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Ignazio di Loyola come maestro di poesia

· In morte di Giovanni Giudici ·

«Metti in versi la vita, trascrivi / fedelmente, senza tacere / particolare alcuno, l’evidenza dei vivi».

È la poesia che esce da una pagina evidenziata un giorno nel Meridiano di tutta l’opera di Giovanni Giudici, quasi a riassumerla integra e intera, dopo anni e anni di parole e di gesti, poesia e azione, indizi di vero e di mistero nella macina dei pensieri, dei dubbi e delle epifanie, dei sogni e degli sgomenti, delle sfide e degli sfoghi.

Nasce il 26 giugno 1924 lì dove mercoledì 24 maggio è venuto a mancare Giovanni Giudici: Le Grazie di Portovenere. Ma vi ritorna dopo molto viaggiare e abitare: la prima «deportazione» è a Roma, a nove anni, e qui resta fino alla laurea in Lettere. Il pendant esistenziale è la clandestinità, l’antifascismo, l’attivismo politico.

La completezza del poeta viene presto, tra cultura, incontri, ricerca, amicizie e prime raccolte: La stazione di Pisa (1955) e L’intelligenza col nemico (1957) che chiudono con i «maestri» per misurarsi direttamente con le contraddizioni della storia, della società, del pensiero. Quando, nel 1963, esce L’educazione cattolica , Giudici mette la sua definitiva impronta di autorevolezza nella letteratura italiana, evidenziando quel suo sentire religioso che entra in verticale vibrazione tra stile e contenuto, venendo a rappresentare l’evento atteso tra vecchie angosce e nuove intimità e che si interroga sulla fede, sulle speranza cristiana, sulla mano di Dio.

Mentre le tappe della vita sono Ivrea — presso la mitica Olivetti — Torino e Milano, più che contatti o esperienze di lavoro, contano gli stati d’animo e le esigenze interiori. Nei giorni e nelle opere, negli eventi e nelle occasioni, Giudici cerca una sostenibile convivenza tra sensibilità cattolica e realtà contingente. O, come dice lui stesso, una dirimente presa di posizione «sulla scandalosa contraddizione in me di cristianesimo e socialismo, l’una posizione che sconfinava con l’altra, e viceversa, perché sentivo un’auspicabile integrazione tra piano storico e piano metafisico».

È qui che cade a proposito ciò che del suo modo di fare in poesia chiamò «sintassi autobiografica»: parole che non tanto dicano la vita, ma siano la vita. Una vita che sempre meglio gli veniva suggerendo la figura di Cristo come misura di riferimento.

Più che una partita tra Dio e mondo da giocare in prima persona per conto dell’umanità, Giudici sperimenta un’inquietudine che lo afferra di fronte al panorama sociale e culturale che tende a dimenticare gli ideali, le dimensioni «altre» della vita, quelle religiose, spirituali, sacrali.

Un momento problematico, in cui la poesia si rifugia nella questione tecnica, nell’esperimento metrico, formale, lessicale, linguistico, tra aforisma e poema, cosmo e minuzia. Ma con La vita in versi (1965) il conflitto si riaffaccia da remote e intacitabili componenti d’animo, tra «maniera» e preghiera, tra identità e comunione, fedeltà e dissenso.

La pratica religiosa urta con la simpatia politica per completarsi in un quadro dove a confliggere sono la devastante trama della quotidianità, il senso della finitezza umana, l’ipocrisia e l’impostura e la viltà dello star bene sulla crosta di un pianeta affamato.

Appaiono le raccolte che perfezionano la posizione di Giudici nel cielo più terso della poesia contemporanea: da O Beatrice (1972) a Il male dei creditori (1977); da Il ristorante dei morti (1981) a Lume dei tuoi misteri (1984) a Fortezza (1990). Fino a Empie stelle (1996) e Eresie della sera (1999). Prima che il Meridiano Mondadori dell’anno dopo ne ufficializzi definitivamente statura e portata, livello e rilievo.

Mentre un’altra luminosa e complessa fatica realizza Giudici, un’impresa di totale potenza culturale e intellettuale, oltre che umanamente ammirevole, traducendo dal russo il capolavoro di Puskin, l’Oneghin.

L’itinerario è compiuto: l’uomo e il poeta, negli ultimi anni tacciono entrambi.

Ma un altro, fondante momento, degno di essere ricordato, Giudici lo aveva avuto nel tradurre Ignazio di Loyola, facendone addirittura un suo maestro di poesia. E là dove l’esercizio del santo catalano si presentava come un itinerario a Dio, a Giudici era parso giusto assumerlo come un viatico pro domo sua , per la sua poesia, in passi e passaggi di mistica mimesi, una sorta di annullamento dell’autore nella parola poetica in quanto ombra del Verbo divino.

Sentiva, ora più che mai, negli anni del silenzio, lo stretto rapporto tra poesia e salvezza. E sentiva di averlo praticato, tra verifiche e ripensamenti, sempre, assensi e confutazioni, ma mai declini o rifiuti.

La sua certezza era che la poesia potesse avere una sua efficacia nel forzare la materialità delle cose, dare un senso alle amarezze, alle angosce, ai dubbi, presentarsi alla fine affabile, saggia, dolce, a proteggere la quotidianità, i sentimenti, le fatiche, le malinconie.

C’è una semantica religiosa che è davvero peccato non riconoscere in Giudici: una semantica segretamente agostiniana, «barlume di mistero» che ogni giorno avanza «nel cospetto dell’eterno».

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21 novembre 2019

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