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Il nuovo
conformismo

· Nel film «Io e lei» di Maria Sole Tognazzi ·

Non è di spiacevole visione il film che Maria Sole Tognazzi dedica al tema dell'omosessualità femminile. Ne è protagonista una complessa e complessata Margherita Buy, dalla affettività irrisolta, trascinata da una solare e volitiva Sabrina Ferilli in un ménage paraconiugale. Io e lei è una vicenda che scorre via veloce, a tratti persino delicata, senza proclami né lacrime malandrine, in cui gli uomini sono tutti prevedibili e inutili, mentre il bacio dell’ultima scena annuncia con moderato accompagnamento di violini il lieto fine al femminile.

Jackson Pollock, «The moon-woman cuts the circle» (1942, particolare)

Non disprezzabile, ma indiscutibilmente, seppure non dichiaratamente, un film politico. La sua morale è trasparente: non solo l’omosessualità sarebbe da mettere sullo stesso piano dell’amore fra uomo e donna, ma si dimostrerebbe addirittura superiore, più disinteressata, comprensiva, appagante. Perché smarrirsi dunque nei meandri di una famiglia tradizionale, dove si rischia di convivere con un marito pantofolaio e intento a gustarsi la Champions League in televisione, quando è possibile disporre di una creatura dello stesso sesso, capace di condividere gusti e necessità, nonché di prepararci amorevolmente una cena?

Così si esprime la regista, per bocca delle sue attrici, è la conclusione è obbligata: le unioni gay devono godere degli stessi diritti, se non addirittura di alcuni privilegi, rispetto a quelle "tradizionali".
Eppure, certo al di là delle intenzioni, un alone di tristezza claustrofobica avvolge sin dall’inizio tutta la vicenda, turbando l’inconscio dello spettatore. Perché l'idea del legittimo matrimonio omosessuale — cioè il messaggio "politico" del film — viene presentata anzitutto come un isolarsi obbligatorio dal mondo esterno, "normale", naturalmente incapace di comprendere i comportamenti devianti dalla norma. (Le due protagoniste, già nella prima scena, salgono in ascensore nel loro appartamento fingendo di non conoscersi, a beneficio esclusivo dei vicini perbenisti).
Ma il ménage Buy-Ferilli rivela presto una sua ulteriore caratteristica esistenziale: è una specie di assicurazione sulla vita contro l’ignoto, un esorcizzare la incomprensibile diversità dell’altro sesso, una via di fuga mentale, un’incapacità di darsi a qualcuno che non sia un’immagine riflessa di noi stessi. E l’amore lesbico finisce per proporsi essenzialmente come risposta a un bisogno: «Mi occorre che tu sia qui per il mio equilibrio mentale, la mia sicurezza, la mia paura di fallire, la mia necessità di svegliarmi la mattina con un volto rassicurante al mio fianco». Io, io, io, io: il titolo più adatto a una simile celebrazione cinematografica della personalità afflitta da ego ipertrofico sarebbe piuttosto: "Io, io, io, io e lei". Sfugge invece alla regista e alle attrici, nonché allo sceneggiatore Ivan Cotroneo, incapaci di un profondo scandaglio del mistero amoroso, il carattere dinamico e coraggioso dell’eros di coppia, la sua capacità di volgersi al futuro, la naturale tendenza a fondare una nuova vita a due in cui si cammina sempre sul filo, senza rete di protezione, però accompagnati da qualcun altro, sognato e desiderato, pronto a stringerci la mano.
E i figli, questa scommessa più avventurosa di un azzardo alla roulette? Nel film non sono previsti: una fortuna, giacché l’elogio dell’amore in provetta e dell’utero in affitto avrebbero conferito al film il tono del proclama. Ma, se anche ci fossero stati, avrebbero finito col rappresentare semplicemente un altro "bisogno" soddisfatto, una forma di maternità surrogata e somministrata come valium contro l’angoscia, una variante psicologica di prozac in dosi massicce. E comunque se i figli fossero entrati nel copione di Io e lei non avrebbero mai potuto essere — per dirlo col poeta Khalil Gibran — frecce scagliate dai genitori verso l’infinito («tu sei l'arco che lancia i figli verso il domani»).
Il bisogno di una stampella, di qualcosa che ci appartenga e di cui possiamo disporre a piacimento, fa di questo film "politico" una dichiarazione insieme di conformismo morale e di rinuncia alle sfide della vita. Tanto da produrre, per uno di quegli effetti indesiderati e imprevedibili che abbondano nell’arte, come in ogni altra cosa umana, un effetto contrario e indesiderato: in barba alla retorica montante sulle unioni civili, fa venire in mente che oggi è l’amore coniugale fra uomo e donna la vera pietra di scandalo, sentimentale ed erotica, capace di turbare i sonni del quietismo conformista.

di Dario Fertilio

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22 agosto 2018

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