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​Il buon pastore si fa agnello

· ​Gesù signore e servo ·

La quarta domenica del tempo pasquale è occasione per riflettere sull’immagine di Gesù buon pastore, la cui prospettiva “pastorale” si configura nell’ambito della sua vita pubblica fino a culminare nella sua morte e risurrezione, trascendendo i confini storici e geografici del suo agire terreno. Con la sua pasqua, infatti, il bel pastore (Giovanni, 10, 1-18) si fa agnello immolato (Apocalisse, 5, 6), tornando così ad assumere il profilo annunciato da Giovanni Battista, all’inizio del suo ministero messianico: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Giovanni, 1, 29).

Icona di Gesù buon pastore (Monastero di Ruviano, Caserta)

Dunque, dobbiamo volgere l’attenzione a questa duplice immagine di Gesù, e alla sua singolare trasfigurazione, per avvicinare colui che si è annunciato come guida forte e potente, per poi mostrarsi agnello mansueto e pecora muta dinanzi ai suoi tosatori (Isaia, 53, 7). In questa svolta misteriosa è racchiuso il senso autentico del ministero pastorale di Gesù. Il successo della sua azione non sta nella potenza che annienta i nemici; la sua fecondità proviene dall’apparente fallimento umano, dalla consegna inerme alla morte di croce. Con la più breve delle sue parabole, Gesù l’aveva prefigurata così: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Giovanni, 12, 24).

La vera difficoltà che debbono aver avvertito i discepoli — dopo aver ascoltato il maestro che si era definito la porta sicura dell’ovile, il buon pastore che conosce le pecore una per una, che parla loro e lo seguono perché riconoscono la sua voce — era già adombrata nell’epilogo di quella metafora. Quando verrà il lupo per minacciare il gregge, il buon pastore non fuggirà come il mercenario, al quale non importa delle pecore, perché non gli appartengono, ma nello scontro soccomberà per difenderle. Questa non poteva suonare che come inquietante prospettiva: nella sua disponibilità ad affrontare il lupo e con esso la morte, Gesù non avrebbe salvato né se stesso né il gregge. La conferma di questa disfatta verrà quando, una volta percosso il pastore, le pecore saranno effettivamente disperse (Marco, 14, 27).

Quale grado di affidabilità, dunque, poteva offrire Gesù ai suoi con l’immagine del buon pastore? Quale senso ha per noi oggi guardare a Gesù come a Colui che protegge la sua Chiesa, quando i cristiani sono perseguitati e uccisi in varie parti del mondo, senza opporre alcuna resistenza?

Proprio in questa eroica accettazione del martirio si è rivelata, fin dai primi tempi del cristianesimo, la fecondità della prospettiva pastorale di Gesù: i suoi discepoli hanno appreso da lui il coraggio della testimonianza, la capacità di uscire da se stessi, senza protezione, confidando solamente nella sua compagnia, specialmente nell’ora della prova.

La presa di distanza da ogni forma di potere nell’affermare se stessi, in nome del Vangelo, è la costante verifica dell’autentica sequela di Gesù buon pastore, capace di trasformare la cattura in offerta, poiché la vita «nessuno me la toglie: io la do da me stesso» (Giovanni, 10, 18). A questa conversione, che avviene nel profondo del cuore del discepolo, appartiene la fecondità del dono, senza attesa di riconoscimento, aldilà di ogni pretesa di successo mondano. 

di Maurizio Gronchi

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25 marzo 2019

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