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Il bivio

· All’esame del Parlamento britannico l’Assisted Dying Bill ·

«La vera vitalità ha misura. Con ciò conserva anche un ampio respiro. Resta giovane e genera attorno a sé aria limpida, satura di luce e forza in cui la vita diviene sana e pura» scriveva Romano Guardini.

Il 18 luglio l’Assisted Dying Bill proposto da Lord Falconer, un disegno di legge mirante a introdurre in Inghilterra il suicidio assistito per i pazienti in fin di vita con una prognosi attesa presumibilmente inferiore a sei mesi, è stato portato alla Camera dei Lord in seconda lettura. Non vi è stato un voto, ma si è deciso che il provvedimento sarà oggetto di ulteriore esame.

Di fronte ai parlamentari, di fronte a tutti noi, sta un bivio, due strade che corrono in direzioni opposte: da un lato una via apparentemente larga, piana e diritta, e dall’altro un cammino stretto e subito scosceso, i cui tornanti scompaiono rapidamente alla vista come una promessa di sorpresa o di fatica. Si imbocca la prima via se si ha una visione riduttiva dell’uomo: di fronte alla sofferenza ineluttabile, quella sofferenza cioè che fa parte della vita umana anche quando la medicina ha fatto tutto quanto è in suo potere per controllare i sintomi fisici e psichici alla fine della vita, non vi è altro mezzo che sopprimere la vita stessa. La proposta è semplice: permettere a un paziente di chiedere a un medico di dargli la morte. Ma ecco la prima difficoltà inattesa: sarà il medico a dovere somministrare il farmaco letale o il paziente stesso a doverlo assumere con le sue mani dopo adeguata prescrizione? Nel primo caso infatti si parla di eutanasia attiva, nel secondo di suicidio assistito. E il paziente che chiede di abbreviare i propri giorni ma non è in grado di farlo con le proprie forze come potrà essere aiutato? Si dovrà passare per forza dal suicidio assistito all’eutanasia?

Mi sono trovato spesso accanto a persone che, in Stati dove ciò è concesso dalla legge, hanno scelto di morire con il suicidio assistito e mi è stata data quindi la possibilità di vedere anche i loro familiari prima e dopo la messa in atto di questa drastica soluzione. Come medico l’impressione che ho avuto è stata come di qualcuno che a tutti i costi abbia tentato di arginare con una piccola diga la forza di un oceano: la strada larga dell’autonomia fino all’ultimo ha provocato in chi ha perso un proprio caro grossi sensi di colpa, il vissuto di qualcosa di pesante e irrisolto che forse avrebbe richiesto più tempo per essere affrontato, spesso la sofferenza per una decisione non condivisa fino in fondo.

Allo stesso modo posso dire che cosa ho osservato nei casi, la grande maggioranza, in cui è stato imboccato il cammino apparentemente più difficile e ripido, quello della convivenza fino all’ultimo con la propria malattia. Pur tra tutte le difficoltà e i pesi di una gravosa salita, spesso sono stati i pazienti che hanno saputo stare accanto ai propri familiari a volte ricucendo anche situazioni affettivamente compromesse, spesso mostrando una lucidità e una chiarezza di visione che mancava ai sani. In altri casi, là dove il paziente era troppo grave per poter interagire con chi gli stava accanto, il lavoro dell’équipe curante ha permesso di dare ai familiari un ruolo attivo di accompagnamento e di accudimento che, se adeguatamente valorizzato e professionalmente affiancato, ha permesso di affrontare con maggiore serenità la fase del lutto. È stato come se affrontando quei tornanti in salita d’improvviso dall’oscurità sorgessero nuove luci, nuovi legami, nuove forze diverse da quelle fisiche ma ancor più tangibili: il rispetto della vulnerabilità del paziente è stato più efficace dell’esercizio di un’autonomia ad ogni costo, i mezzi a disposizione della medicina palliativa ben più adatti delle prescrizioni letali, la presenza umana e l’aiuto reciproco più fecondi della promozione di una cultura individualista.

Cicely Saunders ha fondato nel 1967 alle porte di Londra il primo hospice europeo e ha posto l’Inghilterra in una posizione di guida nel campo della medicina palliativa. Lei ci insegna che non c’è bisogno del suicidio assistito per garantire una fine della vita dignitosa, lei ci insegna, con Romano Guardini, che «la vera vitalità ha misura».

Ferdinando Cancelli

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20 marzo 2019

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