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Il canto
dei clochard

· Nella musica contemporanea ·

Il compositore Gavin Bryars è alle prese con la colonna sonora di un film sui clochard. Insieme al regista Alan Power visita più volte alcune stazioni della metropolitana nel sud di Londra, luoghi in cui Charlie Chaplin crebbe sopportando disagi e stenti.

Accesa la telecamera, i mendicanti cominciano spontaneamente a sbiascicare opere liriche e ballate sentimentali. Uno di loro intona un canto di lode natalizio Jesus’ Blood Never Failed Me Yet. Non è affatto ubriaco, la sua voce suona gentile e dolente. In fase di montaggio la scena con i barboni canterini viene scartata. La produzione dona le parti musicali inutilizzate a Gavin Bryars che per diletto comincia ad ascoltarle a casa. Scopre che il canto religioso di quel povero è in tono con la melodia che sta suonando al pianoforte. Improvvisa un accompagnamento per formare quello che tecnicamente si chiama loop, una successione reiterata delle stesse note e in questo caso del verso cantato.

Gavin Bryars

Bryars decide di portare il nastro all’università di Leicester, dove insegna al dipartimento delle Belle Arti. Copia il loop in un registratore a bobine dove è possibile archiviare ore di musica. Ci aggiunge un’orchestrazione minimale. La sala di registrazione è vicina ai laboratori di pittura. Attiva la registrazione lasciando inavvertitamente la porta aperta dello studio, mentre esce per un caffè. Tornando al lavoro in quelle aule solitamente caotiche nota che gli studenti si muovono più lentamente del solito: alcuni giovani seduti da soli a meditare, altri piangevano in silenzio.

Tutti commossi dal barbone che cantava «il sangue di Gesù non mi ha mai tradito finora. C’è una cosa che so: che egli mi ama». Il pezzo fu inciso per la Obscure Label di Brian Eno nel 1975. Ripubblicata per la Point Records nel 1993 in diverse versioni e con il contributo di Tom Waits che glorifica in meno di due minuti un vagabondo, uno di strada che mai conoscerà quanto popolare sia diventato il suo canto.

Gavin Bryars oggi dichiara: «Sono passati 48 anni da quando ho ascoltato per la prima volta quel canto religioso e sento ancora cose nuove e continuo ad essere toccato dalla dignità e dalla fede di quel vecchio senzatetto che l’ha cantato». La storia racconta la nobiltà degli esclusi e la religiosità semplice degli emarginati. Gli intrecci tra l’arte e gli “ultimi” non è un fatto nuovo.

La letteratura inglese ad esempio è stata sempre affascinata dai barboni con autori come William Henry Davies, Walter F. Starkie, Charles Dickens e George Orwell. Erano in empatia con i più poveri scrivendo articoli, poemi e romanzi sociali. Charlie Chaplin con la maschera comica e tragica di Charlot rappresentava un vagabondo sfrontato che difendeva la sua dignità con una mimica signorile. Gran parte della musica contemporanea nasce tra le povertà. Il blues è originato dalla cultura dei neri schiavi d’America, il rock come sostegno al proletariato vessato dai potenti, il punk come rivalsa dei derelitti verso la borghesia, e così via.

Il potere emotivo della musica è indefinibile, specie quando l’ascolto di un canto di un clochard apre il cuore di chi lo ascolta. Charles Bradley barbone e poi cantante lo è stato veramente. Affrontò avversità inimmaginabili, riscattandosi dalla condizione di miserando. Un tumore allo stomaco fu la causa della sua morte il 23 settembre 2017. L’ascesa di Bradley dall’indigenza alle vette della celebrità è stata da lui stesso raccontata in canzoni autobiografiche come Why Is It So Hard e Heartaches and Pain. Cantava di mattine in cui si svegliava sotto i ponti senza un lavoro e di quel giorno in cui suo fratello Joseph fu assassinato. James Brown era il suo punto di riferimento. Charles accettò il dolore come un passaggio necessario verso la felicità, lo cantava come fosse un grido d’amore. Credeva che amando avrebbe vinto il dolore e la tristezza. Dopo ogni esibizione, scendeva dal palco e abbracciava tutti. Si prese cura di sua madre che da ragazzo lo abbandonò per strada a un destino orribile. Alla fine del 2016, indebolito dai trattamenti chemioterapici, Charles Bradley entrò in uno studio di registrazione a New York e scrisse di getto il suo testamento spirituale Lonely As You Are. I presenti raccontano di un Bradley seduto al pianoforte. Con gli occhi chiusi cominciò a registrare la sua ultima canzone, cantando la disperazione della solitudine e la speranza d’incontrare Dio nell’alto dei cieli. Consapevole della sua fine imminente, cantò il desiderio di riunirsi in Paradiso con la sua mamma, con la nonna e con tutte le persone che aveva amato e che lo hanno preceduto nell’aldilà.

I versi sono semplici e commoventi: «Mamma, ovunque tu sia in paradiso, tieni uno spazio per me. Sto camminando, cercando di trovarti, mamma. Un giorno, quando Dio mi dirà “Ben fatto”… ti prego, sii al cancello ad aspettarmi».

Concluse l’interpretazione cantando una frase liberatoria: «Ti voglio bene. E questo è Charles Bradley. Spero questo, un giorno, fuori dal mondo». Attendeva cieli e terre nuove da esplorare, la summa di quanto preghiamo nel prefazio dei defunti sul messale romano: «La vita non è tolta, ma trasformata e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo». Tra l’agosto del 2015 e il marzo del 2016 la rivista inglese «The Big Issue» pubblica il diario di un senzatetto, un giornalista in difficoltà che si firma James Campbell, pseudonimo di Joe Gallagher. Improvvisamente disoccupato, è costretto a vivere per strada tra i barboni. Dal computer di una biblioteca pubblica inizia a scrivere la sua esperienza in strada, proponendo il suo diario al giornale che egli stesso vendeva per sopravvivere. La rivista offre l’opportunità ai più poveri di guadagnare legittimamente vendendo copie del giornale al pubblico. I clochard venditori acquistano la rivista per una sterlina e la rivendono a due sterline. Un modo dignitoso per i senzatetto di lavorare, evitando l’accattonaggio. Nelle prime pagine del diario, Gallagher scrive: «Mi sono perso, solo e per strada. Per la prima volta sperimento una cosa del genere. Voglio uscirne, non è il caso di scrivere se torno alla normalità ma quando tornerò alla normalità». E ancora: «Di notte, mentre riposi per strada, alcune persone possono infastidirti, soprattutto quando cerchi di dormire. Dormire può rivelarsi pericoloso. Molte persone trascorrono le loro notti sveglie per paura di morire. Se qualcuno mi afferra di notte e mi uccide... non può essere una brutta cosa. Non che lo accetterei, semplicemente non voglio pensarci troppo». In cinque capitoli drammatici e a tratti perfino umoristici — al punto da paragonarlo allo scrittore Irvine Welsh — il blogger racconta la sua disavventura per le strade di Edimburgo. Johnny Marr, ex chitarrista della storica band inglese The Smiths, legge il diario e decide di tradurre la storia in musica. Inizia così un processo creativo che coinvolge lo stesso Gallagher e l’attrice inglese Maxine Peake. Lei presta la voce a un brano dal titolo The Priest (Il sacerdote) con la musica scritta da Johnny Marr. Parla dei personaggi che Gallagher ha incontrato nei suoi primi giorni di miseria per le strade della capitale scozzese. Il titolo richiama il soprannome con cui Joe veniva chiamato dai compagni barboni per via della sua integrità (non si lasciava corrompere da droghe o alcol). Il pezzo è accompagnato da un cortometraggio che fa vedere uno scorcio di una Manchester sconosciuta, la città di Johnny Marr che come Edimburgo è diventata più povera e insidiosa, un effetto collaterale dell’opulenza delle grandi città metropolitane.

Tre canzoni scritte e ispirate dai barboni «in un tempo in cui i poveri sono senza voce e senza potere», come scrive Papa Francesco nel messaggio per la Giornata mondiale dei poveri. Gavin Bryars, Charles Bradley e Johnny Marr suonano la carica contro la povertà, mentre il Signore ricolma di beni gli affamati, lasciando i ricchi a mani vuote.

di Massimo Granieri

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12 dicembre 2019

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