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Il canto dell’Alighieri

· Viaggio tra i modi di interpretare il senso della musica nel medioevo ·

«Così in cielo, così in terra: l’universo sul quale si affaccia il pensiero di Tommaso, di Bonaventura e di Dante è un caleidoscopio di luci e colori che sorgono dalle rifrazioni tra il mondo invisibile e quello visibile. L’homo medievalis assiste pieno di meraviglia a questo scambio dinamico e, da soggetto razionale capace di vedere il coelum apertum, vive la propria vita conscio del valore ultraterreno delle proprie azioni». Da questo assioma parte lo studio di Matteo Macinanti su Il canto di Dante (Hong Kong, Chorabooks, 2019, pagine 169) per approfondire alcuni aspetti dell’estetica musicale nel medioevo.

Accanto alla «mentalità simbolica», l’autore segnala l’importanza in quel periodo di una «mentalità aritmetica», una vera e propria rivoluzione mentale sottolineando che «in concomitanza con la diffusione dei primi orologi e con la conseguente “appropriazione” di una coscienza temporale simmetrica, nell’Europa feudale si assiste a una “spazializzazione del pensiero” che investe contemporaneamente la società, il territorio, lo scorrere del tempo e perfino la vita dopo la morte». È in questo contesto che si viene a creare la formulazione dei trascendentalia, termine che indica «alcune proprietà generali dell’essere che trascendono i confini tra le dieci categorie aristoteliche e riguardano l’essere nella sua interezza».

In questo contesto viene analizzato l’incontro di Tommaso d’Aquino con la musica, sottolineando come a influire sulla concezione tomistica dei suoni sia l’insegnamento di Agostino. Da parte sua Tommaso riconosce che «possono essere definiti cantica spiritualia anche quelli prodotti dalla voce, e non solo dal cuore» in secondo luogo specifica che da riprovare è «non il canto in sé, ma il desiderio di suscitare ammirazione anziché devozione». In conclusione, scrive l’autore, «Tommaso ribalta la prospettiva della fruizione estetica» dando rilievo «al soggetto capace di godere della apprehensio di ciò che piace».

Ripercorrendo la mistica di Bonaventura da Bagnoregio, il volume si pone poi lo scopo di introdurre «una seconda via percorribile per arrivare alla conoscenza di Dio». Per Bonaventura «arrivare a conoscere il Pater luminum vuol dire eccedere dai confini della mente ed essere rapiti verso una dimensione estatico contemplativa». Per arrivare a tali altezze dello spirito «è necessario partire dal primo moto dell’anima, ossia il desiderio, e in seguito salire i gradini della scala che rappresenta la realtà percepibile tramite i sensi».

A fungere da anello di raccordo tra queste due visioni filosofiche, sostiene l’autore, «sarà un personaggio che non è né un filosofo né un teologo, bensì un poeta: Dante Alighieri». Quello di Dante è un vero e proprio itinerarium che, «anziché essere un viaggio fisico, si svolge nell’interiorità, alla ricerca di se stessi, e di conseguenza di Dio».

A partire da queste premesse nella Commedia Dante costruisce una struttura musicologica che fa riferimento alla celebre tripartizione alla base della visione della musica operata da Severino Boezio nel vi secolo: mundana, humana e instrumentalis. La musica infernale «si profila come una “anti-musica” composta da ”disperate strida”. La sua caratteristica fondamentale è la disarmonia». Nel Purgatorio la natura della musica «passa alla sfera psicologica. La musica humana e la comunione interiore e con Dio che essa sottintende è l’accezione boeziana che prevale in questa seconda cantica». Nel Paradiso, infine, la musica «acquista il suo significato più alto». Da questo momento, infatti, Dante «assegnerà all’arte sonora una funzione diversa da quella descrittiva o teorica presentata finora: la musica, presente nel progressivo avvicinamento a Dio, si intreccerà con il processo gnoseologico di apprehensio dell’essenza divina e servirà l’esercizio della speculazione filosofica e la conquista della fede, compiuti nel nome della Bellezza, acquistando così una sfumatura dottrinale ben più alta».

di Marcello Filotei

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22 agosto 2019

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