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· Il tennis di Federer: un’esperienza religiosa anche nella sconfitta ·

Sono passati tredici anni dall’articolo Il tennis come esperienza religiosa — divenuto poi libro di culto, uno dei capisaldi della letteratura sportiva d’ogni tempo — di David Foster Wallace, apparso nel 2006 su «The New York Times Magazine»», su Roger Federer, in cui lo scrittore americano racconta la finale di Wimbledon dello stesso anno vinta dallo svizzero contro uno dei suoi grandi avversari di sempre, Rafael Nadal.

Foster Wallace è stato un ottimo tennista juniores e dopo la prematura fine della sua carriera ha sempre seguito il tennis con attenzione e trasporto, fino a farne diventare una delle materie privilegiate della sua scrittura. L’ammirazione per Federer è talmente tanta che nell’articolo in questione, dopo la minuziosa descrizione di uno di quelli che lui stesso ha definito per la prima volta Federer Moments, colpi dalla difficoltà estrema realizzati da Federer con naturalezza sovrumana, Foster Wallace scrive: «Non mi ricordo il genere di suoni emessi, ma mia moglie dice che quando è entrata in stanza il divano era coperto di popcorn e io ero in ginocchio, con i bulbi oculari tipo quelli dei negozi di scherzi». Nonostante il passare degli anni, le considerazioni dell’autore di Infinite Jest sembrano essere assolutamente vive e attuali, anche alla luce della sconfitta di domenica, a 38 anni, contro il numero 1 del mondo Novak Djokovic, in una finale stellare, conclusasi, dopo quasi cinque ore, al tie-break del quinto set.

Federer ha giocato un tennis sontuoso, mettendo ancora una volta in evidenza il suo talento puro e cristallino, ma questo non è bastato per aggiudicarsi il suo nono Wimbledon. Contro di lui un Djokovic perfetto nei momenti più delicati e importanti del match, capace, inoltre, di annullare due match point allo svizzero sull’8-7 del set decisivo.

Federer è stato battuto, sì, ma questo non importa ai suoi sostenitori, sparsi in ogni angolo del mondo, perché non è una questione di partite vinte o partite perse, ma è una questione di immersione totale nel suo tennis che ha qualcosa di misterioso e inspiegabile, qualcosa di simile, insomma — citando Foster Wallace — a un’esperienza religiosa. Roger Federer ha donato nuovamente bellezza al tennis. E lo ha fatto giocando una sua versione del potente gioco da fondocampo contemporaneo.

È come se avesse imbottigliato la grazia che apparteneva al tennis delle epoche precedenti (ricordate Rod Laver o Bjorn Borg?) e lo avesse fatto decantare nello stile moderno. Per questa ragione c’è una sorta di mitizzazione attorno alla sua figura.

Ogni cosa sembrava puntare a un futuro in cui lui sarebbe stato impossibile. Pensate al tennis fisico ed esplosivo di Andre Agassi. Dopo l’apparizione di Agassi, alla fine degli anni Ottanta, il tennis sembrava aver voltato pagina per sempre. Il tocco della volée di John McEnroe avrebbe lasciato spazio al bombardiere da fondocampo di Las Vegas. Eppure lo stesso Andre Agassi, nella sua autobiografia del 2009, Open, scrive: «È cresciuto sotto i miei occhi, diventando uno dei più grandi tennisti di tutti i tempi. Si porta metodicamente in vantaggio, due set a uno, e io non posso che farmi indietro e ammirare le sue immense capacità, la sua magnifica compostezza».

Che Federer sia un’eccezione è evidente da molti punti di vista. Ad esempio, dalla varietà e delicatezza del suo gioco e dal modo in cui si muove in campo con tanta leggiadria. Una delle ragioni per cui i suoi colpi sono così pieni di fascino è da attribuire al fatto che sembrano in qualche modo appartenere a un’altra epoca. Eppure non c’è nulla di remotamente antico nel suo stile, in ciò che fa con la palla. Ecco una sorta di paradosso che è alla base del suo mistero e della natura insondabile del suo gioco.

D’accordo con la visione mistica di David Foster Wallace sul tennis di Federer è anche Carlo Magnani, docente universitario che in un saggio del 2011 dal titolo Filosofia del tennis, in un capitolo in cui ragiona su un paragone tra il gioco di Federer e il pensiero di Heidegger scrive: «In tanti hanno visto in Federer il campione dei campioni, il tennista perfetto, l’interprete mai ammirato in precedenza e destinato a segnare una svolta epocale: colui che porta finalmente la Reincarnazione e la Luce in un mondo ormai compromesso e sconsacrato». Chi ha visto l’incontro di Federer contro Djokovic di due giorni fa può davvero comprendere che le parole di Magnani, pur risultando altisonanti per i non appassionati di questo sport, non siano poi tanto distanti dalla verità.

di Rossano Astremo

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