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Il cantico di frate Sole nel buio di Buchenwald

· Il 14 settembre 1943 dodici francescani salirono sul treno che li portò nei campi di lavoro nazisti ·

Pubblichiamo ampi stralci di una relazione tenuta a Bratislava in una conferenza internazionale organizzata in occasione del sessantacinquesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale.

Da tempo agli studiosi è noto il significato assunto dal libro di Yvan Daniel ed Henry Godin, France pays de mission? (1943), ovvero il suo apporto al risveglio missionario da cui ebbe origine la riflessione sulla dimensione pastorale del corpo ecclesiale, e che guidò in buona parte il processo di aggiornamento, lanciato e sostenuto dal concilio Vaticano II.

Assai meno noto sembra essere invece il fatto che l'arcivescovo di Parigi, il cardinale Emmanuel Célestin Suhard, appassionato patrocinatore della missione di Francia e di quella di Parigi, proprio nel momento in cui si trovò a esaminare il manoscritto del suddetto opuscolo, era attanagliato dall'urgenza di un'altra preoccupazione missionaria. Circa seicentomila lavoratori francesi, deportati nei campi di lavoro nazisti, si trovavano sprovvisti di ogni conforto morale e spirituale. Egli, il 30 marzo 1943, aveva fatto scrivere a tale proposito a tutti i vescovi e superiori religiosi, chiedendo loro di mettere a disposizione dei sacerdoti, al fine di far assumere loro il ruolo di cappellani presso gli operai dei suddetti campi di lavoro.

Il 14 settembre 1943 si presentò alla Gare de l'Est un gruppo di 12 francescani, pronti a salire sul treno che li avrebbe condotti tra gli operai dei campi di lavoro tedeschi. Les douze apôtres en Allemagne («I dodici apostoli in Germania»), come si intitolava un articolo a loro riguardo, pubblicato nel 1945 da «Almanach», la rivista della provincia francescana di Parigi, pare infatti non lasci ombra di dubbio sulla loro intenzione missionaria. «Dodici francescani alla stazione dell'est in abito religioso, il cuore gonfio dal dolore per aver dovuto lasciare il chiostro nella consapevolezza di andare incontro alla prigionia, con tutte le sue sofferenze. Una speranza tuttavia nel cuore: il pensiero di essere, tra i loro compagni di sventura, la piccola voce francescana di ottimismo e di conforto; e, per le persone in ricerca di un segno di fede, la possibilità di essere dei testimoni di Cristo».

Nous étions douze , afferma Eloi Leclerc, che visse fino in fondo l'esperienza dei campi di lavoro, come ampiamente testimonia la sua vasta opera letteraria. Cosa dunque li aveva spinti ad assumere la decisione della partenza? «Un fatto attira la nostra attenzione: migliaia di giovani operai partono senza un prete, lasciati a loro stessi dal punto di vista religioso. Così, dal momento che le autorità tedesche rifiutano la loro richiesta di cappellani ufficiali, decidiamo di partire, disponendoci nell'eventualità a prestare il nostro contributo alla stregua di cappellani clandestini e manifestare in questo modo agli operai la nostra disponibilità a condividere la loro vita di lavoro e di esilio».

La loro presenza tra gli operai e la loro ardita collaborazione con i militanti di azione cattolica fu non solo notata dalla Gestapo, ma divenne ben presto causa della loro deportazione nei campi di concentramento, dove quattro di essi trovarono la morte. «La nostra latitanza sarebbe un vero tradimento nei confronti di Cristo», scrive a tale proposito il medesimo Leclerc.

L'ispirazione francescana delle loro iniziative non è tuttavia secondaria rispetto al loro fervore missionario. In uno scritto del 1945, Et si Je rencontre la mort en chemin («E se incontrassi la morte durante il cammino»), ne vengono offerti cenni suggestivi, soffermandosi in particolare su alcuni temi quali: la condivisione, la povertà, la riconciliazione con il creato.

In riferimento, ad esempio, a fra Roger — il quale, per la fame che gli imponeva la sua giovane età e soprattutto la sua stazza, aveva l'abitudine di mettere da parte un po' di pane, offrendolo eventualmente a qualcuno più affamato di lui — si ricorda: «Un giorno gli rubarono tutto quanto possedeva. Mi venne a trovare costernato: “Ecco qui è un vero colpo di san Francesco”». In modo similare si attesta di fra Gérard, il quale, benché esausto, avrebbe trovato il coraggio di rimpiazzare al lavoro un suo collega, offrendogli inoltre un pezzo della sua porzione di pane. Questi, ai suoi amici che lo rimproveravano di aver fatto un gesto sconsiderato, avrebbe risposto: «San Francesco al mio posto non avrebbe agito diversamente».

Per cogliere però la dimensione francescana di questa esperienza, tanto esaltante quanto tragica, occorre nondimeno andare oltre questi elementi di puro sapore didascalico e rivolgersi piuttosto all'opera di Eloi Leclerc, per il quale il vissuto della prigionia tedesca si costituisce chiave ermeneutica di una riscrittura sanfrancescana.

Emblematico a tale riguardo sembra potersi considerare l'articolo Le cantique du soleil dans la nuit et le brouillard («Il cantico di frate sole nel buio e nella foschia»), da lui composto nel 1957, e che culmina proprio con l'episodio della morte di fra Louis, in quel vagone che da Buchenwald viaggia verso il malfamato lager di Dachau.

La sua biografia, che si fonde con il senso della notte e della nebbia spettrale — per i tedeschi sinonimo di campi di sterminio — sembra sfociare nel cantico francescano elevato al sole, apice della creazione, quasi a creare una linea di congiunzione imprescindibile tra buio e luce, dimensione esperienziale e contenuti francescani.

«Nostro fratello Louis è allo stremo. È li disteso in mezzo a noi. Non parla più. Il suo sguardo sta per lasciarci. Dopo la morte del Poverello, non ci sono più state forse morti più povere e più spoglie, più semplici e più serene. Dopo aver ricevuto un frammento di ostia consacrata, egli inconsapevolmente si spenge, mentre noi gli cantiamo il Cantico di frate Sole ».

Un interesse ancora maggiore suscita il contenuto di questa esperienza missionaria, la sua dimensione pragmatica, che produrrà in seguito una revisione del concetto stesso di missione, operando un passaggio espresso in sintesi dalla formula «dalla missione per, alla missione con». L'azione missionaria è costituita infatti essenzialmente da una «testimonianza di un amore cristiano vissuto», dove il vissuto diventa spesso sinonimo di vero, autentico. Un altro elemento fondamentale di questa particolare esperienza apostolica è costituito dallo spirito di accoglienza e di disponibilità incondizionata alla condivisione. «La nostra comunità si apre a tutti senza riserve, e tutti più o meno subiscono il suo fascino, colpiti e sedotti dalla perseveranza della nostra disponibilità e della nostra gioia. La nostra stanza diventa poco a poco centro d'incontro di tutti coloro che hanno bisogno di un po' di calore umano. Uno di noi si presta a servizi di infermeria, un altro di calzolaio e così via. Insomma, ogni occasione diventa una opportunità per stabilire contatti e grazie a Dio, si respira a poco a poco un clima più cristiano nelle baracche».

La condivisione non è solo frutto della forzata promiscuità, come potrebbe sembrare a uno sguardo superficiale, ma di una vera e propria opzione. Fra Gwennaël, in una delle lettere inviate dalla prigionia ai confratelli di Champfleury, chiarisce in modo inequivocabile questo aspetto: «Noi avremmo avuto l'opportunità di ritirarci in privato, sarebbe stato assai più confortevole, ma sarebbe stato come abbandonare il nostro stile di apostolato comunitario, costituito dalla semplice condivisione della nostra vita con i nostri camerati».

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