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Il barbaro santo

· Gli aspetti normativi della riforma di Carlo Magno ·

Dopo Canossa. Il disincanto del mondo, lo storico tedesco Stefan Weinfurter torna nelle librerie con un nuovo volume, pubblicato originariamente in Germania nel 2013, Carlo Magno. Il barbaro santo (traduzione di Alfredo Pasquetti, Bologna, Il Mulino, 2015, pagine 342, euro 25). 

Carlo Magno riceve la corona imperiale da Papa Leone III  (XIV secolo, «Chroniques de France ou de Saint Denis»)

Occorre subito precisare che, a dispetto del titolo, Weinfurter non è interessato a fornire un giudizio sul regno di Carlo, scegliendo tra le immagini spesso contraddittorie che ci ha offerto la storiografia moderna e contemporanea. Non si tratta cioè di discutere se Carlo sia stato un sovrano spietato, freddo e calcolatore, capace di crimini efferati, un barbaro nel senso deteriore del termine o al contrario un luminoso padre dell’Europa e dell’Occidente cristiano, un santo in senso lato. Weinfurter desidera piuttosto mettere in luce i presupposti sui quali si fondò il suo dominio, che possono essere ricondotti a un’idea che ha informato di sé tutta la società dell’alto medioevo: l’«univocità della verità». Nella prospettiva adottata da Carlo, infatti, ogni settore della vita politica, culturale e religiosa doveva essere regolato da norme univoche, in grado di dar vita a un programma di governo il più possibile uniforme per tutte le zone del suo regno. Solo in questo modo, ai suoi occhi e a quelli dei suoi contemporanei, era possibile modellare la città degli uomini in accordo con la città di Dio.

L’aspirazione all’univocità si manifestò anzitutto in ambito amministrativo ed economico.

Per attuare l’ambizioso progetto di una legislazione chiara e organica, Carlo riorganizzò l’istituto dei missi dominici che avrebbero dovuto controllare periodicamente il rispetto delle prescrizioni contenute nei documenti regi, verificare la lealtà dei sudditi ed esigere da loro un giuramento di fedeltà. Carlo decise che i missi dominici non fossero nominati tra i vassalli più poveri del regno, maggiormente esposti al rischio della corruzione, ma tra persone la cui sussistenza non dipendeva da elargizioni interessate, quindi ritenute in grado di garantire i diritti di tutto il popolo.

Il bisogno di uniformità ebbe ripercussioni anche in campo culturale grazie alla capillare azione intrapresa dagli intellettuali che ruotavano attorno alla corte di Carlo, primo fra tutti Alcuino di York. La cosiddetta rinascita carolingia passò attraverso la riforma del latino, che portò all’affermazione di quella che sarebbe diventata per secoli la lingua delle lettere e delle scienze, e attraverso il processo di trasmissione del sapere, che si concretizzò nella copia di migliaia di manoscritti antichi su pergamena, nella messa a punto di una grafia elegante e al tempo stesso funzionale come la minuscola carolina, nell’istituzione di scuole di lettura e scrittura nelle parrocchie e nei villaggi, nella fondazione di nuove biblioteche e persino nella riforma del calendario.

Riuscì Carlo nella sua «spasmodica ricerca di univocità»? Solo in parte, secondo Weinfurter. Il re franco, infatti, dovette fare i conti con un’estrema varietà di resistenze e di interessi che agivano a livello locale e persino individuale. Lo sforzo di dar vita a una società di diritto e di pace, regolata da procedure univoche, fu però portata avanti dalle comunità monastiche, le prime istituzioni europee, tra l’xi e il xii secolo, ad assumere strutture organizzative stabili e a dotarsi di ordinamenti giuridici definiti.

di Giovanni Cerro

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20 novembre 2019

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