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Identità
e accoglienza

· Dalla Bibbia alla «città porosa» ·

Si sofferma in particolare sul concetto di città “porosa” la relazione che l’arcivescovo di Chieti-Vasto ha tenuto oggi, 12 gennaio, a Pescara, intervenendo al convegno «Città nuove e sconfinate: le ragioni di una rivoluzione necessaria». Del testo pubblichiamo alcuni stralci.

Henri Matisse «Gerusalemme celeste» (1948)

Quali processi di partecipazione potranno favorire la rivoluzione che porti da sistemi urbani identitari rigidi e chiusi a città “nuove e sconfinate”, reciprocamente compenetrate e insieme fedeli alla propria identità? Vorrei rispondere a questa domanda muovendo da una riflessione sulla nascita e il carattere originario delle città secondo la Bibbia: nel libro della Genesi (4, 16-17) viene presentato il primo fondatore di una città, Caino, nomade in fuga dall’Eden dopo l’omicidio del fratello. Divenuto padre, egli decide di fermarsi e costruire una città, cui dà il nome del figlio, Enoch (dalla stessa radice di Hanukka, la festa dell’inaugurazione, delle luci, del nuovo inizio), perché sia per lui e la sua discendenza di protezione e difesa. La città si profila, dunque, come il luogo in cui custodire l’identità, che i figli perpetueranno nel tempo: essa nasce da un movimento centripeto, da un’esigenza di stabilità, dove la rassicurazione rispetto agli altri si coniuga all’affermazione di sé e della propria discendenza. Il culmine di questo movimento appare nella pretesa degli abitanti di Babele (Genesi, 11) di edificare una “tower city” ritta fra terra e cielo, che enfatizzi la loro identità contro l’altro, divino o umano che sia.

di Bruno Forte

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17 luglio 2018

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