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Il bacio di Origene

· Come insegnare ai ragazzi a essere «custodi della fiamma» ·

Pubblichiamo stralci tratti dal libro Chiara Lubich. Lo Spirito Santo, a cura di Florence Gillet e Raul Silva (Roma, Città Nuova Editore, 2018, pagine 144, euro 12), una raccolta di testi della fondatrice del movimento dei focolari sulla terza persona della Trinità, con particolare attenzione all’effusione dello Spirito agli inizi del movimento, al suo ruolo di Maestro interiore, agli insegnamenti per farlo meglio conoscere e amare e alla sua azione rinnovatrice, soprattutto per quanto riguarda lo stile del dialogo. I brani riportati sono stati pronunciati a Loppiano, il 24 maggio 1985 e a Firenze, il 17 settembre del 2000. Rispondendo a delle domande di giovani che si preparano alla vita di focolare, Chiara racconta la sua esperienza e commenta le parole dell’inno Veni creator Spiritus mettendo in luce quanto i ragazzi avevano già sperimentato nel loro operare.

Vorrei farvi scoprire come lo Spirito Santo vive dentro di voi, anche se non ve ne accorgete. Per vedere che cosa fa, passiamo in rassegna il Veni creator, la preghiera della Chiesa allo Spirito Santo. In essi si dice che Egli visita le menti. Io sono sicura che le vostre menti sono state visitate dallo Spirito Santo perché altrimenti non sareste qui. Siete in questa cittadella perché qualcuno vi ha chiamato. E chi vi ha fatto sentire la Sua voce? Lo Spirito Santo (...).

Si dice che lo Spirito Santo è dolce consolatore. Noi abbiamo conosciuto molte volte la Sua consolazione. In tutti i momenti ad esempio in cui abbracciamo Gesù crocifisso e abbandonato fiorisce dentro di noi la gioia. O si può provare questa consolazione ascoltando qualcosa di spirituale. È Lui, lo Spirito Santo che consola. Nel Veni creator è detto ancora che lo Spirito Santo è fiamma ardente del cuore. Non provate forse talvolta durante certi incontri, quando la carità circola, un ardore nuovo nel cuore? Non dite forse a volte in quelle occasioni “Mi scoppia il cuore? È lo Spirito Santo che fa scoppiare il cuore” (...).

Poi è detto che sana le ferite. Dopo un fallimento, per esempio, quando ci apriamo con fiducia alla misericordia di Dio, e avvertiamo che la ferita è rimarginata, chi ha agito in noi? Lo Spirito Santo; è detto che è “balsamo”; è proprio così, lo Spirito è il balsamo dell’anima. Poi è detto che reca in dono la pace. Come è vero! Quanto è concreta e sensibile all’anima la pace dello Spirito Santo! Se non ci fosse Lui saremmo ben tristi e non conosceremmo la vera pace. Egli la porta in dono (...).

Egli poi suscita in noi le parole. Quanti dicono: io ero uno che non parlava mai: mi hanno messo lì a raccontare la mia esperienza e ho parlato. Da chi è stato aiutato? Giacché lo Spirito Santo lo ha illuminato aveva qualcosa da dire e si è sentito sulla bocca le parole. (...) Ho provato piacere nel leggere che il papà di Origene (il famoso Origene dei primi secoli) quando era piccolino, gli scopriva il petto e glielo baciava, perché era tempio dello Spirito Santo. Come sarebbe bello che rimanesse anche in noi la consapevolezza che dentro di noi non abbiamo soltanto dei doni dello Spirito, ma il dono stesso, che è lo Spirito Santo! Egli imprime dentro di noi una legge nuova. Ed è Lui che ci fa distinguere: questo è “uomo vecchio”, questo è “uomo nuovo”. Ed è Lui che ci fa ammettere: sì, sono allegro, ma non è la gioia vera, questa è falsa libertà; sì, mi sento libero, ma non è la libertà giusta. Chi ci convince di tutto ciò? È la voce dello Spirito (...).

Nei primi tempi avevamo una grazia. Ricordo che facevo dei viaggi, nel Trentino, e in treno scrivevo anche venti lettere: a mia mamma, a mio fratello, ai miei amici, alle mie cugine, ai miei nonni, a tutti! (...) E lo stesso facevano le mie compagne. Poi è successo quello che è successo: alcuni hanno aderito, altri no. Però c’era il fuoco! Così doveva cominciare il movimento, perché altrimenti non sarebbe mai nato. Tuttavia un po’ di “pauretta” l’ho avuta anch’io, perché ogni sabato ci trovavamo insieme alla comunità nascente e io dovevo parlare. Non volevo farlo imparando da altri testi, perché avvertivo che c’era qualcosa di nuovo e lo Spirito Santo voleva aiutarmi ad esprimerlo. Però questo mi metteva anche un po’ di agitazione. Per cui il sabato parlavo e andava bene (...) poi veniva la domenica, il lunedì. Quando si avvicinava il mercoledì pensavo: “Fra un po’ sarà di nuovo sabato, che cosa dovrò dire?”. E mi occorreva lo Spirito Santo, perché io non sapevo cosa avrei detto. Allora andavo in chiesa davanti al Santissimo e dicevo a Gesù: “Io non sono niente, tu sei tutto”. Andavo a casa, mi venivano le idee e facevo una scaletta con i punti del discorso. Poi strappavo le carte che avevo scritto per non attaccarmi neanche a quello: volevo che fosse lo Spirito Santo a parlare.

di Chiara Lubich

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23 febbraio 2020

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