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Nel segno del battesimo

Vittorio, Giovanni e Fortunato portano al collo un piccolo crocifisso di legno: è il segno del battesimo che hanno ricevuto il 16 agosto scorso a Chiusi, insieme ad altri undici profughi arrivati, come loro, dalla Nigeria. Un segno mostrato a Papa Francesco che li ha accolti a braccia aperte in piazza San Pietro per l’udienza generale, dopo il consueto giro con la jeep sulla quale ha fatto salire anche alcuni ragazzi.

«Abbiamo lasciato le nostre terre — confidano i profughi — e abbiamo conosciuto povertà e violenze, siamo sopravvissuti a una terrificante traversata in mare e il battesimo significa per noi la certezza di una nuova vita». Alcuni di loro avevano già intrapreso un percorso di fede in Nigeria. Altri, invece, sono rimasti colpiti dalle testimonianze dei volontari della parrocchia di Santa Maria della pace a Chiusi Scalo. «Ci siamo chiesti cosa spingeva quelle persone ad accoglierci senza chiederci nulla in cambio — raccontano i profughi — e così abbiamo scoperto che alla radice del loro stile di vita c’è l’amore di Cristo, ci sono gli insegnamenti della Chiesa». E ad accompagnare i giovani profughi dal Papa sono voluti venire anche quanti li hanno accolti a Chiusi e che il 16 agosto sono stati accanto a loro per il battesimo, come madrine e padrini.

Il parroco, don Antonio Canestri, non nasconde «le grandi difficoltà di integrazione: è quasi impossibile trovare un lavoro regolare per questi ragazzi, noi non possiamo fare altro che aprire le porte delle nostre comunità e condividere quello che abbiamo». Ed «è stato significativo per tutta la diocesi — aggiunge — che a battezzarli sia stato proprio il vescovo di Montepulciano-Chiusi-Pienza, monsignor Stefano Manetti, nell’antica cattedrale di Chiusi».

Con particolare affetto Papa Francesco ha accolto anche Jakson Follmann e Alan Ruschel, due dei tre calciatori brasiliani sopravvissuti allo schianto dell’aereo su cui viaggiava la squadra della Chapecoense, il 28 novembre di un anno fa, sulle colline di Medellín. E con loro ha abbracciato e incoraggiato i componenti della squadra e i familiari delle vittime. «Doveva essere — confidano i due sopravvissuti con un filo di voce — il viaggio dei sogni, quello che ci avrebbe portati a disputare la storica finale della Coppa sudamericana, ma si è trasformato in una tragedia che ha sconvolto le nostre vite, il mondo dello sport e tutto il Brasile».

Jakson Follmann, portiere ventiquattrenne a cui è stata amputata una gamba, e Alan Ruschel, forte difensore, non ricorrono a giri di parole: «Dovevamo morire quel giorno, nel momento delle nostre ultime preghiere pronunciate ad alta voce mentre l’aereo stava precipitando, ma Dio ci ha dato una seconda possibilità e faremo del nostro meglio per onorarla. E naturalmente anche per onorare i nostri amici che non ci sono più» confidano parlando anche a nome di Neto, il loro collega che è sopravvissuto all’incidente.

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23 luglio 2019

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