Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il canto dell’imperfezione

· L’autoironia di Wisława Szymborska ·

Non era facile convincerla a parlare della sua poesia; su questo biografi, amici, allievi e antichi colleghi concordano. Soprattutto dopo il 1996, l’anno in cui ricevette il premio Nobel per la letteratura. «Esistono farfalle impazienti di infilzarsi da sole su uno spillo?» replicava Wisława Szymborska a ogni tentativo di farle commentare le sue opere.

«Non so che cosa sia la poesia. So solo — ripeteva nelle interviste la scrittrice polacca, scomparsa il 1o febbraio 2012 — che bisogna essere capaci di stupore. Ma questo lo aveva già detto Montaigne. Non coltivo grande filosofia, bensì modesta poesia. Gli esistenzialisti sono seri in modo monumentale e monotono, e non amano scherzare (...) Nell’eccessiva serietà vedo sempre qualcosa che fa un po’ ridere».

Il senso dell’umorismo può benissimo convivere con un’acuta cognizione del dolore e del disagio costante di dover accettare se stessi con tutti i propri limiti ed errori.

«Nulla due volte accade / né accadrà. Per tal ragione / nasciamo senza esperienza, / moriamo senza assuefazione» scrive in Nulla due volte , pubblicata nel 1957, oggi divenuta una canzone popolare in Polonia.

«Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno / e ognuna. / So che finché vivo niente mi giustifica, / perché io stessa mi sono d’ostacolo. / Non avermene, lingua / se prendo in prestito / parole patetiche, / e poi fatico per farle sembrare leggere» continua sullo stesso tema in Sotto una piccola stella .

«Io — un’adolescente?» scrive nella poesia omonima, in cui non dissimula l’imbarazzo di rivedere se stessa giovane, superficiale, conformista e ottusamente ideologica, come molti dei suoi coetanei. «Se ora, d’improvviso, si presentasse qui, / lontana? / Versare una lacrima, / baciarla sulla fronte / per la sola ragione/ che la nostra data di nascita è la stessa? / Siamo così diverse, / i nostri pensieri e parole così differenti. / Lei sa poco — / ma con un’ostinazione degna di miglior causa. / Io so molto di più — / ma non in modo certo. / (...) Per commiato nulla, un sorriso abbozzato / e nessuna commozione».

«Non è facile fare i conti con la propria coscienza. Fare i conti con la coscienza di qualcun altro — scrive in una delle prose minori poi raccolte in Lektury nadobowiązkowe (in Italia Letture facoltative , Adephi, 2006), ricordando il clamore suscitato dalla pubblicazione dei diari di Thomas Mann in Germania — è invece assai più semplice e ci rafforza nella convinzione di essere migliori».

Misurare la sua maggiore o minore distanza dai regimi totalitari che hanno tragicamente segnato la vita del suo Paese — come molti hanno fatto e continuano a fare — porta a scoprire inaspettati paradossi. Le stesse Lektury nadobowiązkowe ad esempio, sono nate da una misura punitiva. Avendo restituito nel 1966 la tessera del Pzpr (il Partito operaio unificato polacco) la direzione della rivista «Życie Literackie» ritenne impossibile affidarle un incarico di redazione e le chiese di scrivere recensioni.

«La cosa finì bene. Non fui più costretta — dirà anni più tardi Wisława Szymborska ad Anna Bikont e Joanna Szczęsna — a starmene seduta tutto il giorno alla scrivania e leggere chili di testi per lo più mediocri. Potevo scrivere a piede libero».

E recensire fatti piccoli e grandi, pubblici o privati, dagli incontri sempre un po’ intimiditi col grande poeta Czesław Miłosz alla miracolosa bellezza della voce di Ella Fitzgerald.

Persino raccontare la fine della vita, con una commozione accuratamente nascosta sotto un tono colloquiale e complice, sempre più certa che nel labirinto dell’esistenza «non siamo noi a cercare l’uscita. È l’uscita che cerca noi».

«Non c’è vita — scrive in Sulla morte, senza esagerare — che almeno per un attimo / non sia immortale. / La morte / è sempre in ritardo di quell’attimo. / Invano scuote la maniglia / d’una porta invisibile. / A nessuno può sottrarre / il tempo raggiunto».

Silvia Guidi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

13 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE