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Per il bene del Popolo di Dio

· Il riordino delle diocesi in Italia ·

Carlo Levi, «Tetti di Roma» (1951, particolare)

Quello della difesa della famiglia come «misura di civiltà» è stato uno degli aspetti più ricorrenti che i media, anche sull’onda dell’attualità, hanno giustamente messo in luce dando conto dei lavori dell’ultimo Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana (Cei). Come si legge nel comunicato diffuso al termine dei lavori, dal 25 al 27 gennaio scorsi i presuli hanno affrontato anche questioni che normalmente sfuggono ai riflettori della cronaca. Tra queste, il servizio pastorale dei vescovi emeriti, al quale la Congregazione per i vescovi nel 2008 ha dedicato un breve studio intitolato Il vescovo emerito.

Si tratta tuttavia di temi che non solo hanno un peso rilevante nella vita della Chiesa, ma esprimono la misura della sollecitudine pastorale. Come quello del numero delle diocesi italiane, argomento a lungo dibattuto e ripreso da Papa Francesco già nel 2013, durante il suo primo incontro con l’episcopato italiano. A questo proposito la Congregazione per i vescovi ha richiesto alle conferenze episcopali regionali il parere su un progetto di riordino che dovrà essere espresso entro la fine d’agosto 2016.

L’argomento, come si è accennato, non da oggi è all’ordine del giorno. Anche il concilio Vaticano II, nel decreto Christus dominus sulla missione pastorale dei vescovi, si era soffermato sulla necessità di rivedere i confini delle diocesi, questione molto sentita in Italia sin dai tempi dei patti del Laterano. In effetti, la Penisola da sempre “soffre” — a motivo dell’evoluzione di peculiari processi storici — di un’anomalia: un numero troppo elevato di diocesi se confrontato con il resto del mondo cattolico.

La questione venne affrontata già nel 1964 da Paolo VI, che il 14 aprile all’assemblea dei vescovi rilevò l’«eccessivo numero delle diocesi». Successivamente il Pontefice tornò ancora sull’argomento e il 23 giugno 1966, sempre incontrando l’assemblea della Cei, avvertiva: «Sarà quindi necessario ritoccare i confini di alcune diocesi; ma più che altro si dovrà procedere alla fusione di non poche diocesi, in modo che la circoscrizione risultante abbia un’estensione territoriale, una consistenza demografica, una dotazione di clero e di opere, idonee a sostenere un’organizzazione diocesana veramente funzionale, e a sviluppare una attività pastorale efficace ed unitaria».

All’epoca le diocesi erano ben 325 — oggi sono 226 — e a seguito delle parole di Montini la Cei costituì una commissione detta “dei quaranta”, che elaborò un progetto di riduzione, tra 118 e 122. Si trattava, come ha ricordato Alberto Bobbio sul sito di «Famiglia Cristiana», di un’ampio studio che, qualche anno più tardi, nel 1968, venne consegnato alla Congregazione per i vescovi. Il testo fu esaminato, poi anche approvato a maggioranza dai vescovi italiani e, infine, accantonato. Bisognerà attendere il 1986 quando, attraverso una serie di accorpamenti di piccole diocesi, si arrivò all’assetto attuale. Un «fatto storico», scrisse il segretario della Congregazione per i vescovi, l’arcivescovo Lucas Moreira Neves, presentando sull’Osservatore Romano del 9 ottobre 1986 la nuova “geografia” delle diocesi italiane. Tuttavia proprio in quella circostanza il segretario del dicastero ricordava che 119 era il numero delle circoscrizioni ecclesiastiche «ritenuto molto vicino all’ideale».

La questione viene adesso riproposta. «L’operazione è certamente difficile, ma non dovrebbe suscitare il panico e l’opposizione» disse Paolo VI il 23 giugno 1966. Anche perché — come ha ricordato Papa Francesco il 23 maggio 2013 nel suo primo incontro con l’episcopato italiano — la Chiesa non è «espressione di una struttura o di una necessità organizzativa», ma «segno della presenza e dell'azione del Signore risorto» per edificare «la comunità nella carità fraterna».

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