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​Il buio oltre la scuola

Con il suo caratteristico acume Voltaire invitava a non decontestualizzare mai un libro per evitare il rischio di penalizzarne il valore (ammesso che ci fosse) e di provocare «effetti perniciosi» assolutamente estranei alle intenzioni dell’autore. Chissà, allora, che cosa avrebbe pensato l’illuminista per eccellenza riguardo alla decisione di alcune scuole della Virginia, negli Stati Uniti, di sospendere dal piano di studi e di togliere dagli scaffali delle biblioteche To kill a Mockingbird di Harper Lee e The Adventures of Huckleberry Finn di Mark Twain: l’accusa, formulata dai genitori degli alunni, è che questi libri fanno un eccessivo uso di un linguaggio razzista, ovvero «dell’ultima cosa di cui un Paese come gli Stati Uniti, ancora diviso su tali questioni, ha bisogno». 

Gregory Peck e Brock Peters in una scena del film  tratto dal libro «To Kill a Mockingbird» di Harper Lee

In particolare i zelanti censori hanno puntato il dito contro la parola N-word, ricorrente nelle due opere, che sta a significare Nigger, ovvero l’espressione più offensiva che si possa rivolgere a una persona di colore. Questa parola — che a suo modo caratterizza le avvincenti fasi del celebre processo nel libro di Lee e che spesso esce dalle labbra di alcuni personaggi dell’opera di Twain — si rivela, al contrario, l’arma più affilata per denunciare, al di là degli stereotipi, il marcio di un sistema corrotto dalle discriminazioni e che, proprio a causa di esse, finisce per legittimare e suggellare prevaricazioni e ingiustizie. Non si è fatta comunque attendere la replica di alcune istituzioni culturali, tra cui la National Coalition Against Censorship, che ha definito la decisione presa in Virginia «un errore madornale», anche perché bandire libri (e in questo caso si tratta di due capolavori) peraltro con motivazioni ingiustificate e surrettizie significa sempre «compiere un gravissimo disservizio» a danno non solo degli studenti, ma dell’intera società.


di Gabriele Nicolò

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21 agosto 2019

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