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Idee diventate patrimonio

· ​Don Milani insegnante nel documentario di Alessandro D’Alessandro ·

Sta uscendo in questi giorni nelle sale italiane Barbiana ’65: La lezione di Don Milani, documentario di Alessandro G. A. D’Alessandro dedicato alla figura del sacerdote fiorentino, e in particolare al suo impegno nel campo dell’istruzione. Alla base dell’opera c’è un importante lavoro di recupero di materiale filmato ormai mezzo secolo fa dal padre del regista, Angelo D’Alessandro, e per lungo tempo dato per perso. 

Un’immagine del documentario

Vicchio è un piccolo comune in provincia di Firenze. Barbiana ne è una frazione dove negli anni Cinquanta non c’erano né strade, né acqua, né luce. Ma, cosa ancora più importante, direbbe don Milani, non c’era una vera e propria scuola. Fu il sacerdote, arrivato lì alla fine del 1954, a farla rinascere sfruttando i locali della canonica annessa alla piccola chiesa del paese. L’inclinazione all’insegnamento era frutto della sua precedente esperienza a San Donato di Calenzano, sempre in provincia di Firenze, dove fu appunto insegnante presso una scuola frequentata da contadini e giovani operai, ma soprattutto di forti convinzioni che facevano per lui di questa attività una vera e propria missione, non secondaria rispetto a quella pastorale anche perché da questa non disgiunta. Conoscere il significato vero delle parole è anche un modo per conoscere la Parola, diceva. Allo stesso tempo riconosceva però all’istruzione anche un valore strettamente sociale. Vi intravedeva infatti un indispensabile strumento di emancipazione dagli handicap economici e culturali, e dunque un viatico per la completa liberazione dell’individuo, per l’ottenimento dello status di cittadino sovrano, capace di poter ragionare davvero con la propria testa sulle regole, i doveri, i diritti della società democratica.
Don Milani è stato anche considerato, in più momenti della sua vita, un personaggio per certi versi scomodo, sia per una dichiarata insofferenza verso alcune direttive del mondo ecclesiastico — espressa in buona parte nel suo libro Esperienze pastorali , che inizialmente suscitò preoccupazioni per poi essere pienamente rivalutato — sia per certe posizioni per l’epoca troppo avanti coi tempi, che si concretizzarono nella sua battaglia per l’obiezione di coscienza al servizio militare e, più in generale, nel rifiuto per un concetto di obbedienza che coincida con la cieca accettazione anche di principi percepiti come ingiusti.
C’era d’altronde un chiaro intento provocatorio, nel modo di esprimersi di don Milani. Nella sua convinzione che la mancanza di istruzione impedisse una completa formazione cristiana, per esempio, era molto diretto, anche duro: «Il vescovo si salva da sé, il prete si salva da sé, sanno leggere il Vangelo, si arrangino. A me interessa soltanto di chi non ha avuto questo insegnamento».
Di tutto questo rende conto allo spettatore di oggi, con partecipazione e un altro grado di emotività, il documentario di D’Alessandro, anche grazie agli interventi di tre commentatori che interpolano le immagini di repertorio: Don Luigi Ciotti, il magistrato Beniamino Deidda e l’insegnante Adele Corradi, che ha condiviso l’esperienza di Barbiana con don Milani dal 1963 al 1967. Commentatori scelti non a caso, dato che rappresentano le tre coordinate lungo cui si sono sviluppati il pensiero e l’attività del sacerdote, ovvero il Vangelo, la Costituzione e la scuola. Coordinate, come accennato, comunicanti sino a diventare un tutt’uno.
Al di là di questi interventi, di uno splendido commento musicale, e di qualche trattamento digitale non invasivo e che anzi rende bene l’idea di un pensiero che attraversa il tempo per arrivare intatto fino a noi, il regista aggiunge poco altro al lavoro di suo padre. E in questo estremo rispetto della materia prima, ci sono sia i pregi che i limiti del film.
Il materiale girato si concentra interamente sulla scuola di Barbiana, sul don Milani insegnante e sui suoi alunni. Dunque tutto il resto della vita del religioso, le sue battaglie, i suoi contrasti, le sue difficoltà, non viene supportato dalle immagini, ma solo dalle parole dei commentatori. Si tratta, però, di un difetto in gran parte inevitabile, dato che D’Alessandro padre è stato l’unico regista a ricevere da don Milani il permesso di riprenderlo. Il sacerdote era stato infatti fino a quel momento contrario a qualsiasi filmato che lo riguardasse. A fargli cambiare idea, fu probabilmente la malattia. Sapendo di essere al termine della vita — morirà di lì a due anni — sentì il bisogno di lasciare una testimonianza anche visiva della sua esperienza.
Il limite intrinseco del film finisce dunque per coincidere con il suo pregio maggiore. Perché le immagini riescono a trasmettere l’eccezionalità dell’evento. L’entusiasmo ma anche l’ingenuità di don Milani di fronte al mezzo cinematografico, la purezza dei volti dei ragazzi, le asperità di una terra che sa sì di arretratezza ma anche di spazio incontaminato su cui cominciare a costruire qualcosa di importante.
Pur nel rispetto del materiale preesistente, il regista nel finale fa tuttavia sentire la sua mano con le immagini della Barbiana di oggi che si intrecciano alle voci degli alunni di ieri. Un passaggio suggestivo che introduce molto significativamente l’arrivo di Papa Francesco alla tomba di don Milani. Sigillo eloquente e definitivo di idee ormai diventate patrimonio del mondo cattolico.

di Emilio Ranzato

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10 dicembre 2018

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