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Il 2 marzo 1969 la visita di Nixon in Vaticano

· Negli archivi dell’Osservatore Romano la cronaca dell’incontro con Paolo VI avvenuto cinquant’anni dopo quello tra Wilson e Benedetto XV ·

Nel pomeriggio del 2 marzo 1969 Paolo VI riceveva il presidente degli Stati Uniti Richard M. Nixon. Nell’annunciare l’avvenimento e nel sottolinearne l’importanza, il giorno precedente la visita «L’Osservatore Romano», in prima pagina, metteva in rilievo il fatto che il Pontefice avrebbe avuto un colloquio con «il capo di una grande Nazione che comprende tra i suoi cittadini quaranta milioni di cattolici». E annunciava un esame delle diverse situazioni nel mondo dove l’intesa dei popoli era più necessaria e dove la pace doveva essere ristabilita.

Paolo VI  incontra il presidente statunitense Richard M. Nixon il 2 marzo 1969

Il quotidiano ricordava, inoltre, in preparazione all’avvenimento, le visite di altri presidenti statunitensi, come quella del 2 luglio 1963 di John F. Kennedy e del 23 dicembre 1967 di Lyndon B. Johnson: incontri che — si sottolineava — rientravano «in quell’azione che la Chiesa persegue per le cause inseparabili dell’umanità e della pace».

Cause che rivestono una importanza fondamentale e che perciò richiedono la buona volontà di tutti, in primo luogo quella dei responsabili delle Nazioni.

Il presidente degli Stati Uniti verrà poi ricevuto da Paolo VI nella Biblioteca per un colloquio privato, che durerà un’ora e quindici minuti. Dopo l’incontro il Papa, alla presenza del seguito del capo della Casa Bianca e di alcuni giornalisti, esortava il presidente degli Stati Uniti a «dare un contributo alla cessazione dei conflitti e impedire altre contese armate proseguendo nel sicuro cammino verso una pace durevole e favorendo prosperità attraverso larga e feconda intesa».

Un augurio che il Pontefice estendeva al Paese esortandolo a proseguire la sua «missione di magnanima collaborazione con tutti i popoli in via di sviluppo, nella reciproca stima, nel rispetto delle fondamentali libertà degli uomini e degli Stati e nella promozione dei genuini valori umani».

Dal canto suo, Nixon sottolineava la necessità della «leadership spirituale e morale» che il Papa rappresentava «in Vaticano e nei suoi viaggi e nelle nazioni del mondo». Il presidente continuava dicendo che le parole di Paolo VI erano state «fonte di profonda ispirazione» ed esprimeva la «certezza» che le preghiere del Papa lo avrebbero «sostenuto negli anni futuri» e che insieme si sarebbero potute trovare quelle «risposte che danno al mondo un assetto basato sulla pace e sulla giustizia per tutti i popoli».

Poi il presidente incontrava il gruppo di connazionali del Collegio Nord Americano. Ricordava la visita fatta, nel marzo 1957, a quel Collegio quando era vicepresidente dopo essere stato ricevuto da Pio XII. Proseguiva il discorso focalizzandosi sui giovani, sottolineando che essi «hanno bisogno di uno scopo, di un ideale» e sottolineando l’importanza di seguire il Papa e di «servire fedelmente la Chiesa».

Quasi cinquant’anni prima aveva avuto luogo la prima visita di un presidente statunitense a un Papa. Era sabato 4 gennaio 1919 quando Benedetto XV riceveva Woodrow Wilson. Data la portata storica dell’avvenimento, «L’Osservatore Romano» di quel giorno riportava la descrizione dell’entusiasmo che i cittadini italiani, con applausi e sventolii di cappelli e fazzoletti, dimostravano verso Wilson e gli Stati Uniti nelle varie stazioni dove passò prima di giungere a Roma.

Anche alla stazione Termini non fu da meno l’accoglienza come si legge ne «L’Osservatore Romano» del giorno dopo, 5 gennaio 1919: «tutte le finestre e i balconi da piazza Rusticucci in Borgo Nuovo fino a piazza Pia erano pavesate con damaschi rossi e con bandiere» e moltissime persone «all’apparire dell’automobile del presidente hanno gridato agitando i fazzoletti: Viva Wilson! Viva l’America!».

L’automobile del presidente degli Stati Uniti alle 15.20 giungeva nel cortile di S. Damaso. Dopo i saluti e gli incontri di rito Wilson entrava nell’anticamera segreta dove veniva accolto da Benedetto XV per un colloquio privato che durò 20 minuti.

Come scrisse quarant’anni dopo Giuseppe Dalla Torre nell’editoriale del 6 dicembre 1959 a proposito della visita del presidente Eisenhower a Papa Giovanni XXIII, questa «richiama dopo un quarantennio l’altra del presidente Wilson a Benedetto XV del 4 gennaio 1919, avvenuta nello spirito di ciò che lo stesso presidente aveva scritto al Papa rispondendo per primo, due anni innanzi, alla Nota di Pace del 1° agosto 1917». Inoltre, il direttore de «L’Osservatore Romano», ricordava la lettera natalizia «di saluto e di pace» inviata il 24 dicembre 1939, dal presidente Franklin D. Roosevelt a Pio XII, che Dalla Torre definiva come «una “visita” spirituale» che incoraggiava «uomini di religione e uomini di governo» a stringersi per conseguire un comune proposito quale era la pace tra i popoli.

La visita del presidente degli Stati Uniti d'America, Dwigth D. Eisenhower a Papa Giovanni XXIII avvenne la mattina del 6 dicembre 1959. Questi, nel colloquio privato, ribadiva i desideri di pace degli Stati Uniti e il fatto che questa pace si basava sulla libertà e sui valori spirituali. Giovanni XXIII a sua volta, riporta «L’Osservatore Romano» dell’8 dicembre 1959, «assicurava che la Chiesa Cattolica, fedele al suo programma e alla propria missione, nulla lascerà intentato di quanto possa servire alla giusta e duratura pace, affinché tutti i popoli della terra vivano in una sola famiglia».

di Valeria Pendenza

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