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Icona
della Chiesa nascente

· Nel segno di Maria ·

Maria di Nazaret è la donna (Giovanni 2, 4; 19, 26; Galati 4, 4; Apocalisse 12, e così via). La qualificazione più alta che di questa donna si può dare è che è piaciuta a Dio (Luca 1, 30).

La «Donna» dell’Inizio, icona dell’umanità e di ecclesialità

Anche il discorso di Maria come donna si inscrive, perciò, su uno sfondo ampio, anzi su un fondale dagli archi smisurati che si riferiscono alla creazione e al piano salvifico trinitario e, perciò, all’umanità nella sua interezza. «Maria (…) è lei la rappresentante dell’uomo salvato e libero, ma proprio in quanto donna, cioè nella determinazione corporea che è inscindibile dall’essere umano: Maschio e femmina li creò (Genesi 1, 27). Il “biologico” e l’umano sono inseparabili, così come lo sono l’umano e il “teologico”» (Josef Ratzinger, Maria Chiesa nascente, Edizioni Paoline, 1981).

Pertanto, Maria come donna è l’icona di tutta la famiglia umana nel suo destino conviviale, ossia di comunità, composta di uomini e donne, che cerca di realizzare al suo interno, a tutti i livelli, esperienze di comunione. La donna dell’Inizio (o genesiaca) senza oltrepassare il realismo dell’atto creatore, che è il primo contesto storico dell’uomo, contiene già in sé la personalizzazione e il simbolo dell’umanità quale partner di Dio. Tutto questo avviene non solo al livello della creazione, ma dell’intera alleanza fra Dio e l’umanità (Genesi 3, 15; Isaia 54). Ugualmente, la donna della Fine (Apocalisse 12) è anch’essa il simbolo (non l’unico) dell’umanità-partner di Dio. Insomma, il «segno della donna» percorre l’intero arco della storia salvifica, dalla Genesi all’Apocalisse.

La «Donna» del Frattempo, icona della Chiesa pellegrina

Maria, «Donna» che ha accompagnato (e ancora accompagna) Gesù nella sua opera redentiva, è «riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa» (Lumen gentium, n. 53). «Microstoria della salvezza» e, in un senso molto realistico, micro-chiesa, per essere stata Chiesa nascente, ne è la più perfetta icona, e non in modo generico, ma in forma altamente puntuale. Donna eucaristica, Maria simboleggia il popolo di Dio in cammino verso il banchetto celeste, da non pensare senza effettivi rapporti con la “commensalità”, alla quale sono idealmente invitati tutti i discendenti di Adamo.

In tal modo, vengono connessi tre momenti: la regalità primordiale dell’uomo chiamato a cibarsi dei frutti della terra con animo grato; l’offerta che Gesù fa di sé stesso per riconciliare i fratelli col Padre; la convivialità eucaristica quale profezia del banchetto futuro, soglia ultima del cammino di esodo compiuto dal popolo di Dio (vedi Ernesto Balducci, La Chiesa. Comunità profetica nel mondo e nella storia, Milano, Edizioni Terra Santa, 2019, pagine 224, euro 11).

Questo popolo, radunato dal pasto dei pellegrini (l’Eucaristia), di cui si nutre come permanente viatico, orienta la sua gioia conviviale proprio al banchetto festivo del Cielo. A questo pellegrinaggio prende parte anche Maria, che non abbandona mai la Chiesa pellegrina, mentre è sempre misteriosamente presente nella sua vita e nella sua missione. In particolare, irraggia continuamente il gaudio di madre messianica sul suo popolo di figli incamminato con lei verso il volto del Padre. Donna icona dell’umanità intera, offre la sua vicinanza e la luce della sua bellezza anche sull’immensa carovana degli uomini perché sa che cercano mete di piena pace e, come madre del nuovo Adamo, sa che la sua missione è di essere madre misericordiosa del genere umano.

La «Donna» della Fine icona dell’umanità e della Chiesa glorificate

Nella singolarissima predilezione di Maria da parte del Dio trinitario si compie la singolare predilezione d’Israele. Così Dio ha voluto predisporre l’unica e irripetibile predilezione del Figlio perché entrasse nella terra e nella storia degli uomini nascendo da donna (Galati 4, 4). Perciò, «l’elezione di grazia di Maria diventa profezia esemplare di quella “donna anziana con una veste molto splendida” incontrata da Erma nelle sue visioni. Essa è la Chiesa, ed è così anziana perché fra tutte le cose è stata creata per prima, e il mondo è stato creato per lei» (Francesco Rossi de Gasperis, Maria di Nazaret icona di Israele e della Chiesa, Qiqajon, 1997).

La Chiesa storica non è l’ultima Chiesa e Maria, pertanto, non è icona solo di essa, ma è anche immagine profetica della Chiesa della Fine, illuminata dall’intramontabile luce del Risorto-Asceso e dalla luce di tutti i compimenti messianici.

Lì — in Cielo e alla Fine — la donna è vestita di sole. Essa non è più vestita di foglie come il peccato (Genesi 3, 7); né è vestita di pelli come nella cacciata dal paradiso protologico o “terrestre” (Genesi 3, 21-24); neppure è miseramente nuda, come nello stato di vergogna dopo il peccato (ibidem 3, 7.16); né è semplicemente nuda, come nell’ingenuità originale o come nella casta fraternità della giustizia della prima creazione.

La donna della Fine è profeticamente già vestita nel modo che piace a Dio, ossia con la luce di una nuova innocenza, per usare il titolo di un libro di Raimon Panikkar: è rivestita di sole con la luna sotto i piedi. È la perfetta icona dell’umanità integra, incoronata e salvata, restituita perciò alla sua gloria che Dio da sempre vuole per lei.

Maria «Donna» insegna a “stare al mondo” come Sorella

Icona del mondo umano, la Vergine di Nazaret insegna a stare in esso con sapienza. Almeno nella cultura di popolo l’espressione «stare al mondo» significa l’intera esperienza vitale dell’uomo soprattutto dal punto di vista delle diverse responsabilità dell’uomo. «Imparare a stare al mondo» è anche espressione usata con severità per richiamare a essere seri, corretti e compresi dei propri impegni. Maria — quale Donna dal quale «è nato al mondo un uomo» (Giovanni 16, 21) — sa bene esercitare questo magistero sapienziale. In concreto, da due dimensioni maggiori dell’esistenza mariana (sorella e credente) provengono speciali modi esemplari di essere presenti nella storia, ossia di «stare al mondo».

Vera figlia di Adamo, «Maria è nostra sorella per il fatto che tutti abbiamo avuto origine da Adamo» (Ireneo di Lione, Adversus haereses i, i-ii, 77). Maria ci è sorella soprattutto nel secondo Adamo, che è Cristo, perché è «il primogenito tra molti fratelli» (Romani 8, 29) e perché, come noi, anche lei è stata redenta da lui, benché in «modo sublime» (Lumen gentium, n. 53). Perciò Maria si presenta quale sorella, mostrando come si trasforma l’intera esistenza in servizio, come si crede e si obbedisce al primato di una vicinanza solidale, espandendo l’apertura agli altri e fortificando sempre di più la volontà d’aiuto nei loro confronti.

L’iniziativa caritativo-solidale di Maria di rendere visita a Elisabetta fa vibrare all’esterno di sé quello che vive nel cuore, insegnando così che un amore vero nasce da un cuore credente e orante. Lontana dalle forme di un amore intimistico o solo esteriorizzato, Maria vive la sua sororità in pienezza: si presenta come sorella in Adamo e come sorella in Cristo, la forma equilibrata che mostra come di fatto si possa e si debba far sintesi tra amore umano e amore divino nell’incontro con l’altro.

Maria «Donna» insegna a «stare nella Chiesa» come Discepola

Maria s’intende di vita ecclesiale per più motivi: c’è stato un momento (all’Annunciazione) in cui la Chiesa era solo lei; nella grotta della Natività diventa la madre della Chiesa; sotto la Croce prende in consegna la Chiesa ed è a lei affidata; nella sala alta del Cenacolo, a Pentecoste, offre alla Chiesa per il mantello missionario il colore femminile, materno, carismatico, caritativo; dal Cielo, come la Glorificata, scende in tanti modi a far missione con lei. Per queste sue competenze ecclesiali Maria è bene in grado di insegnare a stare nella Chiesa. Lo fa in tanti modi, ma qui ne seleziono uno soltanto: lo fa come Discepola.

L’essere discepolo è essenziale per vivere e imparare a vivere e a morire: nessuno è genitore di sé, nessuno è maestro di sé, nessuno è modello di sé, nessuno è giudice di sé. La buona passività ci fonda, ci fa essere: costituisce la nostra sicurezza; è il nostro equilibrio e anche la nostra grandezza. Perciò, l’identità mite di Maria Discepola non significa, in alcun modo, un’identità debole: lei non è mai una Donna allo sbando, anche se conosce il dubbio e la fatica del credere; né è mai una creatura in balia della logica del desiderio e dei contraccolpi deludenti quand’esso non si realizza.

L’identità mite di Maria Discepola — sub contraria specie — è perfino una raffinata contestazione di alcune forme molli di esistenza che l’uomo contemporaneo desidera e pratica, qual è la new age, una sorta di mistica dell’io minimo, che porta a pensare di poter evadere o sfuggire alle maglie ritenute troppo strette della ragione, mentre espone al rischio di una pericolosa infantilizzazione a tutti i livelli.

di Michele Giulio Masciarelli

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