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Identità bolognese

· Alla scoperta di San Petronio ·

Potremmo definire San Petronio per esclusione. Non è una chiesa cattedrale anche se della cattedrale ha l’imponenza, le dimensioni, la centralità. Non è una grande chiesa conventuale come la Santa Croce dei fiorentini o i Santi Giovanni e Paolo dei veneziani. Non è un santuario che attira le moltitudini di fedeli come il Sant’Antonio di Padova. Non è neppure un mausoleo perché le spoglie mortali del santo vescovo Petronio vissuto nel quarto secolo riposano in Santo Stefano, la Gerusalemme dei bolognesi. Solo la reliquia della testa di San Petronio è custodita nella Basilica. Ce la fece portare il bolognese Prospero Lambertini, papa Benedetto xiv, un uomo che oltre a essere orgoglioso della sua città, era appassionato di archeologia sacra e di storia della Chiesa delle origini. Come dimostra il Museo Cristiano da lui fondato nella Biblioteca Apostolica, ad asserendas veritates fidei et ad augendum splendorem urbis leggiamo scritto nella lapide memoriale.
E allora che cosa è San Petronio? È una chiesa civica, è l’esempio forse più insigne in Europa di quello che è stato definito “cristianesimo civile”. Quando gli architetti del San Petronio, Antonio di Vincenzo e il padre servita Andrea da Faenza, presentano i progetti e quando, il 7 giugno dell’anno 1390, viene posta la prima pietra, il vescovo non figura fra i fabbricieri. La progettazione ed edificazione dell’edificio dovevano essere onore ed onere dei cittadini; della municipalità, delle corporazioni delle arti, delle famiglie eminenti bolognesi, i Bolognini, i Grifoni, gli Aldovrandi. Anche i preti incaricati di officiare le funzioni religiose erano dipendenti del comune, stipendiati dalla municipalità. Questo carattere civile, orgogliosamente laico di San Petronio, è la prima chiave per entrare nella sua storia costruttiva e artistica.
Per lo storico dell’arte il San Petronio dei bolognesi si caratterizza per alcune sue specificità. Intanto per la sua imponenza, per le sue dimensioni bene evidenti nella sterminata facciata lasciata al rustico.
Si capisce perché si sono succeduti nei secoli progetti, mai realizzati, di completamento della facciata; progetti firmati da vari “archistar”, dal Vignola a Giulio Romano, al Palladio. La facciata è rimasta come la vediamo, scabra, immensa, a significare, come meglio non si potrebbe, la vastità e l’imponenza dell’edificio.
Altro carattere distintivo del San Petronio è lo stile solo moderatamente gotico. La chiesa viene edificata negli stessi anni in cui prende forma, nella sua parte absidale, il duomo di Milano. Ma come quello si caratterizza, nella sua foresta di guglie, per un gotico estremo iperbolico di chiara ispirazione nord-europea, il San Petronio, al contrario, si distingue per una sua maestosa imponenza, memore, si direbbe, del romanico padano.
Un’altra caratteristica di San Petronio è la luminosità diffusa, omogenea, coinvolgente del suo interno. Questo dipende dal fatto che i lati lunghi dell’edificio sono esposti uno a est e l’altro a ovest, così che l’interno della chiesa riceve luce ogni ora del giorno. Ciò spiega la mirabile luminosità diffusa che affascina chiunque metta piede all’interno della basilica.
San Petronio — anche questa è una sua peculiare caratteristica — poggia su uno zoccolo perimetrale foderato da lastre di marmo che raccontano, con i personaggi dell’Antico Testamento, il tempo dell’attesa, il Cristo che verrà.
Sono qui all’opera i migliori talenti della tradizione plastica padana di primo Quattrocento: da Pier Paolo delle Masegne a Paolo di Bonaiuto, a maestri anagraficamente non identificati ma caratterizzati da grande forza espressiva quali il Maestro detto “di Sansone”, il Maestro “di san Giovanni Battista”.
Per tutti l’attrazione principale del San Petronio è rappresentata dalla striscia inferiore della facciata, là dove sono le tre porte d’ingresso e le sculture che le sovrastano e le fiancheggiano.
Jacopo della Quercia che lavora alla porta maggiore e ai rilievi che la fiancheggiano negli anni Venti e Trenta del Quattrocento dividendosi con il cantiere senese della Fonte Gaia è il protagonista più noto della decorazione plastica del San Petronio ma intervengono nelle porte laterali, ormai in pieno Cinquecento, anche il Tribolo e Amico Aspertini.
I rilievi ininterrotti che percorrono la parte scolpita della facciata raccontano le storie di Giuseppe Ebreo, figura profetica del Cristo. Come Cristo, infatti, Giuseppe è stato tradito e venduto dai suoi fratelli, come Cristo, una volta assunto a grande onore come primo ministro alla corte del faraone, ha perdonato e abbracciato coloro che gli avevano fatto del male.
Lo stile di Jacopo della Quercia, in equilibrio fra Donatello e le suggestioni del gotico internazionale, alla Claus Sluter, è improntato ad una possente dinamica energia, a una rappresentazione eroica della figura umana.
Si capisce come Michelangelo nel suo periodo bolognese, quando era operoso in San Domenico e per la statua bronzea di Giulio ii, sia rimasto affascinato dallo stile potente, energetico di Jacopo. Michelangelo deve aver sostato a lungo davanti ai rilievi di Jacopo della Quercia in San Petronio.
L’interno della chiesa, nelle cappelle che percorrono le navate laterali, negli affreschi, nelle tele e nelle tavole dipinte, è un campionario della grande arte bolognese-emiliana fra xv e xvi secolo. È impressionante il Giovanni da Modena che dipinge gli affreschi della Cappella Bolognini. Raccontano le attese dei credenti nella vita ultraterrena, rappresentano il paradiso e l’inferno: e l’inferno aveva da essere — così prescriveva l’impegno contrattuale — orribile quantum est possibile. Giovanni da Modena ha applicato alla lettera la volontà del committente.
Non ci può essere infatti inferno più terrificante di quello messo in figura da Giovanni da Modena nella Cappella Bolognini. Tutti gli orrori sono presenti, tutte le sevizie vi sono minuziosamente descritte. C’è anche la storia dei re Magi a completare le scene apocalittiche dell’Inferno e del Paradiso. I Magi abbigliati in preziosi sontuosi abiti di smagliante gusto tardogotico, si recano in visita a re Erode con atteggiamenti di squisito protocollo feudale, vanno a porgere i loro omaggi alla grotta di Betlemme, infine, lasciati cavalli e cammelli, se ne tornano in patria per via di mare. Noi li vediamo, sempre sontuosamente abbigliati, mentre sfilano di fronte a noi come per una crociera.
Altri capolavori popolano la Basilica di San Petronio: Francesco Francia e Lorenzo Costa nella Cappella di San Sebastiano, Amico Aspertini nelle ante dell’organo monumentale e nel Compianto sul Cristo morto, un capolavoro che, all’anno 1519, sembra quasi opera di un Grünenwald bolognese. C’è anche la stagione del barocco nel San Petronio; negli affreschi del Franceschini che raccontano la gloria del santo, in quelli del Bigari nella Cappella Aldovrandi.
Ci sono anche assenze dolorose. Fra tutte, il Polittico Grifoni, capolavoro assoluto di Ercole de’ Roberti e di Francesco del Cossa. Stava sull’altare della cappella con questo nome. Smembrato, ora le sue tavole sono a Brera, nella National Gallery di Londra e in numerose collezioni pubbliche e private d’Europa e d’America.
Se c’è al mondo un esempio eminente di quello che può fare un popolo per onorare la sua storia religiosa e civile e per affermare la proprio identità, entrate nel San Petronio dei bolognesi e lo vedrete.

di Antonio Paolucci

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19 novembre 2019

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