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Icone argentine

Preso «quasi alla fine del mondo»: le parole del neoeletto Francesco risuonano ancora sorprendenti, e suggestive, alle orecchie eurocentriche dei fedeli d’occidente. Eppure oggi, tre anni e mezzo dopo quel celebre annuncio, mentre a Buenos Aires si festeggia il duecentesimo anniversario dell’indipendenza dalla Spagna, pare di cogliervi una diversa risonanza, come se l’accento della frase cadesse sul “quasi”. Giacché l’humus spirituale argentino oggi ci appare certamente meno remoto, del tutto riconoscibile per quanto proveniente da un diverso emisfero, attraversato da passioni che intuiamo forse più profonde delle nostre, punteggiato da simboli luminosi, e tuttavia non privi di ombre.

Evita Perón durante un comizio (1950)

Infatti l’“argentinità” ai nostri occhi non si esaurisce certo nella personalità di Jorge Mario Bergoglio, ma risale alla scrittura di Borges, al gesto del tanguero, al mito di Evita, alla psicoanalisi, al vitalismo sfrenato del Che Guevara... E più crediamo di conoscere il paese e ci lasciamo conquistare dalle sue facili icone — la pampa, i viaggi di Chatwin in Patagonia, i campioni sportivi, la discendenza italiana cresciuta a bistecche di angus — più ne percepiamo un sentore indefinibile.

Forse nessuno come lo scrittore Jorge Luis Borges — il caso più clamoroso di Nobel negato nel secolo ventesimo — è in grado di esprimerne la duplicità. Passione dominata dalla logica, metafisica dell’infinito assoggettata alle regole astratte della ragione, Borges traduce nella metafora ludica degli scacchi il bisogno latinoamericano di assoluto e, insieme, il suo disorientamento esistenziale a fronte delle grandi domande che rimangono senza risposte. In lui, nei suoi libri, la vita stessa è simile a un’interminabile partita giocata con re, cavalli e torri, le cui imprevedibili possibilità non indicano un libero arbitrio, da parte dell’uomo, bensì il suo essere assoggettato a una volontà superiore incarnata da Dio o dal destino.

Ma forse — lascia intendere Borges — anche l’arbitrio del Creatore è a sua volta condizionato dall’imperscrutabile volere di un altro dio, in un diabolico gioco di scatole cinesi la cui causa prima rimane sconosciuta. Al pari delle azioni umane, anche le mosse possibili sulla scacchiera sono come gli atomi del mondo e le loro combinazioni: di un numero smisurato, sì, ma finito. Tuttavia ci sarà pure — a questo punto non potrà fare a meno di chiedersi il lettore — un esito della battaglia...

La risposta che riceve da Borges è però ambigua: il fine di tutto non consiste in nient’altro che nella battaglia stessa. La quale, se pure non è eterna, in eterno si ripete.

Affascinante teoria non solo letteraria, poiché negli studi psicanalitici di Matte-Blanco — cileno di formazione ma alter ego scientifico di Borges quanto Freud può esserlo considerato di Schnitzler — la logica del mondo conscio è irreparabilmente diversa da quella della notte, e quest’ultima non è mai riconducibile alla prima. Troppe e misteriose le differenze, da lui elencate con puntiglio pedagogico in vari studi; i ruoli di analista, paziente e prodotto dell’inconscio in realtà finiscono col sovrapporsi. Proprio come nell’universo letterario di Borges accade al punto di vista dell’autore, del lettore e dei personaggi: tutti legittimi, tutti di eguale valore...

Una vertigine dunque, intellettuale non meno che emotiva, percorre la cultura argentina, in cui restano impigliati — ognuno a modo suo — tutti i grandi personaggi e miti del paese, incluso l’altro grande della penna, il fantasmagorico Cortázar. E in cui impulso erotico, fascinazione per il notturno e attrazione per la morte si intrecciano, scambiandosi le parti come in un ballo.

Non è certo un caso che il più celebre cantante e interprete del tango argentino, Carlos Gardel, abbia raggiunto la massima popolarità, prima nel suo paese e poi nel mondo, rivoluzionando i temi e il significato stesso della originariamente spensierata musica tanguera, introducendovi malinconia e sentimento della sconfitta. A partire da Mi noche triste, che lo rivelò nel 1917 al teatro Empire di Buenos Aires, il tango con lui perde il sapore originario, malavitoso, per trasformarsi — secondo un’altra celebre definizione di Borges — in «un pensiero triste che si balla», metafora universale della vita inappagata e del lutto. Parabola poi realmente compiuta nella esistenza reale, giacché Gardel trovò la morte carbonizzato sulla pista colombiana di Medellín, in un incidente aereo, a 45 anni. Tanto da lasciar campo libero alle fantasie complottistiche e alla costruzione dell’epopea successiva: quella dell’eroe eternamente giovane che va incontro al suo destino tragico, ma nella immaginazione popolare sopravvive e se stesso. Un prologo ai miti nordamericani successivi, come quelli di James Dean ed Elvis Presley.

E con ciò, addentrandoci nel territorio misterioso della predestinazione alla gloria e al lutto, abbiamo evocato l’autentico mito argentino per eccellenza, quello di Evita. Accompagnata a suo tempo da un’aura quasi mistica, a metà fra consolatrice degli afflitti e dispensatrice di aiuti economici in un’Europa prostrata dalla guerra, oggi per l’occidente la sua silhouette affacciata al balcone della Casa Rosada è soltanto un’icona pop, celebrata in un’infinità di musical (e significativamente interpretata per ultima da Madonna). Ma in terra argentina la moglie di Perón continua a incarnare il mito dell’eroe al femminile: di origini incerte, dall’infanzia problematica e dall’adolescenza oscura, all’improvviso esso si rivela al mondo e viene catapultato alla guida delle folle. Nel caso di Evita, fino a oscurare lo stesso presidente Pigmalione che aveva creduto di servirsene come di una specie di donna trofeo. E tuttavia la morte a 33 anni, preceduta dalla rinuncia al potere istituzionale e da una commovente sopportazione della sofferenza, le aggiunge qualcosa: la proietta in una dimensione insieme patetica e grandiosa, culminata nell’incredibile vicenda del suo corpo imbalsamato senza pace, spoglia temuta dagli avversari e adorata dai fedeli, più volte nascosta, perduta e ritrovata, quasi in una rappresentazione di santità.

Ma certo, quanto a simbolo universale e insieme ambiguo, doppio, nessuno in Argentina (e nel mondo) può rivaleggiare con quello incarnato dal giovane dottore di Buenos Aires, rampollo di buona famiglia percorso da una febbre missionaria persino più divorante di quella politica, destinato anch’egli a trovare la morte alla soglia dei quarant’anni, insomma con il Che Guevara. Anche lui precocemente chiamato dal destino, quando poco più che ventenne intraprende la traversata del Sud America in motocicletta, poiché mescola l’epopea del cavaliere vagabondo a quella guerriera e sognatrice di Simon Bolívar, teorico della unificazione continentale. Anche lui toccato dalla rivelazione della povertà e desideroso di trasformarsi in consolatore degli afflitti. E anche lui, come Evita, infiammato da una passione totale per la politica: qui però non si tratta di beneficienza ma di rivoluzione dura, comunista, della ribellione universale al potere dei ricchi, della distruzione del vecchio mondo e della fondazione dell’uomo nuovo, altruista e puro. Tuttavia il Che, assai più di Evita, sarà perseguitato da un suo doppio oscuro: implacabile fucilatore di nemici, insofferente di qualsiasi disciplina, dottrinario e incapace di venire a patti con la natura così come effettivamente è. Infine, giunto alla sua ultima avventura in Bolivia, accecato al punto da chiudere gli occhi di fronte all’impossibile e alla sconfitta militare, fino a immolarsi in una sfida guerrigliera estrema e senza speranza.

Anche lui, il Che, come l’ecumenica Evita, icone degne di essere collocate su una delle infinite scacchiere di Borges, contenute una nell’altra, e i cui pezzi sono a loro volta burattini e burattinai di un’altra, misteriosa partita.

di Dario Fertilio

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15 dicembre 2017

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