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Il cambiamento climatico
farà aumentare
guerre e migrazioni

· Gli esperti avvertono sui rischi legati alla siccità e alla fame per un quarto della popolazione mondiale ·

Il riscaldamento globale farà aumentare la siccità e le piogge estreme in tutto il mondo, pregiudicando la produzione agricola e la sicurezza delle forniture alimentari e scatenando guerre e migrazioni. È quanto prevede il rapporto sul «Cambiamento climatico e territorio» del comitato scientifico dell’Onu, diffuso ieri. A pagarne le conseguenze saranno soprattutto le popolazioni più povere di Africa e Asia, e il Mediterraneo che risulta ad alto rischio di desertificazione e incendi.

A pronunciarsi, è stato il Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), il foro scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale e il Programma per l’ambiente. E il messaggio è chiaro: si sta parlando del «riscaldamento globale provocato dall’uomo».

La crisi climatica, con la siccità e gli eventi atmosferici estremi, danneggia la produzione agricola dei Paesi più poveri, affamando le popolazioni e, dunque, scatenando conflitti e guerre o ondate migratorie.

L’Ipcc nell’ottobre scorso aveva pubblicato uno studio che avvertiva che rimanevano solo una dozzina di anni per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi dai livelli pre-industriali, l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi sul clima. Oggi viene certificato che abbiamo raggiunto l’1,53.

I ricercatori dell’Ipcc — 66 da tutto il mondo — si sono concentrati sui rapporti fra il clima e la gestione del suolo. Secondo lo studio, il riscaldamento globale provocato dai gas serra emessi dall’uomo, che fa aumentare siccità, ondate di calore e desertificazione, mette in moto anche eventi meteorologici estremi, come cicloni e alluvioni. Più caldo vuol dire maggior evaporazione e maggior vapore acqueo nell’atmosfera vuol dire piogge più intense.

Tutti questi fenomeni danneggiano l’agricoltura e riducono la produzione di derrate alimentari. Ovviamente le popolazioni dei Paesi più poveri sono quelle che ne risentono di più.

«Si prevede che Asia e Africa avranno il maggior numero di persone colpite dall’aumento della desertificazione», si legge nel rapporto. «I cambiamenti climatici possono amplificare le migrazioni. Eventi atmosferici estremi possono portare alla rottura della catena alimentare, minacciare il tenore di vita, esacerbare i conflitti e costringere la gente a migrare».

C’è chiarezza anche sul da farsi. Per l’Ipcc una buona gestione del territorio in genere è uno strumento fondamentale per contrastare la crisi climatica. Gli esperti dell’Onu sottolineano che l’agricoltura sostenibile ferma erosione e desertificazione, così come il ripristino di terreni degradati e la difesa delle foreste e degli ecosistemi garantiscono l’assorbimento naturale della Co2 da parte delle piante.

Il rapporto spiega anche che oggi il 25-30 per cento della produzione alimentare viene persa o finisce nella spazzatura, e questo spreco contribuisce per l’8-10 per cento alle cosiddette «emissioni climalteranti». Dunque, sarebbero decisive le scelte alimentari anche dei singoli per limitare questa fetta di emissioni: secondo l’Ipcc, si potrebbero liberare diversi milioni di chilometri quadrati di territorio e fornire un potenziale tecnico di mitigazione da 0,7 a 8,0 miliardi di tonnellate equivalenti di Co2 all’anno solo annullando gli sprechi e diminuendo, tutti seppure di poco, il consumo di carne.

Certamente il mondo è grande e le zone sono molto diverse tra loro, dunque accade anche di leggere nel rapporto che se in molte, in particolare quelle tropicali e subtropicali, assistiamo al disastro appena descritto, ci sono anche altre zone — e questa è la novità dello studio — in cui il riscaldamento fa prosperare la vegetazione. «Le osservazioni da satellite — documenta l’Ipcc — hanno mostrato il rinverdimento della vegetazione negli ultimi tre decenni in parti dell’Asia, Europa, Sud America, Nord America centrale e Australia sudorientale». In queste aree, dunque, accade qualcosa di positivo: con l’aumento delle temperature, la bella stagione dura di più e la crescita delle piante è favorita. Inoltre, le emissioni di ossido di diazoto — che è un gas serra — dai combustibili fossili, quando finiscono sul terreno fanno da fertilizzante. E il tasso elevato di Co2 nell’aria provoca un aumento della fotosintesi.

Ma se è bello pensare a questa sorta di isole felici, resta l’inquietante dato sulle proporzioni del fenomeno inverso, quello dell’inaridimento che coinvolge un quarto delle terre emerse. È necessaria un’azione tempestiva in un’ottica di conservazione e di ripristino degli ecosistemi e della biodiversità.

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09 dicembre 2019

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