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Per il bene di tutta la società e della Chiesa

· Intervista al sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati ·

Un’intesa sul testo e la prossima firma di un accordo globale tra le parti. Sono questi gli annunci diffusi oggi al termine della riunione plenaria delle delegazioni della Santa Sede e dello Stato di Palestina. Del loro significato parla, in un’intervista all’Osservatore Romano, monsignor Antoine Camilleri, sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati e Capo delegazione della Santa Sede che ha partecipato alla riunione.

Da dove nasce questo accordo e qual è il suo scopo?

L’intesa è frutto dell’accordo base tra la Santa Sede e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), firmato il 15 febbraio 2000. I rapporti ufficiali tra la Santa Sede e l’Olp furono stabiliti il 26 ottobre 1994 e in seguito fu costituita una commissione bilaterale permanente di lavoro che portò avanti i negoziati per l’accordo del 2000. Esso elenca tra l’altro diverse questioni riguardanti la vita della Chiesa e altre materie di comune interesse. Nell’accordo è previsto che la commissione prosegua i suoi lavori e proponga il modo di sviluppare i temi affrontati, compito che è stato svolto con continuità solo dopo il pellegrinaggio di Benedetto XVI in Terra Santa nel 2009. I negoziati ripresi nel 2010 hanno portato all’elaborazione dell’accordo attuale che ha come scopo di completare quello firmato nel 2000. Come tutti gli accordi che la Santa Sede firma con diversi Stati, quello attuale ha lo scopo di favorire la vita e l’attività della Chiesa cattolica e il suo riconoscimento a livello giuridico anche per un suo più efficace servizio alla società.

Ci può anticipare qualcosa del contenuto?

Il testo ha un preambolo e un primo capitolo sui principi e le norme fondamentali che sono la cornice in cui si svolge la collaborazione tra le parti. In essi si esprime, ad esempio, l’auspicio per una soluzione della questione palestinese e del conflitto tra israeliani e palestinesi nell’ambito della Two-State Solution e delle risoluzioni della comunità internazionale, rinviando a un’intesa tra le parti. Segue un secondo importante capitolo sulla libertà religiosa e di coscienza, molto elaborato e dettagliato. Ci sono poi altri capitoli su diversi aspetti della vita e dell’attività della Chiesa nei Territori palestinesi: la sua libertà di azione, il suo personale e la sua giurisdizione, lo statuto personale, i luoghi di culto, l’attività sociale e caritativa, i mezzi di comunicazione sociale. Un capitolo è infine dedicato alle questioni fiscali e di proprietà. Insomma, diversi aspetti dell’attività della Chiesa.

E potrebbe servire da modello per eventuali accordi con altri Paesi a maggioranza musulmana?

Ogni accordo che la Santa Sede stabilisce con altri soggetti di diritto internazionale cerca di adattarsi alla situazione concreta del Paese in questione. In questo caso, trattandosi della presenza della Chiesa nella terra dove è nato il cristianesimo, l’accordo ha una valenza e un significato del tutto particolare. Il fatto che in esso si riconoscano chiaramente, tra le altre cose, la personalità della Chiesa e la libertà religiosa e di coscienza può essere seguito da altri Paesi, anche da quelli a maggioranza musulmana, e mostra che tale riconoscimento non è incompatibile con il fatto che la maggioranza della popolazione del Paese appartenga a un’altra religione.

Un accordo di diritto internazionale che riguarda la vita della Chiesa nel luogo: qual è l’opinione della Chiesa locale e come è stata coinvolta nelle trattative?

Come lei ha accennato, l’accordo è stato stipulato dalla Santa Sede in quanto soggetto di diritto internazionale, ma con lo scopo di tutelare e di favorire l’attività della Chiesa sul posto. La delegazione della Santa Sede, che ha partecipato alle riunioni della commissione bilaterale di lavoro e che ho avuto l’onore di presiedere in questi ultimi due anni, conta tra i suoi membri non solo il rappresentante pontificio, i superiori e gli officiali della Segreteria di Stato e della Congregazione per le Chiese orientali, ma anche rappresentanti della Chiesa locale, delle diverse comunità e dei diversi riti. Inoltre, i vescovi e i responsabili di quelle comunità sono stati sentiti in ogni momento delle trattative e i loro suggerimenti sono stati accolti e presentati alla controparte. È stato un lavoro di squadra che esprime il sentire della Chiesa locale, la quale intrattiene buoni rapporti con le autorità palestinesi ed è lieta di raggiungere questo traguardo.

Sono in corso negoziati anche con lo Stato di Israele? C’è qualche relazione tra i due accordi?

I negoziati con lo Stato di Israele hanno avuto uno sviluppo significativo a partire dal luglio 1992 e dalla costituzione, anche in questo caso, di una commissione bilaterale di lavoro tra le parti. Questa ha portato all’elaborazione e alla successiva firma dell’accordo fondamentale tra le parti nel dicembre 1993, cui è seguito lo stabilimento delle relazioni diplomatiche nel giugno 1994. In esso erano previste ulteriori intese per affrontare alcune questioni concrete. C’è stato poi un Accordo sulla personalità giuridica delle istituzioni cattoliche (Legal Personality Agreement), firmato nel novembre 1997. E poi, dal marzo 1999, sono in corso i negoziati in vista della conclusione del cosiddetto Accordo economico, che è quasi pronto e che mi auguro possa essere presto firmato a beneficio di ambo le parti. Trattandosi di diverse questioni tecniche piuttosto dettagliate, nelle quali sono implicati diversi dicasteri, le trattative hanno preso più tempo del previsto, anche perché a volte i lavori sono stati rallentati da altri fattori. Tuttavia, anche se entrambi gli accordi, quello con gli israeliani e quello con i palestinesi, riguardano la presenza della Chiesa in Terra Santa, si tratta di due intese indipendenti l’una dall’altra.

L’intesa raggiunta nel 2000 era stata firmata tra Santa Sede e Olp, questa tra Santa Sede e Stato di Palestina. Come mai questo cambiamento?

Il 29 novembre 2012 è stata adottata da parte dell’Assemblea generale dell’Onu la risoluzione che riconosce la Palestina quale Stato osservatore non membro delle Nazioni Unite, e lo stesso giorno la Santa Sede, che ha anch’essa lo status di osservatore presso l’Onu, ha pubblicato una dichiarazione. Questa ha accolto con favore il risultato della votazione, inquadrata nei tentativi di dare una soluzione definitiva, con il sostegno della comunità internazionale, alla questione già affrontata con la risoluzione 181 del 29 novembre 1947 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la quale prevedeva la creazione di due Stati, di cui finora uno solo ha visto la luce. Si segnalava, inoltre, che si poteva rispondere adeguatamente ai problemi esistenti nella regione solo impegnandosi effettivamente a costruire la pace e la stabilità nella giustizia e nel rispetto delle legittime aspirazioni, tanto degli israeliani quanto dei palestinesi, con la ripresa in buona fede dei negoziati. Il riferimento allo Stato di Palestina e quanto affermato nell’accordo sono dunque in continuità con quella che è stata allora la posizione della Santa Sede.

L’accordo potrebbe avere ripercussioni in ambito politico?

Anche se in modo indiretto, sarebbe positivo che l’accordo raggiunto potesse in qualche modo aiutare i palestinesi nel vedere stabilito e riconosciuto uno Stato della Palestina indipendente, sovrano e democratico che viva in pace e sicurezza con Israele e i suoi vicini, nello stesso tempo incoraggiando in qualche modo la comunità internazionale, in particolare le parti più direttamente interessate, a intraprendere un’azione più incisiva per contribuire al raggiungimento di una pace duratura e all’auspicata soluzione dei due Stati. Questo sarebbe un bel contributo per la pace e la stabilità in una regione da tanto tempo afflitta da conflitti, e da parte loro la Santa Sede e la Chiesa locale sono desiderose di collaborare in un cammino di dialogo e di pace.

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19 settembre 2018

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