Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Icona
della Chiesa di Dio

· La morte di Monica, madre di sant’Agostino ·

La festa di santa Monica, la madre di Agostino, che si celebrava il 4 maggio, con la riforma liturgica del concilio Vaticano II, venne spostata al 27 agosto per metterla vicina al figlio Agostino, che si celebra il giorno dopo, il 28 agosto. Agostino nelle Confessioni scrisse una biografia di sua madre, con l’epilogo della narrazione della sua malattia e morte, avvenuta a Ostia prima del 13 novembre del 387 (ibidem IX, II, 27-28). In questo breve ricordo con i lettori dell’Osservatore vogliamo rilevare l’anima di Monica rimasta impressa in quella del figlio. Agostino la riassume nella narrazione della morte della madre. Il suo racconto, come altri racconti presenti nelle Confessioni, ha uno spettro molto ampio, che va ben oltre il dolore di un congiunto, anche se Monica era una persona particolarmente cara per Agostino. La vita di sua madre era stata per lui una scuola di vita cristiana, e il figlio, scrivendo le Confessioni, ne sviluppa il racconto proponendola ad ogni madre di fede cristiana.

Ary Scheffer «Sant’Agostino e santa Monica» (1846)

La morte di Monica, infatti, è anzitutto il racconto della morte di una «serva di Dio» (IX, I,I), vissuta nell’esercizio della vita cristiana, vale a dire in quella ricerca dell’amore della sapienza sempre accompagnata dalla preghiera, in particolare dei Salmi (IX, 4, 8-II). Sulla scia di Monica, anche Agostino «servo di Dio» (IX, I,I; 2,3; 5,13), mentre lei muore, legge ad alta voce il salmo 4: «Quando ti invoco, rispondimi, Dio, mia giustizia, dalle angosce mi hai liberato (...) In pace mi corico e subito mi addormento: Tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare» (ibidem IX, 4,8-II). Le due coordinate cristiane che descrivono la morte di Monica sono la malattia e la patria celeste. La malattia viene letta, più che come infermità dolorosa, come la separazione dal limite di noi mortali: Monica, infatti, a causa di una malattia improvvisa, lascia la scena di questo mondo per una vita di eternità (ibidem IX, II, 27-28). Il suo raggiungimento della patria celeste è l’epilogo di ogni vita cristiana vissuta sotto il dono dei doni di Dio, che rendono possibile il raggiungimento di un così grande traguardo. Il momento della morte di Monica, perciò, si trasforma nella dovuta confessione a Dio datore di ogni bene. La lode a Dio per Monica si snoda per la maggior parte del libro ix, mentre ne viene tratteggiata la vita di moglie e di madre. Nella determinazione della patria celeste, Agostino colloca anche la tanto discussa estasi avuta con sua madre ad Ostia (IX, 10,23-26). Quell’attimo di esperienza di Dio goduto ad Ostia, tuttavia, ora per Agostino può essere eterno solo nella patria celeste, mentre a Cassiciacum da neoconvertito pensava che l’esperienza di Dio potesse essere una condizione raggiungibile anche in questa vita. Lui, infatti, fa quell’esperienza accompagnato da sua madre Monica, ormai per lui divenuta simbolo della Chiesa di Dio in ogni esperienza di fede. Il libro ix delle Confessioni si chiude con l’affidare la madre alla misericordia di Dio e alla preghiera dei fratelli in suo suffragio, unitamente a quello per suo padre Patrizio (IX, 13, 3-4). Agostino, anche dopo la sua morte, ebbe con la madre un colloquio forse continuo. Ne abbiamo testimonianza nel suo scritto La cura dei morti (opera datata dopo il 421, forse dell’anno 424-425): «Se le anime dei morti — scrive — si interessassero degli affari di questo mondo, e ci parlassero quando li vediamo in sogno, la mia santa madre, per non nominare gli altri, non mi abbandonerebbe una sola notte; lei, che mi ha seguito per terra e per mare, per vivere sempre con me. Mi riesce impossibile credere che la sua felicità l’abbia resa tanto crudele, al punto di non consolare nella sua tristezza e nella sua angoscia questo figlio, che era il suo solo amore e che lei non aveva mai potuto sopportare di vederlo triste» (ibidem 16).

La celebrazione di Monica, come delle grandi madri dell’Oriente cristiano (in particolare la madre dei Cappadoci e di Giovanni Crisostomo), naturalmente porta a ripensare la figura della donna nel mondo cristiano come nella proposta che ne fa la Chiesa nell’oggi della società. Con i nostri lettori ci fermiamo brevemente con Monica, nell’icona delineata nelle Confessioni dal figlio Agostino, in particolare nel libro ix dove ne narra l’epilogo con la sua morte avvenuta ad Ostia nel viaggio di rientro alla casa paterna di Tagaste (oggi Souk-Aras in Algeria). Agostino, delineando in particolare la sua maternità verso di lui, oltre l’affetto materno vi legge soprattutto la sua maternità di credente cristiana, che al figlio trasmette la fede e l’amore per Gesù, il nostro Salvatore.

In tale messa a fuoco di sua madre Agostino fa di Monica l’icona della Chiesa. Lei infatti è la donna che ha coscienza di aver ricevuto il dono della fede nella sua famiglia, anche se dalla governante di famiglia, crescendo poi nella comunità ecclesiale. Lei, infatti, nella sua famiglia venne aiutata nella fede non tanto da sua madre ma dall’anziana domestica, che educava le figlie del padrone «con santa severità, con pudicizia e sobrietà di interventi» (Confessioni IX, 8,17-18). Monica aveva un marito non credente, e suo figlio Agostino — che con lo studio mirava in alto in società, e che proprio per questo motivo abbandonò la casa paterna per andare in Italia — quanto a conservare la fede succhiata al petto di sua madre ebbe grossi sbandamenti di cui Monica soffrì tanto.

Lei si aiutò con ogni mezzo, chiedendo aiuto anche a qualche vescovo, ma soprattutto piangendo pregava. Il figlio scrive nelle Confessioni che lei soffriva i dolori del parto ogni qualvolta lo vedeva allontarsi dalla fede della Chiesa cattolica (IX, 9,22). Ma con il suo cuore casto lei partoriva l’eterna salvezza del suo figlio carnale (ibidem I, 11,17). Monica era una donna che viveva il quotidiano attaccata al cuore paterno di Dio. Come ogni madre, lei desiderava avere il figlio vicino, e alla sua partenza da Cartagine per Roma, piangendo supplicò Iddio d’impedire quel viaggio. Ma Agostino partì, raggiunse prima Roma poi Milano dove Monica lo raggiunse, vivendo col figlio il miracolo del suo battesimo ricevuto la notte di Pasqua del 24 aprile del 397 da sant’Ambrogio, allora vescovo di Milano.

Agostino, narrando la sua iscrizione a Milano tra i battezzandi della prossima Pasqua, crea l’intreccio tra due madri, sua madre e la Chiesa, nel generarlo alla fede: la Chiesa, nel trasmettere la fede ad un nuovo figlio (Agostino), si fa aiutare da Monica che diventa l’icona operativa della maternità generativa della Chiesa. Nelle Confessioni, Monica, umile figlia del popolo, diventa la centralina di trasmissione della fede che, a sua volta, in ogni famiglia diviene un luogo di fede.

Monica, donna di forte speranza, è donna di fede, icona di ogni donna che nei figli semina la speranza di poter tornare sempre all’abbraccio di Dio, nel quale si raccoglie tutto il bene del mondo.

di Vittorino Grossi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE