città sfondo di molte sue opere dove morirà il 23 maggio 1999 — è uno scrittore la cui biografia, scarsa di eventi esteriori ed interiori, va cercata e ricostruita piuttosto in controluce dai suoi libri che esprimono se non proprio i fatti, gli ambienti, gli interessi e gli incontri che hanno alimentato il suo tempo umano. Da non dimenticare anche le raccolte di racconti Lo zio prete (1951) e Il bambino della strega (1981), le prose saggistiche riunite in Il cuore dell’inverno (1993) e una bellissima vita di Cristo, Volete andarvene anche voi? (1969).

L’articolo di Santucci in morte di padre Turoldo apparso su «Famiglia Cristiana» nel 1992 così si conclude: «Facciamo silenzio: nell’ascolto, ormai fra terra e stelle, della sua voce rauca e fascinatrice. Essa canta per noi l’estrema villotta che a lui chiederemmo: L’é bien ver che mi slontani / dal paìs ma non dal cûr. David Maria Turoldo si allontana da questo labile paese: ma nei cuori lascia piantata — per noi e per chi lo incontrerà domani nel suo inimitabile canto di poeta — la sua tenda di viandante metafisico».

Santucci certo pensava, oltre che all’anonimo canto friulano, al colloquio in Vaticano di Turoldo con papa Paolo VI, ricordato dallo stesso Turoldo in uno scritto poi raccolto nel volume Anche Dio è infelice: «“Padre David, anche lei qui? Che gioia!” ... “È mia la gioia, Santo Padre”... “Voglio dirle una cosa, padre David, che la sua facoltà è la migliore fra tutte, quella di parlare di Cristo ai lontani”... “E chi è lontano, e chi vicino, Santo Padre? Siamo tutti lontani”».

C’è musica «anche dall’altra parte»; questo è il messaggio che Mico affida al “gemello” Klaus in Come se, il romanzo meno noto ma forse il più significativo di Santucci. Motivo centrale dell’opera è la bontà come fantasia che richiama Paolo VI e il concilio. Vi ritorna la dialettica di Orfeo in paradiso, l’interrogazione sulla fede come rischio, il porre le chiavi della salvezza in mano a Mico con la sua scanzonata filosofia, come nel romanzo erano poste in mano a quel «santo senza aureola» che è lo spretato don Pasqua.

Pochi scrittori come Santucci hanno saputo coniugare gioia e senso della tragedia, disperazione e accettazione religiosa della vita, la peregrina eresia del vivere con la certezza della fede come unica felicità possibile. «“Come fai a sapere tutto questo?”. “Tutto so. So anche che lavori al tuo capolavoro: una messa. Una messa al buio come se credessi. Ma non ti basterà la vita per finirla. E scusa se oggi non ti ho fatto ridere”». Il rapporto dialettico fra il giovane Mico, accordatore di strumenti musicali, e il suo fratello adottivo Klaus, compositore geniale eppure irrisolto, costituisce l’asse portante di Come se. Questa conversazione tra Mico e Klaus sembra quasi una dichiarazione autobiografica. Rispondendo a Giliolo Badilini che gli chiedeva se si sentisse più Klaus o più Mico, Santucci ha dichiarato: «Mi sento un Klaus che di giorno in giorno si sforza, con alterni esiti, di diventare un buon alunno di Mico».

Quello di Santucci è un itinerario della fede nel raggio della poesia, una fede vissuta come scommessa pascaliana, una letteratura vissuta come esercizio profetico, un itinerario che dalla «imperfetta letizia» dei «non santi», arriva al «come se» dell’omonimo romanzo, ove, sulla scia di Bonhoeffer, si contrappone il «così è», ovvero il regno di Dio, al «come se», ovvero il regno dell’uomo.

Pochi scrittori come Luigi Santucci hanno saputo coniugare la gioia e il senso della tragedia, la disperazione e l’accettazione religiosa della vita, la peregrina eresia del vivere con la certezza di quella fede che sembra sempre più proporsi all’uomo come l’unica felicità possibile. Manzoni virtuale antenato dello scrittore lombardo? Santucci è ormai uno dei maggiori romanzieri non solo italiani ma europei.

Se quella dei personaggi di Santucci è «non già più la malinconica pietas dei pagani ma neppure ancora la bruciante caritas cristiana», certo nella sua opera a trattenerlo dal magma astorico e dall’irrazionalismo è proprio quella forte componente religiosa che così spesso l’agnosticismo e l’ateismo accusano di essere il terreno d’incubazione di questi regressivi fermenti.

Santucci trova nella religione, e soprattutto nella figura e nella dottrina di Cristo, alcuni capisaldi, come l’esaltazione della persona umana, la storia come movimento progressivo anziché ciclico, l’unicità di ogni umana esistenza, che gli evitano di immergersi voluttuosamente nelle umide tenebre dell’increato o del non ancora generato. D’altro canto, va aggiunto, alla madre biologica egli trova un simbolico raddoppio in quella Madre dal grembo immenso e dall’infinito amore che è la Chiesa.

di Sabino Caronia

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25 febbraio 2020

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