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I volti di Dio

· In un libro l'itinerario attraverso le immagini che svelano Cristo ·

È stato tradotto dal francese il volume di Vladimir Zelinskij Rivelami il tuo Volto (Cantalupa, Effatà, 2010, pagine 252, euro 14,50), opera di un sacerdote ortodosso, già docente di Lingua e civiltà russa all'Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano e Brescia. Del libro — la cui prefazione è stata affidata al presidente del Pontificio Consiglio della cultura, arcivescovo Gianfranco Ravasi — pubblichiamo qui di seguito il capitolo intitolato Il mare, il cero, lo sguardo...

La fede è innanzitutto un modo di conoscenza. All'origine di ogni atto di conoscenza si cela una scelta iniziale, un orientamento impercettibile di tutto il nostro essere che accende il pensiero. Questo è svegliato da un impulso che viene da dentro, da uno slancio che nasce dall'intimo, dal desiderio di possedere una cosa che lo attira, lo calamita, lo provoca o lo chiama... La fede parte da questa provocazione di Dio, che è innata nella natura umana, ovvero dalla «luce vera che illumina ogni uomo» ( Giovanni , 1, 9), della quale conserviamo le tracce. Un giorno la luce si apre la strada in noi e ci invita a cercare la sua fonte. Ma il suo richiamo proviene da quello strato della nostra vita che è molto più silenzioso dell'intelligenza...

La ragione di cui ci serviamo nella vita quotidiana è avvezza ai suoni molto più forti: le trombe delle passioni, i frastuoni delle preoccupazioni quotidiane. Per accordare con la luce il nostro modo di pensare, bisogna risvegliarlo, e talora trarlo da un sonno lungo e sordo. Ma Colui che ci chiama ci ha anche dato le orecchie per intenderLo. Ha messo in noi questo udito del cuore che è capace di percepire come la vita chiami alla Vita, «come un vortice chiama l'altro allo scroscio delle tue cascate» ( Salmo 42, 8). E come la luce vuole manifestarsi, svilupparsi in noi, la vita di Dio vuole unirsi alla nostra vita e alla nostra conoscenza.

Gesù è venuto perché gli uomini «conoscano Te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Giovanni , 17, 3). Ma appena facciamo i primi sforzi per conoscere Colui che ci ha chiamati a conoscerLo, arriviamo alla non-conoscenza. L'itinerario del pensiero che crede comincia qui, nell'oscurità, dove l'intelligenza si ritrae. Ora, la notte del sapere non è il limite, bensì l'inizio, le primizie della nuova via che si apre in noi. La fede cristiana, sia che si esprima nella parola sia nel silenzio, non trova il contenuto tangibile, intelligibile, che possa corrispondere a quello che è stato espresso dalla parola. San Simeone il Teologo, uno dei Padri della Chiesa orientale, dice: «Noi siamo capaci di conoscere Dio come un uomo che si trovi a notte fonda in riva a un mare sconfinato, è capace di illuminarlo nel pieno della notte con il suo piccolo cero acceso».

Questo mare notturno bagna la nostra esistenza da tutte le parti. E si riversa in noi come nel suo piccolo porto. E, attraverso noi, passa nelle altre creature e le riempie del mormorio della risacca. Si muove in noi come uno stornello nel suo nido. «Il nome di Dio è come un grande uccello che spicca il volo dal mio petto», scrive il poeta russo Osip Mandel'štam. Vola via nella notte, mentre l'intelligenza dorme ancora. Lo si rimpiange da millenni: Dio è sempre al di là del pensiero e anche al di là di qualsiasi immagine umana. Non si riesce a possederLo in nessuna maniera. San Gregorio di Nissa dice che se si mettono assieme tutte le immagini e si sommano tutte le nostre conoscenze di Dio, scoperte ed elaborate dai migliori teologi nel corso di secoli, otterremo soltanto un altro idolo.

Dobbiamo dunque parlare del vicolo cieco in cui si dibattono le nostre capacità intellettuali? La parola che meglio ci serve per accostarci a Dio è: mistero. Forse la si ripete di frequente. Ma si tratta soltanto di una parola che rende testimonianza. Non racchiude alcun segreto, indica il risveglio della ragione. Anzitutto confessa la nostra umiltà, il nostro timore, la nostra fiducia; sottolinea la distanza insormontabile che ci separa da Dio. Questa parola dice che tutto ciò che riusciamo a produrre con i nostri sforzi mentali non è capace di afferrare quello che Dio è. Ora, sappiamo che Egli è Colui che è.

Il nocciolo del mistero sta nel verbo «essere». Annunzia l'impossibilità di conoscere Dio, nella luce fievole e riflessa, chiara e distinta, del sapere cartesiano, ma nello stesso tempo ci promette un'altra nascita. Co-noscerLo significa nascere con, nascere nella luce dello stupore che viene dal Regno di Dio. Essa attesta la nascita dall'alto, come dice Gesù a Nicodemo. Essere-mistero, nel senso pieno e attivo, significa la nascita in Dio o anche la condivisione del nostro essere più intimo con Dio.

Ma, si tratta di una metafora poetica, di un semplice modo di dire troppo audace o troppo poco responsabile? Tutte queste immagini o figure della conoscenza appartengono alla tradizione giudaico-cristiana; hanno le radici nella Scrittura che parla anzitutto della conoscenza di Dio nei riguardi degli uomini. Sono gli uomini a essere raggiunti, impegnati o colmati dalla Sua conoscenza; sono suoi oggetti (il linguaggio filosofico, più preciso di quello poetico, è molto più povero) sottomessi oppure ribelli al suo pensiero o, meglio, alla sua parola, al suo sguardo. La vera conoscenza non può verificarsi che nella reciprocità più stretta. Quando entriamo nel mistero dell'essere, corriamo il rischio di essere riconosciuti.

«Ti conosco per nome», dice il Signore a Mosè ( Esodo , 33, 17). Gesù, secondo il Vangelo di san Giovanni, «non aveva bisogno che nessuno Lo ragguagliasse su un uomo, perché egli stesso conosceva che cosa era nell'uomo» (Giovanni , 2, 25). Dio ci conosce fino al midollo, fino ai pensieri e ai desideri che non sono ancora nati; e la sua conoscenza non è altro che una formula nascosta della sua Rivelazione. Ci mostra il suo vero volto, il volto di Colui che ci ama, ci attende con impazienza, ci guarda. La fede si accende nel momento in cui s'incontra questo sguardo d'amore e lo si riconosce.

«...Tu mi scruti e mi conosci.

Tu sai quando seggo o mi alzo,

Tu penetri da lungi il mio pensiero...

La parola non è ancora sulla mia lingua,

e già Tu, Signore, la conosci tutta.

Da tergo e di fronte Tu mi stringi,

e su di me tu posi la Tua mano.

Mirabile è la Tua scienza per me,

e troppo alta perché io possa comprenderla» ( Salmo 139, 1-6).

Ma attraverso quale percorso ho potuto giungere a tale chiaroveggenza? Come ho avvertito il lavoro di Dio nella mia formazione? Lo si riconosce con lo stesso risveglio dell'amore che aiuta il neonato a riconoscere sua madre. L'uomo si trova di fronte all'amore che lo ha chiamato alla vita. Il mio essere porta in sé questa chiamata, la cela, la respinge o la porta alla luce. La conoscenza di Dio non è che una risposta, o un'eco. La mia fede non è nient'altro che una risposta di tutto ciò che sono, cuore, ragione, carne. Perché la vita chiama alla vita e l'amore invoca l'amore, e la vera conoscenza di Dio non è che un'immersione nel suo mare.

A più riprese la Bibbia paragona i rapporti tra il Signore e il suo popolo al legame coniugale. La Legge è come un contratto di matrimonio tra Yahvé e sua moglie, Israele. Questa moglie è spesso infedele. È sedotta dagli dèi della carne, fatti di legno e di pietra, ma il Signore d'Israele la vuole possedere tutta. La loro unione rappresenta l'intimità della conoscenza, quando l'uomo si apre e accoglie un Altro che lascia il suo seme, e porta il frutto nell'anima. L'immagine attinta al mondo della carne è il segno di ciò che è spirituale, perché la Bibbia concepisce l'uomo sempre nella sua unità. «Tutti allora sapranno che Io sono il Signore, tuo salvatore» (Isaia , 49, 26). Si acquista la conoscenza nella carne e per opera di tutto l'uomo. Questo atto è la sua apertura, il suo impegno, la sua promessa, la sua relazione. Dove la Rivelazione accettata, accolta, assimilata, è divenuta una parte di noi stessi.

L'immagine più autentica della conoscenza di Dio è la comunione eucaristica. Essa avviene nel corpo, sotto i segni del nutrimento, ma il suo significato è cosmico: «Se tu conoscessi il dono di Dio...», dice Gesù alla Samaritana, «tu L'avresti pregato, ed Egli ti avrebbe dato acqua viva» (Giovanni , 4, 10). Se tu potessi tenere la tua intelligenza nel mistero dell'Eucaristia, riceveresti la tua stessa vita come il pane e il vino, in senso sacramentale, come una sostanza trasformata dalla grazia, dallo Spirito Santo; come un'offerta di Dio nella quale Egli si dona a noi, si dona come l'Agnello Pasquale. Se tu conoscessi il dono di Dio, la tua unica vocazione sarebbe riceverlo, accoglierlo, o, come dice san Paolo: «Rendete grazie di ogni cosa» (1 Tessalonicesi , 5, 18).

In altri termini, stare nell'azione di grazia, nella condizione umana eucaristica. Stare nella comunione dentro e attraverso le cose che viviamo. «Interroga la bellezza della terra; interroga la bellezza del mare; interroga la bellezza dell'aria diffusa... Questa bellezza è incostante. Chi l'ha creata, se non la bellezza costante?», domanda sant'Agostino.

«Osservate i gigli del campo, come crescono... nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu mai vestito come uno di essi» (Luca , 12, 27). Osservate, ci invita Gesù, poiché tutto questo è stato creato da Lui. Tendete l'orecchio a tutto ciò che nasce, che cresce, che scorre, che sale, che pianta radici, poiché tutto questo viene da Lui. Ascoltate la bellezza nel momento della sua fioritura, ma anche all'inizio delle cose create, perché in fondo a ogni piccola creatura si trova un seme della Parola o una nube trasparente dello Spirito.

Dio ci attende impaziente, senza sosta, per incrociare i nostri sguardi. Lascia dappertutto i segni che ci fanno imboccare i percorsi della sua conoscenza. Ognuno conosce il proprio sentiero: nel sorriso del bambino e nel dolore ingiustificabile, nell'amore condiviso e nella castità assoluta, nella speranza che trabocca sulla nostra esistenza e nel segreto magnetico della morte. Quelli che hanno orecchie, ascoltano: Io sono Colui che è e sono qui. Ti attendo. Ti benedico.

La conoscenza di Dio è ri-conoscere nel suo doppio significato essenziale: il riconoscimento della memoria risvegliata della vita iniziale, dell'amore, dello sguardo gettato su noi, e la gratitudine. Certo, la nostra gratitudine per i segni che Dio ha lasciato, o per i suoi doni, è come un cero che illumina il mare.

La sua fiamma non può vincere la notte della non-conoscenza, ma bisogna che esso sia acceso.

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12 dicembre 2019

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